“L’ignorante non ha diritto ad un pubblico” sostiene nel suo ultimo articolo sul New York Times Bryan Van Norden, professore di filosofia alla Wuhan University e al Yale College. Il diritto alla libertà di parola non è la stessa cosa del “diritto ad un pubblico’’. Se l’idea vi dà fastidio, è probabilmente a causa dell’influenza di John Stuart Mill e del suo scritto del 1859 Saggio sulla Libertà.

Pubblico ad un concerto

L’ignorante ha diritto ad un pubblico? Bryan Van Norden, professore di filosofia americano, si è posto la questione in seguito all’apparizione come ospite su Fox News dell’opinionista statunitense Ann Coulter, che avrebbe rilasciato alcune affermazioni discutibili sulle immagini che ritraggono i figli dei migranti in lacrime quando vengono separati dai genitori. La Coulter sostiene che non siano che dei “bambini-attori’’. « Hanno dei copioni da leggere scritti dai liberali, secondo un articolo del New Yorker. Non fatevi convincere dai bambini-attori » ha affermato, come riporta un articolo dell’Huffington Post. Ma un tale articolo del New Yorker non esiste. Ora, quello che si è chiesto Van Norden è se una tale affermazione priva di prove meriti lo stesso tempo e attenzione di, per esempio, un intervento di uno specialista, studioso delle crisi migratorie informato sulla questione.

Per quanto possiamo sentirci sicuri che la Coulter si sbagli, altre persone si sentono sicure dell’opposto. Dopotutto, un tempo eravamo convinti che la Terra fosse al centro del sistema solare. E anche se la Coulter si sbagliasse, non otteniamo una comprensione più profonda di ciò che può essere il razzismo nel momento in cui ci troviamo a dover affrontare le sue affermazioni? E chi può sostenere che non ci sia una minima parte di verità in quello che sostiene?

John Stuart Mill

Tali argomenti, in difesa non della libertà di parola, che non viene mai messa in dubbio, ma del diritto ad avere un “pubblico’’, sono quelli sviluppati grazie all’influenza del filosofo inglese John Stuart Mill e del suo Saggio sulla Libertà del 1859.  Come sostiene Van Norden, l’argomento di Mill è tanto semplice da essere seducente. Ogni opinione espressa in democrazia può essere vera, parzialmente vera o falsa. Ma sostenere che un’opinione offensiva o impopolare non possa essere vera significa sostenere la nostra infallibilità. Atteggiamento problematico su due fronti: per prima cosa, impedisce la crescita morale e culturale della società, poiché secondo Mill la verità si raggiunge solamente con l’incontro di opinioni contrastanti; e in secondo luogo sostiene la dittatura della maggioranza. Mill ritiene che ogni opinione debba essere ascoltata, per quanto errata essa sia, perché la società ne trarrà beneficio in ogni caso. Detto altrimenti, l’opinione di Salvini riguardo ai vaccini (« Ritengo che dieci vaccini obbligatori siano inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi », 22 giugno) deve essere ascoltata: anche se proveniente da un’autorità non competente in materia e priva di prove a sostenerla, contribuirà nella ricerca della verità alla quale punta l’insieme della società.

L’argomento di Mill si basa sulla convinzione illuministica che ci sia un solo metodo razionale per la scoperta della verità; e che gli uomini istruiti abbiano all’incirca le stesse capacità per la scoperta di questa verità. Se abbiamo fiducia in questa convinzione, l’argomento tiene: quale pericolo c’è nell’ascoltare persone che sostengono false notizie se ogni persona minimamente educata può leggervi attraverso?

La nostra situazione è molto diversa da quella in cui si trovava Stuart Mill. Sarebbe molto più facile se fosse evidente a tutti che non bisogna discriminare le persone in base alla loro razza, religione o orientamento sessuale, ma, per esempio, il nostro attuale ministro dell’interno non è d’accordo. Stiamo viaggiando verso i risvolti peggiori del pericolo che il filosofo Herbert Marcuse aveva annunciato già nel 1965 (in Repressive Tolerance’’): « Nel trascinare all’infinito i dibattiti sui media, l’opinione stupida viene considerata con lo stesso rispetto che riserviamo a quella intelligente, il disinformato può parlare tanto a lungo quanto l’esperto; la propaganda corre a fianco dell’educazione, la verità a fianco della falsità. » La soluzione proposta da Marcuse non è purtroppo funzionale quanto la diagnosi del problema: si tratta di sopprimere alcune prospettive – cosa che è immorale e decisamente non pratica. Internet, dopotutto, è stato creato per fornire un network di informazioni impossibile da bloccare.  

Proteste inseguito all’invito a Charles Murray

Ciò che Van Norden suggerisce è invece una distinzione tra la libertà di parola (il free speech) dal giusto accesso ad un pubblico. Quest’accesso al largo pubblico, garantito per esempio da istituzioni come la televisione, la radio, i giornali, le università, è una risorsa finita e estremamente importante. Una forma di giustizia richiede che una tale risorsa debba essere distribuita in base al merito, e in base a ciò che porta beneficio alla comunità nel suo insieme. C’è una profonda differenza tra censurare qualcuno e rifiutargli le risorse istituzionali per diffondere la sua idea. Un esempio è l’invito a Charles Murray da parte di alcune delle università americane più prestigiose (per esempio la Columbia e la New York University) a condividere i suoi argomenti di falsa scienza che sostengono l’esistenza di differenti gradi di intelligenza nelle razze umane. Tale invito non promuove un dibattito giusto e bilanciato: al contrario, il rifiuto da parte di tali università di fornire un pubblico a Murray si adatterebbe meglio al loro ruolo di difensori del discorso razionale.

Ma dunque, non è tanto “l’ignorante” che non ha diritto ad un pubblico, quanto piuttosto il pubblico stesso che deve tutelarsi o che deve essere tutelato quando non è in grado di farlo per sé stesso. Detto altrimenti, tali istituzioni – come la televisione e persino i social media – hanno una responsabilità in quanto garanti del discorso razionale nei confronti del loro pubblico. La scelta delle persone che meritano questo pubblico non dovrebbe essere basata sull’audience, quanto piuttosto sul merito delle idee e dei pensatori stessi.

Sofisti o filosofi?

Pubblicizzare opinioni come quelle di Murray, per esempio, si tratta di una presa di posizione che dimostra che tali affermazioni rientrano nell’insieme dei discorsi razionali, e che persone del genere possono essere prese seriamente come pensatori. Ma visioni del genere sono ingannevoli e coloro che le espongono sono nella migliore delle ipotesi degli ignoranti, e nella peggiore dei sofisti. 

Con tale propaganda e con l’aiuto delle istituzioni e dei media le idee di persone come Murray possono raggiungere un pubblico estremamente vasto; pubblico che, se non “preparato” all’impatto con tali idee e quindi pronto a criticarle e a vederci attraverso, le prenderà come dichiarazioni provenienti dall’istituzione stessa. E la ripetizione di tali affermazioni diventerà parte del diritto di libertà di parola. Ma non confondiamo il diritto a pensare ciò che vogliamo con il fenomeno preoccupante e dilagante della disinformazione.

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