Il Superuovo

Schiavi moderni: il traffico degli esseri umani in Italia

Schiavi moderni: il traffico degli esseri umani in Italia

Troppo spesso, il cosmo di crimini ascrivibili al fenomeno della tratta degli esseri umani è fortemente sottovalutato. La massa identifica le vittime come carnefici, ignorando i veri fautori di tale scempio. Chi muove gli ingranaggi del meccanismo non riscuote l’importanza mediatica che meriterebbe. A tal proposito, è quantomeno fondamentale cercare di spiegare i suddetti aspetti in modo preciso ed analitico. Molto spesso, ciò che allontana il grande pubblico dalla verità è proprio una pregressa interiorizzazione di concetti errati o fuorvianti, come quelli, noti, legati alla prostituzione di donne straniere in Italia. Quali sono dunque quegli aspetti di fondamentale importanza da tenere in considerazione per descrivere il fenomeno?

Classificazione

Prima di iniziare il discorso, è bene fare una cruciale distinzione. Il traffico degli esseri umani, definibile come quell’insieme di attività criminose caratterizzate dal trasferimento illegale di persona attraverso due o più Stati, può essere diviso in due categorie. Una è certamente il contrabbando di migranti, spesso al centro delle questioni riguardanti la recente scena politica italiana. Esso è più facilmente descrivibile come il favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Tratto distintivo è l’assenza di reclutamento vero e proprio, in quanto le persone oggetto del trasferimento si offrono al contrabbandiere di loro spontanea volontà. Sono loro stesse infatti a cercare lo smuggler (termine tecnico con cui si definisce l’autore di tale reati) spinti dalla voglia di migliorare la propria condizione di vita.

L’altra categoria è la nota tratta degli esseri umani (la più nota di tutti è, certamente, la prostituzione). Si distingue dalla precedente per la presenza di sfruttamento delle persone trasferite, a differenza dello smuggling in cui il rapporto tra autore e vittima si esaurisce con l’arrivo nel Paese straniero. Altra differenza sostanziale risiede in materia giuridica: il trafficking (nome gergale della tratta) è considerato un crimine con una vittima in carne ed ossa, identificata con la persona sfruttata. Al contrario, lo smuggling equivale unicamente ad un crimine contro lo Stato.

Prostituzione in Italia

C’è da porsi una domanda fondamentale. Quali sono le cause alla base della diffusione del fenomeno? Dati statistici mostrano tre diversi fattori: il primo, più ovvio degli altri, è il grado di povertà presente nel Paese di provenienza della persona sfruttata. Il desiderio di fuggire verso Paesi più ricchi spinge spesso le vittime tra le braccia di loschi personaggi affiliati a organizzazioni criminali, i quali promettono oasi di ricchezza e opportunità. Un secondo fattore è la presenza di radicati e molto ben organizzati canali di traffico, paralleli ad altri “prodotti” del mercato criminale, quali armi e droga. In ultimo, tale business è capace di garantire lauti guadagni per lunghissimo tempo e a basso costo, oltre che con pochissimi rischi.

Las Elegidas (2015)

In Italia, i criminologi hanno notato come la prostituzione sia un fenomeno regolato prevalentemente dalla Mafia, suddiviso in tre livelli interdipendenti tra loro. Un livello alto, comprendente quelle organizzazioni con base etnica-nazionale che gestiscono in primo luogo i trasferimenti. Un livello medio, in cui organizzazioni operanti in posti strategici (come località di confine) ricevono il lavoro affidatogli dal livello alto e procedono ad un primordiale smistamento delle persone tra le varie organizzazioni minori. Infine, un livello basso in cui tali organizzazioni radicate nelle realtà locali ricevono i clandestini, ne curano smistamento e lavoro e consegnano i loro guadagni ai capimafia.

Nella nostra penisola, due sono i principali sistemi prostituzionali di larga diffusione.

Il modello nigeriano e il modello albanese

Il modello nigeriano ha trovato terreno fertile nell’Italia degli anni ‘80, a seguito del boom di notizie riguardante l’AIDS. Con le donne italiane scartate a prescindere dagli acquirenti del sesso facile, le prostitute nigeriane acquistarono una sorta di valore aggiunto, poiché straniere. Tale modello si differenzia dagli altri per la sua peculiarità di essere una rete composta dagli stessi nigeriani, e quindi difficilmente mischiandosi con organizzazioni del luogo. La vittima ha il primo contatto con la rete attraverso lo sponsor (un amico o parente che racconta loro false promesse circa i trasferimenti in Italia). Egli anticiperà i soldi del viaggio, facendo però promettere alla malcapitata di restituire la cifra (in media sui €50.000) attraverso un giuramento che, in molti casi, è parte addirittura di un rituale sacro, tipico dei villaggi più poveri del paese africano. In seguito, le donne verranno affidate ad un trolley, l’uomo che le scorterà in Italia. Qui incontreranno la Madam, abitualmente una ex prostituta (divenuta tale in seguito alla restituzione del debito) che le orienterà al lavoro che le aspetta.

Altro modello assai diffuso è il modello albanese. Il periodo della sua nascita si stima intorno al collasso del Regime Comunista, nei primi anni ‘90. In genere, è il fidanzato della vittima, alla quale promette una romantica fuga d’amore, che spinge al trasferimento. Una volta introdotta in Italia, la vittima viene psicologicamente e fisicamente sottoposta a pestaggi e stupri di gruppo, in modo da ottenere il suo assoggettamento e costringerla alla prostituzione. Certamente, la situazione odierna in Albania è assai diversa: la conoscenza del fenomeno è diffusa e le ragazze sono molto più all’erta circa tali proposte. Tuttavia, negli ultimi anni si è notato un certo cambio di rotta che vede altri paesi dell’Est Europa presentare gli stessi sintomi. Il racket albanese diventa quindi pericolosamente transnazionale, in un contesto normativo internazionale non ancora in grado di trovare la quadratura del cerchio.

 

Lorenzo Di Salvatore

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