Il Superuovo

“Il confronto” è stimolante o annichilente? Decliniamo, con Ugo Fabietti, i suoi tratti

“Il confronto” è stimolante o annichilente? Decliniamo, con Ugo Fabietti, i suoi tratti

Confronto: la nostra vita si basa su questo, è un bene o un male? Forse non esiste una risposta univoca, è uno di quei concetti essenzialmente relativi.

Siamo maschere o meglio le cambiamo a seconda del nostro interlocutore, dell’obiettivo che ci siamo prefissati di raggiungere e talvolta rimaniamo di stucco, un confronto inaspettato ci mostra che abbiamo sbagliato a scegliere maschera.

La comparazione

La comparazione, un tema comune evidente agli occhi di tutti eppure per questo a tratti impossibile da spiegare: come San Bernardo di Chiaravalle, che quando gli chiesero di descrivere la cappella dove da sempre pregava rimase interdetto, a corto di vocaboli; si presta sempre meno attenzione a ciò che si ha attorno costantemente.

È un argomento o meglio definendolo, un modo di procedere nella vita che, però, accomuna tutti gli esseri umani: si avanza sulla base di comparazione, quando si riconosce il simile dal dissimile, il conosciuto dall’ignoto.

Nel film “Il confronto” di Jack Gold, del 1973, viene portato in primo piano l’aspetto della comparazione, evidenziando come in ogni aspetto della realtà si trovi la necessità di schierarsi, prendere posizione e dunque, inevitabilmente confrontarsi.

L’opera cinematografica è un dramma religioso ambientato nel futuro, al centro viene posto il conflitto teologico tra due mentalità apparentemente opposte e incompatibili, una più vicina ai cambiamenti del Vaticano e una fortemente radicata alla tradizione; si arriverà a un confronto produttivo o all’annichilimento di ambe due le parti?

Ugo Fabietti

Ugo Fabietti è stato uno dei maggiori antropologi italiani, una vita profondamente accademica come mostra il suo percorso di studi che l’ha visto in ben tre atei, durante la sua formazione: quello dell’Università degli studi di Milano, di Pavia e all’ EHEES di Parigi, in altri ancora nella sua carriera da docente.

Una vita all’insegna della filosofia, nella sua totalità di aspetti, da quella teoretica, a quella antropologica, sociale e culturale che l’ha portato a diventare dapprima ricercatore all’università di Torino e poi docente universitario all’università di Milano Bicocca, dove ha contribuito alla fondazione del dipartimento di Scienze Umane per la formazione.

Un orgoglio italiano, spentosi nel 2017, di cui troppo spesso, se non per chi fa parte del settore, si tende a dimenticare.

Il metodo comparativo

“Tutto per l’antropologia, può essere comparato. Il suo progetto è vasto come il mondo e si estende orizzontalmente nello spazio come verticalmente nel tempo.”

 

Ugo Fabietti inizia il suo saggio evidenziando come qualsiasi metodo comparativo necessita in primis una definizione dei termini stessi della comparazione.
Si avvale di un esempio per esplicare al meglio quanto appena detto, un esempio non di quelli banali, come d’altronde non ci si potrebbe aspettare da lui.
Prende come modello il progetto dell’evoluzionismo ottocentesco dove la “cultura” nell’accezione di “sistema complesso” risultava divisibile in elementi separabili i quali, soli, potevano facilmente essere confrontati con altri frammenti desunti da contesti culturali differenti.
L’antropologia culturale ha fin dalla sua origina sviluppato il concetto di “comparazione” sebbene questo si sia trovato ad assumere forme e sfumature sempre nuove man mano che, tenendosi per mano, il progresso sia umanistico che scientifico compievano un passo in avanti;  dapprima gli antropologi dipingevano la loro scienza come “oggettiva”, creando una relazione diretta tra “fatto” e “fonte”, se quest’ultima era ritenuta autentica automaticamente anche il fatto assumeva le sembianze di verità. Il punto veramente debole, volgendo uno sguardo al passato, si mostra nella mancanza di un interrogativo sull’applicabilità universale o meno di un tratto culturale appena scoperto.

Lo sviluppo ha permesso di andare oltre, di comprendere come la “comparazione” più importante fosse quella sussistente tra, non solo realtà culturali differenti, ma soprattutto tra sapere effettivo e la realtà, nella sua accezione panottica, solo con questo tipo di forma mentis saremo per sempre in grado di fare “il salto” quello che ci permette di assumere sembianze nuove e che ci rende individui in eterna crescita.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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