La solitudine come investimento in noi stessi

La solitudine come investimento in noi stessi

13 Luglio 2018 Off Di Francesco Rossi

La solitudine di essere i primi

Quante volte, persone a noi care oppure direttamente noi stessi, siamo stati vittime di critiche o addirittura bullismo perchè, ad esempio, alle elementari preferivamo giocare da soli invece che in compagnia? Oppure quando, nonostante gli stimoli degli amici o dei nostri genitori, abbiamo inventato scuse degne di un romanzo pur di rimanere a casa, dove ci divertivamo molto di più. Ma può davvero la solitudine essere considerata un difetto? A proposito di romanzi, Ernest Hemingway nel discorso che fece fare in sua vece quando ricevette il premio Nobel nel 1954, affermò come la solitudine possa essere un modo per confrontarsi ogni giorno con l’eternità e con la sua mancanza, certo del fatto che uno scrittore riesca ad esprimere tutto sè stesso solo in una condizione di isolamento. E non è il solo a confermare ciò. Steve Wozniak, cofondatore della Apple, sostiene analogamente Hemingway ampliando il campo a ingegneri, inventori e più in generale, artisti. Essere delle persone solitarie non è un difetto, molte volte si tratta di genetica, ma in generale è fondamentale per l’essere umano riuscire a ritagliarsi dei momenti in cui essere da solo in balìa dei propri pensieri, per poter aumentare la propria creatività e lasciare che il proprio inconscio sbrighi i nostri problemi con più razionalità.

 

La solitudine a livello scientifico

Come citato in precedenza, il fattore genetica gioca un ruolo inevitabile nella condizione di solitudine dell’uomo. Ricercatori dell’Università di Cambridge confermano l’esistenza di quindici diversi tipi di geni che in qualche modo sono legati ai tratti caratteriali della solitudine e della socialità. Manipolare i geni a proprio piacimento è, ovviamente, fuori discussione. È però possibile riuscire a tenere sotto controllo e “raddrizzare” le conseguenze che potrebbero portare il possesso di determinati geni, attraverso aiuti a livello relazionale con i propri coetanei e ridurre le difficoltà di socializzazione.

Nel corso degli anni la scienza è riuscita a dimostrare come la solitudine porti anche benefici.  Secondo lo studio redatto dallo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, durante la crescita, gli adolescenti con più difficoltà a stare da soli tendono ad avere uno sviluppo della creatività molto minore rispetto ai loro coetanei “solitari” i quali, afferma il ricercatore Reed Larson, si sentono meno impacciati quando sono soli con sè stessi, sviluppando così molto di più le loro capacità. Non è da confondere però la solitudine adolescenziale e saltuaria con un vero e proprio isolamento protratto nel tempo. Quest’ultimo è nella maggior parte dei casi un problema comune alla popolazione anziana. L’isolamento longevo causa nel corso del tempo una sorta di alterazione del sistema immunitario, “infiammando” così l’intero organismo. Questa infiammazione può portare a malattie croniche come il diabete, problemi cardiovascolari e patologie autoimmuni.

La mancanza di relazioni sociali diventerebbe, dunque, un problema dannoso alla salute tanto quanto l’alcool o il fumo di sigaretta.

 

William Mongioj