Bambino autistico rifiutato dai genitori: i modelli di assistenza sociale tra fascismo e liberalismo

Un bambino autistico è stato rifiutato all’età di 11 anni dai suoi genitori che non hanno trovato il supporto necessario per sostenere tale situazione. Serve forse una riforma nelle istituzioni assistenziali italiane? Se sì, quali sono i modelli principali in materia di assistenza?

È giovedì 25 luglio quando arriva una telefonata a Casa Sebastiano, struttura trentina che si occupa di problemi riguardanti l’autismo. Dall’altra parte del filo si trova un assistente sociale, che comunica: “Dobbiamo trovare una sistemazione per un bimbo di 11 anni con diagnosi di autismo. La famiglia non lo vuole più”.

La struttura di Casa Sebastiano nel Trentino

Le lacune delle istituzioni

La situazione prospettatasi porta gli operatori a parlare di fallimento delle istituzioni: la decisione di madre e padre sarebbe stata infatti dettata da un vuoto istituzionale.

È innanzitutto Giovanni Colletti, fondatore e presidente di Casa Sebastiano, che denuncia una mancanza di aiuti e fondi, e soprattutto un errore nell’approccio, spesso solo medico e farmacologico, a situazioni simili, che necessitano invece di altri strumenti di intervento.
Opinione comune è infatti che manchino delle strutture dedicate e soprattutto mezzi di aiuto a tali famiglie, che da sole non riescono a sostenere le spese extra per il mantenimento di figli con necessità particolari.
Tale mancanza è confermata dal fatto che la stessa Casa Sebastiano non possegga l’autorizzazione necessaria per accogliere il bambino, in quanto minorenne, e dall’assenza, spesso dopo la fine della scuola dell’obbligo, di supporto e sostegno in età adulta per persone con tali condizioni.

Non è la prima volta che le strutture di aiuto sociale in Italia subiscono delle pesanti critiche e mostrano delle evidenti lacune: ma è questo l’unico modello adottabile?
In realtà già nel ventesimo secolo era aperto il dibattito in materia tra due posizioni opposte: quella del fascismo e quella dello stato liberale, le quali sarà utile esaminare per cercare delle pezze con cui riempire i buchi del sistema italiano odierno.

L’assistenzialismo fascista

Dopo la conquista del potere, Mussolini capì di aver bisogno del consenso dei ceti medi: per questo si impegnò in una politica di aiuto sociale.
La prima mossa avvenne nel 1928, quando vennero garantite a famiglie numerose esenzioni fiscali e l’assegnazione di alloggi popolari: non risultando però tali manovre sufficienti per l’aumento della popolazione, venne intensificata la propaganda per la crescita demografica, che culminò nel 1933 con una premiazione delle 93 madri più prolifiche d’Italia.
Altro atto importantissimo per la politica sociale fascista fu quello di fondazione, nel 1925, dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia), ente assistenziale con il compito di tutelare e proteggere madri e bambini in difficoltà.
Alla sua nascita tale struttura doveva rispondere a due necessità del regime fascista, ovvero il controllo dell’educazione dei nascituri tramite la successiva Opera Balilla e, contemporaneamente, la subordinazione sociale delle donne, viste solo come produttrici di futuro consenso e di futuri soldati.
Per questo lo stato fascista viene definito assistenzialistico: esso infatti nella storia accentuò le sue attività in materia sociale in modo da limitare il più possibile lo spirito di intraprendenza e di cambiamento sociale che dovrebbe caratterizzare invece i cittadini di uno Stato che si definisce moderno.

Manifesto di propaganda fascista

Il welfare liberale

Opposto a questo si trova invece il modello liberale di welfare, ovvero di Stato sociale, nel quale è presupposta una libertà e capacità dei cittadini nel “cavarsela da soli”.
Da tale premessa deriva dunque il tipo di azione che uno Stato simile si prefigge: esso fornisce l’aiuto sociale non a tutti e indiscriminatamente ma solo a chi è ritenuto bisognoso di tali provvedimenti; per questo tale meccanismo è spesso definito residuale, in quanto si occupa di una fascia ristretta di popolazione.
Il resto della popolazione, invece, può accedere a tali servizi acquistandoli sul mercato: l’esempio più lampante di tale welfare si costituisce nel modello degli Stati Uniti.

A costituire un’alternativa all’assistenza gratuita presente ora in Italia, vi sono due modelli di aiuto sociale: il primo che si inserisce con prepotenza e a mo’ di regime nella vita dei cittadini in modo da controllarli obbligandoli a far parte delle sue strutture; il secondo che invece lascia al cittadino una grandissima libertà sociale cercando di dare meno spazio possibile allo Stato all’interno della vita delle persone.
Ora: è chiaro come raggiungere una perfezione nella struttura sociale e assistenziale sia un obiettivo molto distante dall’essere raggiunto, come dimostra l’accaduto di giovedì; l’importante tuttavia è che da queste situazioni si arrivi al riscontrare lacune istituzionali e problemi strutturali a cui rimediare al più presto.

Davide Zanettin

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