Il Superuovo

Le Olimpiadi come vetrina per il rispetto dei diritti umani: scopriamolo attraverso la loro storia

Le Olimpiadi come vetrina per il rispetto dei diritti umani: scopriamolo attraverso la loro storia

Finalmente, le Olimpiadi di Tokyo, rinviate a quest’anno a causa della pandemia, stanno per cominciare. 

Mancano ancora diverse ore alla cerimonia inaugurale di quest’edizione ritardataria dei Giochi di Tokyo 2020. Ma quelle che stanno per iniziare, sono già le Olimpiadi dei diritti. Lo ha dimostrato la prima partita del torneo femminile di calcio: le calciatrci di Gran Bretagna e Cile si sono inginocchiate prima della partita, in segno di solidarietà col movimento “Black Lives Matter”. Non è sicuramente la prima volta a cui  in cui olimpiadi e politica (in particolare il tema dei diritti umani) si mischiano, rendendo lo sport un testimonial per messaggi importantissimi.

Jesse Owens: l’atleta che ammutolì il regime nazista

Il primo caso in cui lo sport scosse il mondo del potere, della politica sono state le Olimpiadi di Berlino del 1936. La leggenda vuole che il 4 agosto, al termine della gara di salto in lungo vinta da Jesse Owens, Adolf Hitler si sia rifiutato di congratularsi col campione afroamericano che aveva battuto proprio il tedesco, peraltro suo grande amico, Luz Long. Nella sua autobiografia Owens,invece, fornì un’altra versione dell’accaduto, affermando che il Cancelliere tedesco lo fissò, si alzò e lo salutò agitando la mano. Lui fece altrettanto, rispondendo al saluto. Comunque sia, lo stesso Hitler a causa di discriminazioni nei confronti di altri atleti afroamericani (tra cui l’olimpionico di salto in alto Cornelius Johnson) e non solo fu ammonito dall’allora presidente del CIO Henry de Baillet Latour, per il quale non erano tollerabili distinzioni fra i premiati. Da allora, al di là dei podi, i nazisti decisero di cancellare le celebrazioni pubbliche al termine delle gare. Lo stesso Owens poi dovette subire anche l’umiliazione di non essere ricevuto nemmeno in patria dal “suo” presidente, Franklin Delano Roosevelt. Per diverso tempo dopo il suo ritorno a casa, Owens difese il modo con cui era stato trattato da Hitler e dalla Germania, soprattutto in confronto all’accoglienza che aveva ricevuto dai suo connazionali una volta tornato negli Stati Uniti, dove la segregazione razziale era ancora in vigore (e lo sarebbe stato per altri trent’anni). Owens paragonò il fatto che Hitler gli avesse inviato un proprio ritratto autografato con il comportamento del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, che non lo invitò alla Casa Bianca e non gli fece nemmeno una telefonata di congratulazioni. In Germania Owens aveva dormito negli alberghi insieme agli altri atleti e alle altre celebrità. Quando negli Stati Uniti partecipò a una manifestazione all’albergo Waldorf Astoria, fu costretto a entrare dall’ingresso posteriore e a utilizzare l’ascensore di servizio invece di quello riservato agli ospiti bianchi dell’albergo. Raccontò in un’intervista che dopo tutte queste storie su Hitler e il suo affronto, quando era tornato nel mio paese non poteva ancora sedermi nella parte anteriore degli autobus ed era costretto a salire dalla parte posteriore. Non poteva vivere dove voleva.

Il “black power” alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968

Sicuramente l’immagine più iconica è quella che ci riporta al podio dei 200 metri alle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico: i due (afro)americani Tommie Smith (primo) e John Carlos (terzo) si presentarono senza scarpe con le calze nere e con un guanto nero rispettivamente infilato nella mano destra del vincitore, e in quella sinistra del compagno. Quando salirono le note dell’inno nazionale statunitense i due alzarono il pugno abbassando contestualmente la testa. Il “black power” era sbarcato alle Olimpiadi. Più tardi Smith disse: “Se ho vinto sono un americano, non un nero americano. Ma se faccio qualcosa di cattivo dicono che sono un negro”. Non meno eclatante, sullo stesso podio, fu la presa di posizione solidale della medaglia d’argento, l’australiano Peter Norman, che si presentò mostrando la spilla dell’Olympic Project for Human Rights. Norman pagò a caro prezzo l’appoggio ai “colleghi” a tal punto che fu vittima di una campagna del tutto ostile in patria e la sua federazione gli impedì di partecipare alle Olimpiadi di Monaco del 1972, nonostante avesse conseguito i tempi e il diritto all’ammissione. Cadde in depressione e per vedersi riabilitato dovette aspettare gli organizzatori di Sydney 2000 che lo vollero nella loro squadra: fu comunque una vittoria parziale. Norman morì d’infarto nel 2006 e al suo funerale la bara venne sorretta proprio da Smith e da Carlos. L’influenza del gesto di Smith e Carlos è percepibile ancora oggi: ne è un esempio il caso dei giocatori afroamericani di football inginocchiati durante l’inno americano, una delle storie sportive dell’anno scorso. L’immagine è stata riprodotta su magliette, murales, libri e poster; alla protesta di Smith e Carlos sono stati dedicate centinaia di articoli, libri, interi documentari. Negli ultimi anni l’hanno citata i rapper Jay-Z, Kendrick Lamar e gli A Tribe Called West, tra gli altri. Dietro al pugno chiuso di Smith e Carlos c’era la battaglia per i diritti civili, e in particolare per quelli degli afroamericani, che nel 1968 aveva raggiunto il suo apice. Tre anni prima c’era stata la marcia di Selma, l’anno precedente c’erano state rivolte in oltre 100 città americane, e sei mesi prima era stato assassinato Martin Luther King. Ma nel giugno dello stesso anno era stato ucciso anche Bobby Kennedy, ed erano gli anni della guerra in Vietnam: nelle successive interviste, Smith spiegò che quello suo e di Carlos non era il saluto del Black Power, lo slogan delle proteste afroamericane, ma più in generale un gesto di protesta a favore dei diritti umani.

Il coraggio delle donne a Tokyo 1991 e ad Atene 2004

Tornando a tempi più recenti, una figura che è emersa in tutta la sua forza è sicuramente quella della algerina Hassiba Boulmerka, specialista dei 1500 metri, in grado di vincere la sua gara ai Mondiali di Tokyo del 1991 e soprattutto alle Olimpiadi di Barcellona l’anno seguente. Dopo il successo in Giappone il Gruppo Islamico Armato (una formazione integralista) la condannò a morte perché rea di presentarsi “a tutto il mondo seminuda”. L’atleta che andò a preparare i Giochi in Germania sotto scorta, in una intervista alla BBC ricorda il clima che si respirava prima della sua partenza per l’Europa, poiché, durante la preghiera del venerdì presso la sua moschea l’imam disse che non era musulmana, perché voleva correre in pantaloncini mostrando le sue gambe e le sue braccia. Disse che era anti-islamica. A Barcellona non sbagliò nulla e vinse la medaglia d’oro: “E’ stato un trionfo per le donne di tutto il mondo, perché resistano ai loro nemici. E’ questo quello che mi ha reso più orgogliosa”. Hassiba non rinunciò a vivere in Algeria, anche se le minacce alla sua persona non terminarono con le Olimpiadi. Un’altra donna che portò alle Olimpiadi le sofferenze non solo di un genere, ma addirittura di un popolo condannato alla guerra, fu Sanaa Abu Bkheet. Palestinese di Haifa, non si avvicinò ai risultati di Hassiba Boulmerka ma la sua presenza ad Atene 2004, nella città culla dello spirito olimpico, fu un bell’esempio di come lo sport può vincere anche sulla guerra. Sanaa, costretta ad allenarsi sulle strade vicino casa o in spiaggia perché l’unica pista di atletica di Gaza venne distrutta da un bombardamento, si riuscì a qualificare solo grazie a un regolamento che prevede per una nazione la partecipazione di almeno due atleti a prescindere dalle loro prestazioni. Superando mille difficoltà logistiche la prima donna di Palestina a partecipare ai Giochi si presentò in pista per le batterie degli 800 metri, arrivando ultima. Ma la sua presenza fu già una vittoria. Una grande vittoria.

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