La crisi delle certezze filosofiche è un Dio che è morto: da Nietzsche a Guccini

La demistificazione delle illusioni della tradizione è il movente che guida le correnti di pensiero che invocano rivoluzione, cambiamento, rinnovo di ideali e credenze che si aspira a trasformare in pezzi d’antiquariato. Mausolei da ricordare solo per il loro valore storico ma da non considerare favorevoli all’epoca corrente.

Ritratto di Nietzsche.

La concezione nietzschiana di Dio

Per Nietzsche Dio è sostanzialmente il simbolo di ogni prospettiva oltremondana che ponga il senso dell’essere in un altro mondo contrapposto a questo mondo. Rappresenta anche la personificazione delle certezze ultime dell’umanità, ossia di tutte le credenze metafisiche e religiose elaborate attraverso i millenni per dare un senso e un ordine rassicurante alla vita. Dio e l’oltre-mondo sono per Nietzsche una fuga dalla vita e una rivolta contro questo mondo. Scriverà nell’Anticristo: <<In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la forma di ogni calunnia dell'”aldiquà”, di ogni menzogna dell'”aldilà”. A tale formula, Nietzsche contrappone la propria accettazione dionisiaca dell’esistenza. Secondo il filosofo, l’immagine di un cosmo ordinato e benefico è soltanto una costruzione della nostra mente: “C’è un solo mondo ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso.” Da ciò il proliferare delle metafisiche e delle religioni, tutte protese a compiere degli esorcismi protettivi nei confronti di un universo che “danza sui piedi del caso“. Dinanzi allo sguardo disincantato del filosofo, le metafisiche e le religioni si palesano per quello che sono, cioè decorazioni della realtà e menzogne millenarie, formulate dagli uomini per riuscire a sopravvivere. Da qui il messaggio inquietante di Nietzsche: Dio è la più antica delle bugie vitali. La coscienza di vivere in un mondo “sdivinizzato” è così radicata in Nietzsche da spingerlo a ritenere superflua ogni ulteriore dimostrazione della non esistenza di Dio. L’idea di quest’ultimo, per il filosofo, è confutata dalla realtà stessa, cioè dall’essenza malefica e caotica del mondo. Del resto, come si è detto, all’origine dell’idea di Dio c’è la paura dell’uomo di fronte all’essere.

Friedrich Nietzsche.

Francesco Guccini e il suo richiamo al filosofo

Francesco Guccini, classe 1940, è uno dei cantautori italiani degni di maggiore nota. I suoi testi simili a delle poesie cantate e il profondo signfiicato racchiuso in questi, lo hanno reso un artista amato da un pubblico più sensibile e meno superficiale, data la sua grande attenzione posta nella stesura dei contenuti più che della musica. Lui definisce le sue melodie “decenti”, forse piacevoli, ma che non fanno di lui un musicista. Le sue canzoni sono opere ricche di citazioni e rimandi letterari, da cui si evince la sua grande passione per la lettura e la scrittura. La canzone “Dio è morto” è stata prodotta dal compositore all’età di 25 anni, mosso dal suo animo anarchico e perennemente contro corrente. “Cercare il sogno che conduce alla pazzia/Nella ricerca di qualcosa che non trovano/Nel mondo che hanno già” sfoga il bisogno di una presa di coscienza da parte della società del suo alimentarsi di menzogne, pur di tranquillizzare gli animi e fornire un senso alle sofferenze e le ingiustizie della vita. “M’han detto/Che questa mia generazione ormai non crede/In ciò che spesso han mascherato con la fede/Nei miti eterni della patria e dell’eroe/Perché è venuto ormai il momento di negare/Tutto ciò che è falsità/Le fedi fatti di abitudini e paura/Una politica che è solo far carriera/Il perbenismo interessato/La dignità fatta di vuoto/L’ipocrisia di chi sta sempre/Con la ragione e mai col torto/È un Dio che è morto/Nei campi di sterminio, Dio è morto/Coi miti della razza, Dio è morto/Con gli odi di partito, Dio è morto”. Con questo passaggio, Guccini esalta il cambiamento in parte avvenuto nelle nuove generazioni che hanno smesso di conformarsi a delle convinzioni prescritte, probabilmente grazie alla maggiore istruzione, la maggiore informazione e la possibilità, dunque, di crearsi un’opinione propria, che molto spesso in passato era negata. “Ma penso/Che questa mia generazione è preparata/A un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/Ad un futuro che ha già in mano,/A una rivolta senza armi,/Perché noi tutti ormai sappiamo/Che se Dio muore è per tre giorni /E poi risorge,/In ciò che noi crediamo Dio è risorto,/In ciò che noi vogliamo Dio è risorto,/Nel mondo che faremo Dio è risorto.” In quest’ultimo estratto,  il cantautore rivendica il suo sentimento di speranza e positività nei confronti di un futuro che è già in mano alla nuova generazione, che pare pronta ad affrontare le difficoltà che inevitabilmente sorgeranno per la strada verso il cambiamento.

Il cantante Francesco Guccini

Pecora nera per scelta

“Ma i moralisti han chiuso i bar/e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori:/è bello ritornar normalità,/è facile tornare con le tante stanche pecore bianche!/Scusate, non mi lego a questa schiera:/morrò pecora nera!” (Canzone di notte). Spesso Guccini ha recitato nei suoi testi di aver sempre rivestito il ruolo di pecora nera del gregge, preferendo la solitudine alla così aspirata “normalità”. Per quanto riguarda  Nietzsche, nel passato, l’alternativa presa in considerazione era interpretare la sua filosofia come un “risultato” della sua malattia, o la sua malattia come “risultato” della sua filosofia. In ogni caso, a causa del giudizio positivistico, una filosofia dovuta ad una mente malata è anch’essa malata. In seguito la situazione è radicalmente mutata. Anzi, in alcuni settori della critica si è teso piuttosto a valorizzare la malattia di Nietzsche, scorgendo in essa una condizione favorevole alla sua creatività filosofica. Sarebbe anche in virtù della sofferenza e della solitudine che Nietzsche, lasciandosi alle spalle le illusioni dei “sani”, ha potuto attingere un punto di vista anticonformista sul mondo. Gli studiosi odierni hanno finito per liquidare l’intera questione dei rapporti tra filosofia e malattia come storiograficamente irrilevante. Le pecore nere in fondo raramente sono dannose, semplicemente richiamano l’attenzione per il loro essere diverse dal resto. Spesso, ci si accorge in seguito dell’importanza del loro ruolo. “Per poterti superare, sii te stesso fino in fondo, non infingardo. (…) un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi la pensa diversamente va spontaneamente in manicomio. (…) Sono tutti malati e intossicati di pubblica opinione. (…) Bisogna imparare ad amare se stessi, di amore integro e sano: in modo da resistere a restare con se stessi e non vagare qua e là.”  -F. Nietzsche.

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