Risulta impossibile distinguere una data precisa per la nascita della scienza. Per farlo dovremmo tornare indietro nel tempo a quando ancora gli antenati del genere umano calcavano il suolo con le loro quattro zampe e scrutando i cieli distinguevano le stelle associandole a figure animali. Atene è però patria di numerosi individui che nel tempo hanno affinato ciò che rozzamente i loro antenati avevano acquisito (o per alcuni creato). Platone, uno tra i tanti, aveva introdotto un concetto parecchio interessante, le cui tracce si ritrovano tutt’ora in numerosi altri testi. Questo mondo è in divenire, asseriva, ma ne esiste un altro: un Iperuranio popolato da entità in tutto simili a quelle che siamo abituati a percepire, ma perfette in ogni singolo particolare. È così che un Socrate del mondo delle cose si traspone in un Socrate ideale, dotato di tutte le caratteristiche più perfette che lo denotano. In questo modo per ogni cosa. Il mondo delle cose risulta allora sensibilmente più imperfetto: errori e contraddizioni lo dominano. Qui la matematica ci giunge in aiuto. Essa è un ponte che collega i due mondi, permettendoci attraverso la perfezione dell’Iperuranio, laddove il tempo non esiste e le cose sono captabili dall’intelligenza umana, di descrivere un mondo che in alternativa sarebbe immerso nel caos. È una teoria sublime ed efficace, che tramite una coinvolgente descrizione ci permette di capire come l’uomo concepisce il mondo.

Questa non è scienza moderna e questo articolo non vuole reputarla tale. Il metodo scientifico ha subito radicali cambiamenti, specie dall’epoca moderna in poi. Tuttavia c’è qualcosa di affascinante in tutto ciò. Rendere artistico qualcosa di macchinoso come la ricerca scientifica è tipico della grecità. Platone ha saputo tramite una metafora del genere non solo elaborare un primo rudimentale metodo scientifico, ma anche e soprattutto ornare la principale attività umana di uno scopo, quello del raggiungimento della piena comprensione della perfezione, dell’apertura della nostra mente alle latenti idee iperuraniche. Un manto mistico che avvolge ed alleggerisce il caos del reale.

H. P. Lovecraft: fine dell’onniscenza

Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo. 

 (Il Richiamo di Cthulhu, H.P. Lovecraft)

Il “solitario di Providence”. Una figura oscura i cui aneddoti grotteschi designano un soggetto che per quanto strambo ha dato i natali a parecchi filoni horror moderni. Ma non è qui che H. P. Lovecraft può dichiararsi un grande. In molti leggono i suoi racconti per assaporarne l’angoscia che vi si traspare, ma pochi riescono a carpirne la filosofia implicita, che si riversa tutta come un flusso di coscienza nella frase sovrastante. L’universo di Lovecraft è popolato da enormi creature aliene: i Grandi Esseri. Immensi giganti di altre dimensioni comparvero nel nostro universo quando ancora la Terra finiva di essere una palla fiammeggiante, invadendone le profondità ed imprimendo sulla sua superficie ciò che tutti gli uomini rifuggono: l’incubo. Il loro essere Altro, la loro non intellegibilità attraverso i sensi, proprio per via delle origini lontane, li rendono ciò che di più terrificante si possa immaginare. Il solo conoscerli ci smarrisce: sappiamo della loro esistenza ma non possiamo averne esperienza, in quanto i nostri mezzi sono troppo rozzi per percepirli. Loro possono tutto su di noi, noi nulla nei loro confronti. Qui nasce la paura ed al contempo muore la scienza.

Come possiamo avere a che fare con qualcosa che all’interno di quel pool di idee che Platone ci aveva fornito non trova spazio? Qui la sublime descrizione del filosofo di Atene cade nell’oblio. Laddove non vi è spazio per la conoscenza c’è solo terrore e perdizione. E non solo, la tesi di Lovecraft va ben oltre: più conosciamo e più siamo destinati a renderci conto che i Grandi Esseri esistono e che esiste un limite ai confini del quale si cela il non conoscibile e quindi il delirio.

Conclusioni: Oltre l’isola

Nella nostra placida isola di scienza, se non piuttosto di ignoranza dei Grandi Esseri, ci crediamo dèi invincibili, capaci di porci infiniti obiettivi. Ma laddove più alcuna scienza sarà capace di spiegare il reale, lì ci si accorgerà che lo strenuo tentativo di Platone di sconfiggere il dominio del caos attraverso le Idee, è servito solo a ritardarlo.

Willard Zanini

 

 

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