Il Superuovo

“Morire per raccontare”: il documentario mostra il ruolo del reporter e i suoi rischi

“Morire per raccontare”: il documentario mostra il ruolo del reporter e i suoi rischi

Il dovere di informare e la lotta per sopravvivere. Questi sono gli elementi che caratterizzano la vita di un reporter di guerra. Una professione pericolosa ma finalizzata alla diffusione delle notizie globali più importanti.

Il documentario “Morire per raccontare” descrive i pericoli che si celano dietro la professione del giornalista inviato. Affrontiamo tale argomento considerando anche come, alla luce del diritto, si può intraprendere un percorso lavorativo di questo tipo in Italia.

Le basi giuridiche della carriera giornalistica in Italia

Da un punto di vista giuridico, la professione del giornalista in italia trova un importante punto di riferimento nell’articolo 21 della Costituzione.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione

In merito è opportuno spendere qualche parola. Innanzi tutto, se ci serviamo di una lettura superficiale e generica possiamo interpretare quanto disposto da tale articolo costituzionale come il diritto in generale di esprimere ciò che si pensa, facendo uso dei vari mezzi di comunicazione esistenti, partendo dunque dalla parola e la stampa fino ad arrivare agli strumenti più innovativi che sono stati resi disponibili nel tempo. Uno sguardo più profondo rivela invece una duplice constatazione. Difatti, alla libertà negativa di manifestare il proprio pensiero si accosta un’importante libertà positiva, che si riferisce al diffondere tale idea tramite i mezzi di comunicazione esistenti. In riferimento all’ambito che ci interessa, ovvero il ruolo del giornalista, incontriamo dunque da un lato il diritto di esprimere un proprio pensiero, dall’altro la possibilità di usufruire i vari sistemi comunicativi esistenti per diffonderlo a livello professionale. Il mestiere del giornalista in Italia appare caratterizzato anche da altre disposizioni giuridiche, le quali ad esempio regolamentano le modalità per avviare tale percorso lavorativo, per il quale appare necessario svolgere diciotto mesi di praticantato presso una testata giornalistica in cui vi siano almeno quattro giornalisti professionisti. Successivamente è necessario sostenere la prova di idoneità professionale, che se superata comporta poi altri accorgimenti legislativi da seguire. Rispetto a tale argomento occorre seguire ad esempio l’istituto della rettifica, che prevede la rettifica delle dichiarazioni inserite in un periodico o in un quotidiano considerate lesive dai soggetti coinvolti.

I reporter italiani più famosi

Tra i reporter italiani più famosi non possono non essere menzionati Oriana Fallaci, Tiziano Terzani e Ilaria Alpi. Oriana Fallaci, nata a Firenze il 29 giugno 1929, è conosciuta per essere una delle figure più emblematiche nel panorama giornalistico italiano. La sua vita è costellata da traguardi importanti, partendo dall’affiancamento del padre durante gli anni della resistenza. Conciliando il lavoro di cronaca alla scrittura di romanzi, Oriana ha raggiunto le località più tese del globo. Nel 1954 ad esempio si recò a Teheran, dove svolse un’importante intervista alla moglie dello Scià. Venne inviata anche in Vietnam negli anni sessanta, dove si recò molteplici volte ed ebbe modo di mostrare al mondo cosa si stava verificando in tale luogo, rivelandone le sofferenze e tutti i lati oscuri. Il suo stile era famoso per essere particolarmente tagliente, duro e razionale, come rivela la scena in cui durante un’intervista con Gheddafi lei destò molto scalpore togliendosi il velo con cui si copriva la testa. Tiziano Terzani nacque a Firenze il 14 settembre 1938 e intraprese un fruttuoso percorso di studi, passando dall’Università di Pisa fino a conseguire un importante master presso la Columbia University di New York. Divenne rapidamente corrispondente italiano da varie parti del mondo, partendo dal continente asiatico. Da qui potè spiegare quanto avvenne in Vietnam, Hong Kong e Cambogia. Dovette affrontare molti ostacoli, tra cui l’arresto a Pechino, che fu seguito da pratiche particolarmente dure e che lo portarono ad essere allontanato dalla nazione. Ilaria Alpi è invece un volto tristemente ricordato nella storia italiana, in quanto la sua dedizione per approfondire le tensioni somale relative al traffico di armi e di rifiuti la condusse ad una triste sorte, infatti fu uccisa insieme al suo operatore Miran Hrovatin nel marzo del 1994.

Il documentario “Morire per raccontare”

Datato 2018, il documentario “morire per raccontare” è diretto dal reporter di guerra Hernan Zin. Il giornalista partecipò alla campagna in Afghanistan, dal quale uscì molto segnato. A seguito di tale esperienza decise di riunire una serie di reporter spagnoli e intervistarli, in modo da far trapelare cosa significhi realmente svolgere questo tipo di professione. Ciò che emerge è un duro prezzo da pagare, in quanto il reporter deve sempre recarsi in prima linea, schivando la morte per poter portare a compimento il proprio lavoro. Ognuno di loro racconta la propria esperienza, le proprie sfide, i propri traumi. Il fattore che li accomuna è il forte senso di vicinanza alla propria famiglia e alla quotidianità nei momenti più difficili, come un collegamento psicologico necessario per evadere dal dolore quotidiano. Ciò che ha spinto o spinge tutt’ora ognuno di loro a proseguire tale percorso è la viscerale necessità di rivelare al mondo cosa avviene realmente nei territori di guerra, non limitandosi alla scarna contrapposizione “stato x contro stato y“, ma dando voce anche a tutte le realtà circostanti, come il tormento dei cittadini di tali nazioni, le difficili situazioni socio-economiche e le complicazioni politiche. In conclusione, quella del reporter è sicuramente una delle professioni più pericolose al mondo, ma appare mossa da un obiettivo preciso: il raccontare. Questo costa la vita a molti di coloro che partono per raggiungere tale traguardo, altri invece sopravvivono ma ne rimangono segnati a vita. Traspare comunque un profondo senso di dovere relativo a ciò che avviene in paesi meno fortunati rispetto a quelli in cui viviamo, dunque il sapere e il conoscere non si limitano ad essere delle capacità dell’intelletto di ogni essere umano, ma si mostrano come dei veri e propri doveri.

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