Il caso del banchiere Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri,Weber e Kant lo avrebbero difeso

Un direttore di banca toglie i soldi dai conti dei clienti più abbienti per aiutare persone in difficoltà economica. Viene licenziato e condannato, abitazione pignorata e due anni patteggiati. Un’azione illecita per una buona causa, un’opera di bene con i mezzi sbagliati, forse gli unici, ma pur sempre sbagliati. Quanto incide l’importanza del fine, la giustezza morale dello scopo, nell’agire dell’uomo? Fino a che punto i mezzi possono essere giustificati in relazione ad un proposito eticamente perseguibile? Weber parla di Etica dell’intenzione e di Etica della responsabilità, Kant di Imperativo categorico e Imperativo ipotetico. La legalità è subordinabile alla moralità? In che misura?morale

Il caso

Udine, la Filiale di Forni di Sopra è teatro di scandalo, Gilberto Baschiera, ormai ex-direttore, fa sparire in sette anni oltre un milione di euro dai conti dei clienti più facoltosi per distribuirli ai più bisognosi. Un’azione che gli è costata il posto di lavoro, la casa, e due anni di carcere con pena sospesa per appropriazione indebita e truffa. Dal 2009 Gilberto ha deciso di ribellarsi ad un sistema che premia i creditori più abbienti e trascura chi è in difficoltà, facendo giustizia a suo modo, al modo di un onesto cittadino che ha scelto i mezzi sbagliati per fare del bene. “Li avrei restituiti tutti quei soldi” afferma l’ex-direttore, “Quando la vicenda è venuta a galla ho telefonato a tutti coloro a cui avevo sottratto il denaro, spiegando loro cosa mi avesse spinto a farlo”. I giornali lo chiamano il ‘Robin Hood’ del nostro tempo che, come il brillante fuorilegge di Nottingham protagonista di film, canzoni, romanzi e chi più ne ha più ne metta, toglie ai ricchi per dare ai poveri, un’icona di altruismo disinteressato, di benefattore che agisce, però, fuori dai limiti della legge, una figura che incarna perfettamente il concetto dell’etica weberiana dei principi, che richiama il concetto alla base dell’Imperativo categorico di cui parla Kant.morale

Weber e i due volti dell’Etica

Il caso Baschiera è un chiaro esempio di un comportamento volto in maniera del tutto disinteressata al bene, al giusto. Weber lo definirebbe razionale rispetto al valore, determinato, cioè, dal valore morale dell’azione in sé, indipendentemente dal fine prefissato; un’atteggiamento che va collocato nella dimensione di quella che egli chiama, in ‘Politica come professione’, Etica dei principi, la quale massima impone un’agire indipendente dallo scopo, indifferente al contesto e che mira alla coerenza dell’azione stessa con un valore intenzionale moralmente retto. Tradotta in termini religiosi risponde al dovere cristiano di agire “da giusto, rimettendo l’esito nelle mani di Dio” (‘Politica come professione’ pp.109). Secondo questa logica “se le conseguenze di un’azione, derivante da un puro principio, sono cattive, a suo giudizio ne è responsabile non colui che agisce, bensì il mondo, la stupidità degli altri uomini o la volontà di Dio che li ha creati tali” (Ibidem). L’atteggiamento etico dell’intenzione è quello che ha alimentato l’animo di tutti coloro che hanno combattuto in nome della fede, dai crociati ai millenaristi fino ad arrivare ai nostri giorni con la Jihad dei musulmani. Un’etica troppo astratta, acosmistica, dice Weber, che non può e non deve,da sola, guidare l’agire umano poiché inadatta alle dinamiche mondane. Una rielaborazione del machiavellico fine che giustifica i mezzi? No, nell’etica dell’intenzione non ci sono mezzi, non ci sono fini, si parla solo di azioni giuste. In “Politica come professione” vengono delineate le caratteristiche che, idealmente, dovrebbe avere il politico per eccellenza e Weber spiega che l’Etica dell’intenzione non è adatta alla politica se non frammista all’Etica della responsabilità. Chi agisce secondo questa tiene conto, invece, delle conseguenze, si sente responsabile del proprio agire ma pecca nella considerazione proporzionale della logica mezzi-fini: più il fine è giusto più sblocca mezzi drastici per raggiungerlo.  Inoltre l’etico della responsabilità soffre una concretezza esasperata che lo vincola radicalmente alla mondanità, Weber afferma che per fare politica “Dobbiamo essere nel mondo ma non del mondo”. Le due etiche non sono in opposizione, sono due facce della stessa medaglia, la medaglia del politico di professione, e devono collaborare perché l’azione risulti adeguata alle circostanze. morale

L’Imperativo kantiano

La struttura dell’Etica weberiana richiama la distinzione di Kant, esposta nella “Fondazione della metafisica dei costumi” , approfondita e chiarita poi nella “Critica della Ragion Pratica”, tra Imperativo categorico e ipotetico. In Kant la moralità è l’adesione della volontà, che non è altro che la facoltà della ragione pratica, alla legge morale interna all’uomo, principio fondante dell’azione moralmente retta, universale e a priori. Perché la volontà si conformi a questa regola morale bisogna che essa assuma la forma dell’obbligazione, dell’imperativo, a causa della natura pulsionale costitutiva dell’uomo che potrebbe cedere alle inclinazioni, “tutti gli imperativi sono espressi da un dover essere e denotano il rapporto di una legge oggettiva della ragione con una volontà che, per la sua costituzione soggettiva, è determinata da essa non in modo necessario (con una costrizione)” ( Fondazione della metafisica dei costumi). Come affermato in precedenza la distinzione kantiana è tra Imperativo categorico e ipotetico, la differenza sta nel fatto che negli imperativi ipotetici l’azione è volta al conseguimento di uno scopo prestabilito, essi prescrivono mezzi che sono buoni in quanto oggettivamente efficaci, in vista di fini che però non sono determinati dalla ragione, ma dalle inclinazioni individuali: per questo i mezzi possono essere buoni, in senso tecnico, mentre i fini possono essere moralmente buoni, indifferenti o cattivi. L’Imperativo categorico invece è ‘la forma dell’obbligazione in generale’, è dovere disinteressato e comanda la volontà ad agire prescindendo da qualunque inclinazione sensibile o fine particolare assumendo un punto di vista universale. Esso, afferma Kant, è apodittico, sempre valido e necessario. Corrisponde col principio weberiano dell’intenzionalità etica, dell’agire per l’agire, della coerenza solo ad un movente intrinseco giusto e alla razionalità dell’azione rispetto al valore del movente stesso.

Se Weber e Kant fossero qui, Gilberto Baschiera avrebbe due accaniti sostenitori e incalliti difensori della sua causa.

Samuele Beconcini

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