Il Superuovo

Il valore terapeutico dei videogiochi

Il valore terapeutico dei videogiochi

I videogiochi sono da sempre una delle forme d’intrattenimento preferite dai giovani ma non solo: si stima che ad oggi il numero dei gamers in tutto il mondo sia di circa 1,2 miliardi.
Il fascino dei videogames tuttavia rappresenta anche una lama a doppio taglio, poiché un uso intensivo può portare a quello che recentemente la OMS ha definito Gaming Disorder, ovvero dipendenza da videogiochi, una vera e propria psicopatologia.
Eppure, in controtendenza, i videogiochi si sono rivelati utili come strumento terapeutico, in particolare contro disturbi dell’apprendimento (dislessia in particolare) e depressione.

I benefici del gaming sul cervello

Contro la Dislessia
Il dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova in collaborazione con quello di Neuropsicologia dello Sviluppo e Riabilitazione ha recentemente scoperto l’influenza positiva che i videogames, in particolare gli action games, hanno su pazienti, bambini (7-13 anni) quanto adulti (19-28 anni), affetti da dislessia.

Questi, agendo sui circuiti legati alla percezione del movimento, richiedono l’attenzione a più stimoli contemporaneamente o in rapida sequenza, rendendo necessaria una selezione ottimale delle informazioni visive ambientali per massimizzare il compito: ciò comporta un accelerazione della lettura e quindi un potenziamento dell’attenzione visiva.
Il videogame necessita che il giocatore focalizzi la sua attenzione orientandola verso l’informazione rilevante nel dato momento, sollecitando le abilità di percezione del contesto e di rapida attenzione al particolare: 12 ore di action gaming (9 sedute da 80 minuti ciascuna) migliora le capacità di lettura dei bambini dislessici molto più rispetto a compiti e strumenti classici.

I bambini che avevano utilizzato videogiochi d’azione erano in grado di leggere più velocemente senza perdere in accuratezza e avevano fatto progressi anche in altri test di attenzione, riuscendo ad orientare e focalizzare la loro attenzione per estrarre le informazioni rilevanti di una parola scritta in modo più efficiente. Inoltre, per la natura “giocosa”, i casi di drop-out sono drasticamente ridotti se non quasi nulli. I miglioramenti ottenuti permangono anche a distanza di tempo dal trattamento videoludico.

Attenzione però: non è un trattamento fai-da-te ed è quindi necessario che il bambino sia comunque seguito da un neuropsicologo. Inoltre, come detto sono efficaci solo certi tipi di videogiochi: quelli che presentano stimoli multipli e rapidi a cui è necessario rispondere velocemente, poiché agiscono sui circuiti cerebrali legati alla percezione del movimento (videogames test sono stati i vari Call of Duty o Battlefield, ma anche il più leggero Rayman Raving Rabbids).

Uno dei videogiochi testati, Rayman Raving Rabbids

Da questa prima ricerca, il campo si è esteso a madrelingua inglesi e ad adulti (tra i 19 ed i 28 anni): nel primo caso, oltre alla sollecitazione attentiva, entra in gioco anche la memoria verbale e fonetica, data la complessità maggiore dell’inglese e la differenza sostanziale tra parlato e scritto; questo risultato permette di estendere lo strumento terapeutico anche a dislessie linguistiche e non più solo visive; con gli adulti, le sedute di gaming sono state accompagnate da rilevazioni cerebrali tramite TMS (stimolazione trans-cranica), con risultati incoraggianti.
Queste ricerche hanno permesso di approfondire l’origine della dislessia, in particolare si ha avuto conferma che alla base di essa vi siano deficit di attenzione visiva.
Si pensa inoltre che lo stesso trattamento possa funzionare anche con soggetti discalculici.

 

Contro la Depressione

Qui i risultati sono discordanti: chi concorda sull’efficacia dei videogiochi contro la depressione riporta risultati che avevano mostrato come gran parte delle persone quando gioca senta una maggiore autostima rispetto al normale, più energia fisica e forti emozioni positive, come l’entusiasmo e la curiosità, tratti opposti a quelli tipicamente depressivi. Le tecnologie di oggi (fMRI) ci permettono di avere anche un corrispettivo neurologico: durante le sedute di gaming, vengono attivate aree cerebrali corrispondenti alla motivazione e al raggiungimento di obiettivi (il cosiddetto reward system) e quelle associate all’apprendimento e alla memoria (stimolazione ippocampale), costantemente sollecitate. Il raggiungimento dell’obiettivo richiede attenzione costante, che accresce la motivazione e il senso di determinazione, con conseguente gratificazione alla sua riuscita e aumento dell’autostima. L’attenzione è mantenuta e raggiunta anche grazie alla struttura del videogioco, che richiede al giocatore capacità ed impegno sempre maggiore, sollecitando le capacità di apprendimento per superare livelli man mano più difficili, rendendo necessario il migliorarsi costantemente: è questa probabilmente la caratteristica maggiormente gratificante nei videogiochi.
Questi due sistemi (memoria e ricompensa), sollecitati mentre si videogioca, sono invece costantemente inibiti in soggetti clinicamente depressi: in quest’ottica allora, videogiocare può effettivamente svolgere un ruolo terapeutico contro la depressione, anche e soprattutto alla luce delle correlazioni che vedono i videogiochi non tanto come causa della stessa, quanto più come strumento di coping (sollievo) verso situazioni stressanti o di disagio.

Anche in questo caso tuttavia è bene che il videogioco sia uno strumento da usare in un approccio terapeutico più ampio e sistemizzato, per evitare il rischio di distacco dalla realtà e la già sopracitata dipendenza da videogiochi.

 

Marco Funaro

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: