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Sessant’anni dalla morte di Hemingway: il suicidio non è la chiave, ce lo insegna Schopenhauer

Sessant’anni dalla morte di Hemingway: il suicidio non è la chiave, ce lo insegna Schopenhauer

Il 2 luglio 1961 muore suicida Ernest Hemingway. Perché il suicidio non è una via di liberazione? Scopriamolo con Arthur Schopenhauer. 

Hemingway in una notte estiva, il 2 luglio 1961, decise di togliersi la vita. Sicuramente non potremo mai comprendere davvero le ragioni del suo atto definitivo, peròSchopenhauer avrebbe avuto molto da ridire. Il filosofo tedesco, infatti, dichiara che il suicidio non può essere letto come una via di liberazione dal dolore, al contrario è una delle affermazioni più potenti della volontà di vita.

BREVE BIOGRAFIA DI HEMINGWAY: SCOPRIAMO CHI ERA

Hemingway, nato nel 1899 a Chicago, è lo scrittore simbolo del Novecento. Due tra le sue opere più influenti sono: Fiesta – il sole sorgerà ancora e Il vecchio e il mare.

Fiesta – il sole sorgerà ancora è stato pubblicato nel 1926 a New York. E’ un romanzo fortemente autobiografico. Narra delle avventure esperite da Ernest, sua moglie e alcuni amici  in Spagna. L’autore non solo descrive le peripezie del viaggio, le varie vicende, ma ci accompagna anche attraverso una crescita personale e intima dei personaggi, fino a svelarne i loro pensieri più intimi e le numerose inquietudini esistenziali. Hemingway ci guida tra la Spagna e i confini delle anime a lui care.

Il vecchio e il mare è un breve romanzo scritto nel 1951. Il protagonista è Santiago, un vecchio pescatore. Alle prese con una pesca arida, dopo ottantaquattro giorni in cui non è riuscito a catturare nulla, decide di non arrendersi e nuovamente prende il largo. L’uomo finalmente cattura un enorme Marlin (un pesce appartenente alla famiglia Istiophoridae), ma gli squali, un pezzo alla volta, divorano la preda. Santiago si ritrova con una grande lisca, simbolo della vittoria e della maledizione sconfitta.

LA DEPRESSIONE, IL DRAMMA ESISTENZIALE, LE CRISI OSSESSIVE

Nel 1957 Ernest visse un anno buio, piatto, apparentemente senza via d’uscita. Non aveva più motivazione per scrivere, il suo stato d’animo gli impedì di portare a termine un articolo per la rivista The Atlantic Monthly. Si spostava di rado da casa, decise di andare a New York, ma rientrò nella sua dimora ancora più demotivato rispetto alla partenza. La città caotica, i grattacieli, la confusione, lo avevano destabilizzato e disgustato al tempo stesso.

Nel 1958 riprese a scrivere regolarmente riguardo gli anni trascorsi a Parigi. Proprio in questo periodo iniziarono a manifestarsi i suoi primi atteggiamenti persecutori e le sue manie ossessive. Dal 1960 in poi le sue manie presero sempre più spazio nella vita quotidiana di Ernest. La sua famiglia, i suoi amici iniziarono a rendersi conto della gravità della situazione, ma nessuno aveva pensato al possibile suicidio. Le crisi depressive lo spingevano a comportarsi in modo irrazionale, l’agitazione gli causava grandi vuoti di memoria ed Ernest non riusciva a fidarsi più di nessuno, dubitava di tutti.

Al culmine della gravità lo scrittore statunitense cominciò a vedere complotti ovunque, per questo motivo i suoi amici decisero di farlo ricoverare. Venne internato nella clinica Mayo del Minnesota sotto falso nome. Durante il ricovero venne sottoposto a numerosi elettroshock che gli causarono ulteriori perdite di memoria. Quando venne dimesso, si trasferì a Parigi, ma ormai non aveva più le forze per riuscire a recuperare uno stato psicofisico stabile. Piangeva di continuo, non riusciva a prendere peso ed era convinto di avere un cancro. Inoltre, i numerosi elettroshock a cui era stato sottoposto in clinica lo avevano fortemente destabilizzato:

“Che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente.”

Dopo essere stato dimesso dalla clinica Ernest tentò il suicidio, ma la moglie Mary riuscì a distrarlo e lo fece ricoverare nuovamente. Venne trasferito nuovamente nella clinica psichiatrica Mayo, lo misero in isolamento per due mesi. Dopo essere stato nuovamente sottoposto alla terapia elettroconvulsivante, iniziò a parlare della morte:

“Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.”

Il 2 luglio 1961, la moglie Mary fu svegliata da un forte boato, Ernest durante la notte, dopo aver passato una piacevole giornata, decise di togliersi la vita tramite un fucile.

SCHOPENHAUER: IL SUICIDIO NON E’ UNA VIA PLAUSIBILE PER LIBERARSI DAL DOLORE

Schopenhauer nell’opera Il mondo come volontà e rappresentazione analizza, tra le altre cose, la tematica del suicidio. Talvolta il suicidio è stato ritenuto come una possibile via di fuga, l’atto estremo che l’individuo esegue per reagire al dolore. Di fronte a situazioni drammatiche il suicidio è stato quasi reso legittimo, cosa fare quando apparentemente sembra non esserci più nulla per cui vivere? Il filosofo tedesco con la sua saggezza cerca di insegnarci come in realtà scappare da una vita che ci rende infelici è l’ennesima dimostrazione della nostra volontà di vivere. Se l’ipotetico suicida si rende conto di essere insoddisfatto dello stato attuale di cose, di come il corso della sua esistenza si sta evolvendo e decide per questo di togliersi la vita, non risolve assolutamente nulla. Mettere fine alla propria vita corrisponde ad affermare la volontà di vita. In che senso? Non ci si suicida contro la vita, perché non si crede in essa e perché realmente non si ha più voglia di vivere, ma perché della vita si è insoddisfatti.

Suicidarsi non risolve le cose, le porta solamente a termine, senza offrirci la possibilità di un riscatto.

 

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