Machiavelli ha fallito con Salvini e Di Maio: una competizione che non porta al buongoverno

C’eravamo tanto amati

E’ lotta senza quartiere fra le fila del governo del cambiamento. Un accanimento che non si vedeva da quel glorioso Anno Domini 1977 che segnava l’uscita nelle sale de I duellanti per la regia di Ridley Scott. E che adesso scuote un esecutivo che tutti, fin dal giorno del suo insediamento, hanno definito di natura bifronte. “I Baxter da una parte, i Rojo dall’altra… e io nel mezzo” avrebbe ribadito ‘Il Magnifico Straniero’ interpretato da Clint Eastwood nel capolavoro di Sergio Leone Per un pugno di dollari (1964), se si fosse trovato al posto dell’attuale Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Peccato solo che o il suddetto è talmente svelto da fregare, come la sua controparte spaghetti-western, sia i Rojo che i Baxter, e noi con loro che assistiamo alla scena da ormai dieci mesi; oppure è quello che sembra, cioè uno scalcagnato pistolero che, montate le redini del suo fido mulo, se la batte in ritirata un volta resosi conto che il duello è per lui “troppo pericoloso”, soprattutto in presenza, fuor di metafora, di due contendenti come i nostri attuali Ministri del Lavoro e degli Interni. Il governo che le opposizioni avrebbero dunque ben volentieri paragonato al Diavolo a Tre Teste della Divina Commedia di Dante Alighieri, è stato da sempre decapitato della sua testa più importante, rivelando le pericolosità delle altre due. E a dimostrarlo si aggiungerebbe la recente notizia che riportava la gaffe di una custode del Salone del Mobile di Milano che avrebbe invitato gli ospiti giunti in visita, fra cui lo stesso Conte, a non toccare gli oggetti in mostra – evento poi strumentalizzato sostenendo che la ragazza non avesse riconosciuto il Presidente del Consiglio, quando invece non si era semplicemente accorta della sua presenza nella folla. Ma forse, in fondo, il Salone del Mobile è il luogo adatto per un palo della luce come Conte, o almeno è dove e come ce lo vedrebbero bene le due teste rimanenti. I due grandi esponenti dei fronti ‘vincitori’ delle elezioni del 4 Marzo. Luigi Di Maio per il lato M5S e Matteo Salvini per quello della Lega, stanno cercando di screditarsi vicendevolmente ormai da mesi in vista di una battaglia quanto mai contraddittoria rispetto alle loro convinzioni in tema di politiche internazionali. Perché i due anti-europeisti per eccellenza stanno puntando ad accaparrarsi più voti possibili in vista – udite udite – delle Elezioni Europee del 23 Maggio, che decreteranno il numero di seggi che l’uno o l’altro guadagneranno in sede di Consiglio dell’Unione Europea.

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“Il bacio di governo”, un murales realizzato dal graffitaro TVBoy a rappresentazione di un governo di coalizione basato su una ‘innaturale alleanza’ – volendo riutilizzare le parole di Hitler in riferimento agli Alleati, che univano capitalismo e comunismo in un un unico fronte. (gds.it)

Il fine [non] giustifica i mezzi

Tanti e tali sono stati i reciproci attacchi da ambo le parti, da farci domandare a cosa servano ancora i fronti dell’opposizione. Attacchi di cui Salvini e Di Maio hanno messo in luce, seppur con parole diverse, la natura puramente propagandistica ed estremamente demagogica. Un “conosco i miei polli” che però può esser fatto valere da entrambi, perché in fondo quello davanti al quale ci troviamo è solo un gigantesco pollaio e nessun allevatore. Di Maio parla di una “paranoia per i sondaggi” nelle fila della Lega, mentre Salvini risponde per parte sua, con un rammarico che puzza tanto d’ipocrisia, che è sì “abituato agli attacchi delle opposizioni, ma quelli degli alleati sono fastidiosi”. Una tenzone che però ha adottato una progressione altalenante fin dalla notte dei tempi, vedendo primeggiare ora i meriti della Lega, ora quelli dei Cinque Stelle, o risaltando semplicemente i demeriti dell’altro. Aprite il Leviatano di Thomas Hobbes alla definizione di ‘pusillanimità’, e avrete la risposta del perché i due mettano costantemente in luce – nonostante questo fiacchi irrimediabilmente la generale credibilità dell’esecutivo – le mancanze dell’altro: “E’ una passione frequente soprattutto nelle persone consapevoli di possedere pochissime abilità che, per conservare la stima di sé stesse, sono costrette ad osservare le imperfezioni degli altri”. In questo, gli ultimi giorni hanno visto primeggiare la Lega, che sventola nei vari talk show il suo improvviso interesse, tutto estemporaneo, al tema tossicodipendenze, suggerendo implicitamente che il ‘silenzio’ Cinque Stelle su questo argomento sia sintomo di approvazione. Ma non è andata sempre così.


Uno dei fotogrammi più emblematici di ‘Terraferma’, film del 2011 di Emanuele Crialese incentrato sul tema delle migrazioni verso Lampedusa. (01distribution.it)

A Governo appena insediato, Salvini seppe guadagnare un impensabile 37% dei consensi –  secondo i sondaggi – mettendo in atto quel pugno duro che aveva promesso in tema di blocco degli sbarchi. Non gli stavano dietro i Cinque Stelle, rallentati dalla messa in atto di una promessa ben più impegnativa, quella dell’istituzione del Reddito di Cittadinanza. Nonostante poi il blocco degli sbarchi fosse merito – o colpa, a seconda delle opinioni – anche, per non dire in gran parte del fronte pentastellato, come spiegò Danilo Toninelli in un interessante intervento rimasto inascoltato. Quel Ministro degli Interni che tanto si vantava di una ferrea chiusura dei porti, non faceva che prendere in consegna i migranti solo una volta sbarcati a terra, ricevendo il testimone dal Ministero delle Infrastrutture cui Toninelli fa capo, al quale spetta la vera giurisdizione in zone marittime e portuali. Detta in altre parole, a ben guardare, a bloccare gli sbarchi fu Toninelli, non Salvini – salvo poi una netta ingerenza da parte di quest’ultimo in affari che non competevano il suo Ministero, come fu messo in luce dal Caso Diciotti. Segue l’argomento TAV e Grandi Opere, sul quale i Cinque Stelle si mantengono contrari come sempre fatto nel corso della campagna elettorale, mentre Salvini si schiera più saggiamente sul fronte si-TAV rendendosi conto che le penali derivanti dall’abbandono del progetto risulterebbero più esose del costo stesso dell’opera. Fin qui, tutti ragionamenti strettamente politici ed economici. Questioni de facto. Peccato che però il contraltare nelle successive settimane non sia stato – passatemi la battuta – il de jure. Ma piuttosto una serie battibecchi fini a sé stessi, che però hanno visto calare di almeno sei punti il consenso leghista.


La bandiera venezuelana e quella italiana si fondono, simboleggiando le dichiarazioni del Governo sulla situazione nel Paese sudamericano. (depositphotos.com)

Prima la spinosa questione del Venezuela, sulla quale Salvini si è schierato a spada tratta dalla parte di Guaidò mentre Di Maio si è mantenuto più prudente. Poi il caso tutto propagandistico del 25 Aprile, in difesa del quale i Cinque Stelle hanno demonizzato – e non a torto – il disinteresse leghista per la Festa della Liberazione, resisi forse finalmente conto di dover adottare una propaganda tendente più a sinistra, poiché lentamente spogliati del loro elettorato di disillusi della destra più liberale, avvicinatisi a un partito come la Lega che prima potevano considerare troppo estremo e che ora si è invece più istituzionalizzato. Che ha messo la cravatta insomma, e con lei il suo leader perennemente ‘sbottonato’ – qualunque senso questa parola possa assumere in riferimento a Salvini. Segue il tentativo leghista di inserire la castrazione chimica nel pacchetto di leggi noto come Codice Rosso, bloccato dai Cinque Stelle perché considerato una mera mossa strategica di accaparramento del consenso, ben poco utile sul piano giuridico. Infine il Caso Siri, ultimo smacco alla Lega con il suo Sottosegretario ai Trasporti estromesso dal governo a causa di indagini per corruzione avviate nei suoi confronti. Arrivando quindi a quest’ultimo tema delle tossicodipendenze, tirato fuori dal cappello da Salvini per spezzare il vortice discendente nel quale era precipitato.


Uno schizzo realizzato dall’attore statunitense Jim Carrey in occasione dell’anniversario della morte e successiva esposizione in Piazzale Loreto di Benito Mussolini e della sua amante Claretta Petacci. La vignetta è finita al centro di numerose polemiche su Twitter, causate soprattutto dall’ira della nipote Alessandra Mussolini, oggi europarlamentare. (theworldnews.net)

I discorsi sopra i primi dieci mesi del governo

Uno spettacolo piuttosto pietoso, soprattutto se esposto in controluce ad alcuni illustri esempi del passato che dimostrerebbero la possibilità di dar vita a un buongoverno anche in presenza di più voci contrastanti. In presenza di una competizione, per non dire contrasto delle parti, il prodotto politico risultante dalla loro conciliazione terrebbe conto delle istanze migliori di ciascuno, arricchito quindi da una polemica costruttiva che ne alimenti il continuo miglioramento. E’ quanto sostiene Niccolò Machiavelli nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, un’opera elaborata fra il 1513 e il 1519 e pubblicata postuma – come molte altre opere del fiorentino – nel 1531, nella quale Machiavelli raccoglie tutta una serie di divagazioni partorite a partire dalla lettura della Prima Deca della Storia di Roma secondo lo storico Tito Livio. Già nelle prime pagine del trattato, Machiavelli propone la teoria secondo cui la grandezza di Roma fosse frutto molto più di una disunione delle posizioni che dalla coesione d’opinioni. E che in un certo senso in tale processo giocò un ruolo fondamentale la fortuna, parola chiave per Machiavelli nella costituzione e nel mantenimento di uno Stato, quasi eguale per importanza alla lungimiranza dei suoi governanti.


Niccolò Machiavelli ritratto da Santi di Tito. (it.wikipedia.org)

Scrive infatti che nonostante Roma non avesse avuto un grande legislatore come poteva esser stato Solone ad Atene, e più ancora Licurgo a Sparta, “nondimeno furo tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era intra la Plebe e il Senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore, lo fece il caso”. E il caso volle che una volta chiusasi la parentesi dei Tarquini verso la fine del VI sec. a.C., e messo in pericolo quell’equilibrio delle parti che saggiamente questi avevano saputo mantenere tenendo a bada la Nobiltà per non inimicarsi il Popolo, si rese necessaria l’istituzione di una serie di organi collegiali che rispondessero alle esigenze di tutti, andando inconsapevolmente a rappresentare le tre forme di buongoverno che Platone aveva delineato nel Politico a fianco delle tre eslege: monarchia, aristocrazia, democrazia. Il governo di uno solo andò in realtà a due figure con il compito di vegliare l’un l’altro sul proprio operato, i Consoli. Quello dei pochi, rappresentanti della Nobiltà, spettò al Senato. Mentre la Plebe poté far valere le proprie ragioni con l’istituzione dei Tribuni. E fu così che costituendosi come “mista, fece una Repubblica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e il Senato”. Difficile dire se Di Maio e Salvini costituiscano i poli distinti di una lotta fra Camere Alte e Camere Basse, o impersonino piuttosto i due Consoli in perenne sorveglianza. Certo è che il risultato di questo conflitto si riduce a una pars destruens che annebbia completamente la construens, il che è evidente non perché siano le opposizioni a sostenerlo, con quello slogan di dubbia legittimazione che parla di un governo degli incompetenti. E’ il fatto stesso che l’unico fine sia diventato ormai l’accaparramento di voti in vista delle Europee, anche a scapito della stabilità del governo, a evidenziare il problema. Basta guardare a questo per comprendere la natura irrimediabilmente sterile di questo ‘confronto’. Con buona pace di Machiavelli, che se ancora vivesse, comprenderebbe in modo inequivocabile il significato di quella cara vecchia formula che recita: “L’eccezione che conferma la regola”.

Carlo Giuliano

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