Paolo Virzì ci è noto alle cronache per due eventi recenti: l’uscita del suo nuovo film Notti magiche e la separazione con Michela Ramazzotti. È noto anche per le innumerevoli candidature – e vittorie – ai premi cinematografici più ambiti in Italia come il David di Donatello, Nastri d’Argento, Globo d’Oro e l’amatissimo Festival del cinema di Venezia. Virzì nella sua esperienza cinematografica ha tutto da raccontare, come una lente di ingrandimento sulla volga che è il cinema italiano fatto di competizione, fortuna, agganci e pluralismo interpretativo. C’è chi può e chi vorrebbe spiccare. C’è chi deve e chi potrebbe, ma non vuole. Troppe individualità per un numero così limitato di sedie, anche se qualcuno si spaccia per falegname e alcune per sé riesce anche a costruirle. Parliamo di possibilità, di scelta, d’individualità, di realizzazione, di cinema.

Il cinema di Virzì

In quasi tutti i suoi capolavori, Virzì, come in Notti Magiche sopra citato, in Capitale Umano, La prima cosa bella, La pazza gioia, Tutta la vita davanti, il regista riesce a immettere in un unico contesto tre elementi: l’individuo, la società e il sentimento. L’effetto che provoca nello spettatore è contraddittorio, perché nella genesi dell’opera si viene quasi sopraffatti dall’ansia, che muta in ripudio fino ad approdare alla libertà, a tratti malinconica e in altrettanti quasi ingiusta. Comunque sia una libertà felice, come piena realizzazione dell’individuo che è stato capace di scegliere in quale direzione andare. Il rimorso di aver potuto essere altro, avendo tra l’altro infinite possibilità di crescita, sembra svanire lasciando posto alla propria realizzazione. In fondo siamo esseri limitati, nonostante dentro di noi sembrano crescere spinte utopiche.

La consapevolezza

La presa di consapevolezza viene stimolata, come anche il disagio predominante all’inizio delle storie, nel rapporto con l’altro. I personaggi di Virzì non si conoscono interiormente e nella lotta nel proprio contesto culturale necessario, perché nessuno decide di nascere a Torino come a Genova o in periferia piuttosto che in un paesino di montagna, si alienano. Risultano cechi di fronte a sé stessi nel silenzio e nella solitudine. La confusione e l’imposizione al movimento perenne ci distraggono, che sia per affitto, amici, lavoro, divorzio, o per propria attività sessuale, lo sguardo e le unghie sono sempre al di fuori di noi, quando dovrebbe essere il contrario.

Il valore della scelta

Tutto si ripete fino al punto di rottura, poi l’implosione. È ora che risale il sentimento, ma non come terzo stadio del cammino. C’era sempre stato, solo in forme diverse. Il protagonista si vede, come le scelte che ha di fronte, sgomento e sa quale via dovrebbe e vorrebbe percorrere, come sa che indietro non si potrà più tornare compiuto il salto. L’individuo si scopre perciò malato e immerso in quel circolo deviato che è il mondo, ossia l’altro.

È difficile trovare una mediazione e molti pensatori se ne sono accorti: dalle maschere di Pirandello alle marionette di Bergman, con il medium è il messaggio di Mcluhan e l’esistenzialismo di Sartre. Da Kierkegaard di Timore e Tremore a Foucault negli studi su l’esclusione sociale tramite carceri e manicomi. Presero tutti consapevolezza, che il rapporto io-l’altro, individualità-mondo è perverso e da entrambe le parti si possiedono mezzi di simulazione e dissimulazione dannosi per tutti, ma utili a farci prendere respiro, almeno per un attimo. Una volga di pensieri e racconti, ora finalmente presenti al cinema.

Il finale

Virzì nel finale cerca sempre di trovare una soluzione. I personaggi si scoprono liberi in modo autentico, hanno percorso quello che il proprio ambiente aveva posto di fronte a loro. È come se il regista volesse giocare fino al limite della sopportazione umana, ma con leggerezza. Le immagini, le musiche, le ambientazioni delle trame sollevano la visione, mentre nel mezzo c’è l’inferno e contribuiscono ad esprimere una malinconia leggera, quasi impercettibile. Sta qui il sentimento e forse è il sintomo che il peggio debba ancora arrivare.

Gioca su l’ingenuità, l’essere sempliciotti ma per questo veri. Insomma, è un cinema d’autore senza forse troppe presunzioni o frasi d’effetto, perché quello che c’è da esprimere è spesso meno difficile di quanto pensiamo.

Simone Pederzolli

 

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