Il mito della caverna e gli Hikikomori: quando le ombre diventano reali

Il fenomeno degli Hikikomori conta un milione di persone in Giappone, Paese in cui la comunità degli “isolati” è maggiore, circa l’1% della popolazione. Nel resto del mondo i numeri scendono sensibilmente: in Italia circa 100.000 persone sono interessate, mentre in Francia la patologia non è riconosciuta come tale e dunque non ci sono stime ufficiali. Ma di cosa si tratta?

Video tratto dal canale italiano WesaChannell, esplicativo riguardo al fenomeno Hikikomori.

Il termine Hikikomori in Giapponese significa letteralmente “isolarsi”. Il fenomeno, infatti, identifica quegli individui che non escono di casa per almeno 6 mesi. A volte, la reclusione volontaria dura per addirittura decenni. I soggetti più affetti sono primogeniti maschi, tra i 13 e i 15 anni, tutti abitanti nei Paesi più sviluppati del mondo. Nella cultura di massa e negli spazi mass mediatici, gli Hikikomori hanno trovato enorme spazio. Può essere considerata sicuramente la forma “modernizzata” di quelli che sono gli eremiti. Isolamento volontario. Ma c’è di più.

Platone e la caverna: ombre e mondo esterno

Il problema principale di un Hikikomori è quindi l’uscita. Il tema dell’uscita è proprio della filosofia. Che sia nella questione della comunicazione, della politica o della religione, la filosofia ha a che fare con l’uscita. Uscita da se stessi principalmente. Platone e il suo mito più celebre, quello della caverna, è un inno all’uscita. Il mito è sostanzialmente una grande metafora, per spiegare il ruolo della filosofia e del filosofo, calcando il solco lasciato dal grande maestro e mentore di Platone, ovvero Socrate. Il racconto è ambientato in una caverna. All’interno degli uomini legati, volti verso la parete di fondo, vedono per tutta la vita scorrere su di essa delle ombre, proiettate grazie ad un fuoco acceso alle loro spalle. Le ombre appaiono grazie a degli uomini che, protetti da un muro che ne impedisce la vista, fanno scorrere degli oggetti. Tali oggetti appaiono agli uomini imperfetti, di riflesso, solo una mera rappresentazione di ciò che invece è reale (mondo delle cose). Uno degli uomini si libera e inizia a risalire la caverna verso l’uscita, faticosamente e impiegando molto tempo. Una volta fuori vede però gli oggetti di cui prima conosceva soltanto l’ombra. La luce del sole questa volta, diretta e reale, permette la visione degli oggetti per come sono realmente, senza filtri e imperfezioni. (mondo delle idee). Il filosofo, scendendo di nuovo all’interno della caverna per “svegliare” gli altri uomini, viene preso per pazzo ed ucciso. Qui l’omaggio a Socrate, costretto a bare la cicuta in seguito all’accusa di cattivo indottrinamento. Gli Hikikomori, in un universo del genere, che ruolo giocherebbero?

L’isolamento e le ombre telematiche degli Hikikomori

Gli Hikikomori si isolano per lungo tempo, generalmente nella propria stanza, addirittura senza mai più guardare la luce del sole. Il mondo reale dunque, quello in cui Platone vede splendere la luce del sole, non esiste più. I motivi ovviamente sono svariati, da quelli ambientali a familiari o di predisposizione, ma l’esito è lo stesso. Non si tratta tuttavia di un isolamento totale, bensì di una partecipazione ad una diversa dimensione della società: quella virtuale. Del resto già Aristotele sosteneva la natura socievole dell’uomo. Se le difficoltà che si riscontrano da un lato di una stessa medaglia sono insormontabili, diventano una risorsa sul versante opposto. Gli Hikikomori sono infatti ottimi internauti e videogiocatori. Restano in media davanti ai videogiochi anche per 10 ore al giorno, o di più. Chiaramente ciò non significa che chiunque giochi inline sia un potenziale eremita. I sintomi e le premesse sono molti di più e, naturalmente, lo strumento (in questo caso il videogioco) non è mai il problema. Il problema è l’uso che se ne fa. Il videogioco è essenzialmente una riproduzione della realtà. Imperfetta, limitata e a volte fantasiosa. Proprio come le ombre della caverna di Platone. Nella scalata verso l’uscita il filosofo trova fatica, ostacoli, si procura ferite e graffi. Uscendo non è abituato alla luce del sole, e inizialmente prova dolore agli occhi. Stessa cosa accade nei rapporti umani. Riuscire ad essere compresi e ben voluti implica una strada fatta di incomprensioni e dolori. Molti non hanno le risorse o il coraggio, i quali vengono principalmente dalla famiglia. Per questo il rifugiarsi nelle ombre, nella finzione, appare come l’unica cosa reale.

Intervista ad un ex Hikikomori, tratta dal canale Youtube di divulgazione “Hikikomori Italia”

Lo stress della vita sociale e la ricerca della libertà

Si individuano spesso gli Hikikomori a partire da ciò che lasciano fuori, da ciò che non hanno. Persone che non escono di casa, non hanno amici, non hanno lavoro né occupazione. Ma cosa hanno, o almeno, cosa ritengono di avere? L’assoluta libertà. La fuga dal reale prevede conseguentemente la fuga dagli schemi, rigidi e tristi, dai doveri e dalle regole, scritte e non, dell’infinita trama dei rapporti umani. Ciò che molti ex Hikikomori raccontano, è che nella reclusione volontaria riuscivano a trovare un ampio respiro, come se stare in società prevedesse quell’inevitabile porsi a contatto, che implica anche la necessità di stringersi, di dover condividere e di doversi esporre. L’idea che la mia libertà sia limitata da quella dell’altro, non rende affatto liberi. Il limite, il confine è ciò che preclude la libertà. A questo punto, l’idea di scegliere i propri limiti, o quantomeno accoglierli appare anche comprensibile. Tutti gli Hikikomori infatti hanno qualcosa per cui rigettano la società. Che abbiano subito bullismo, delusioni amorose, scolastiche o lavorative hanno motivi per odiare la vita socievole e quindi per volere l’isolamento. Le ombre dunque, che siano quelle in una caverna, che sia un videogioco o una chat anonima, sostituiscono le figure reali, che sì, sono vere, ma dolorose, soprattutto per chi, per una ragione o per un’altra, non ha le risorse per affrontarle.

Marco Braconi

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