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I 5 esperimenti psicologici più famosi (ed eticamente scorretti) della storia

I 5 esperimenti psicologici più famosi (ed eticamente scorretti) della storia

La storia della psicologia è disseminata di interessanti sperimentazioni che hanno permesso di chiarire sempre di più i meccanismi della mente e del comportamento umano. Oggi, però, certi esperimenti, soprattutto per questioni etiche, non potrebbero mai essere condotti.

Il metodo sperimentale solitamente si riferisce a una prassi strutturata ed estremamente controllata, che consiste nel formulare una serie di ipotesi, che verranno poi verificate, confermate o disconfermate empiricamente, a cui eventualmente segue la generalizzazione del risultato ottenuto. Grazie all’applicazione del metodo sperimentale, in psicologia è stato possibile osservare e registrare accuratamente numerosi eventi in tutte le loro manifestazioni sia psichiche sia comportamentali. Le diverse caratteristiche di un fenomeno psichico sono considerate variabili e possono essere direttamente manipolate dallo sperimentatore o semplicemente osservate nell’ambiente in cui si verificano.

Attualmente, l’American Psychological Association (APA) ha un codice di condotta molto preciso relativamente all’etica negli esperimenti psicologici. Gli sperimentatori, infatti, devono rispettare norme concernenti diversi aspetti, dalla tutela dei partecipanti al consenso informato. Tuttavia, non è sempre stato così: infatti, prima dell’introduzione di un commissione etica, sono stati condotti alcuni degli esperimenti più controversi e famosi nella storia della psicologia. In questa sede, saranno esposti 5 celebri studi che hanno suscitato molto clamore a causa della loro poca etica.

1) L’esperimento del Piccolo Albert di John B. Watson e Rosalie Rayner

L’esperimento del Piccolo Albert fu condotto nel 1920 da John Watson e Rosalie Rayner alla Johns Hopkins University. L’esperimento, il cui scopo era di condizionare una fobia in un individuo emotivamente stabile, consisteva nel posizionare il bambino su un materasso o su un tavolo in mezzo a una stanza, assieme a un topo da laboratorio, con il quale gli era permesso giocare. Tuttavia, ogni qualvolta il bambino tentava di interagire con il topo, gli sperimentatori emettevano un fortissimo suono colpendo con un martello una barra d’acciaio sospesa, terrorizzando così il piccolo, che rispondeva piangendo e mostrando paura. Dopo aver ripetutamente sottoposto il piccolo Albert a questi due stimoli accoppiati, gli venne mostrato esclusivamente il topo, ed egli si mise subito a piangere tentando di allontanare l’animale.

Watson creò anche simili riflessi condizionati con altri animali e oggetti comuni (conigli, barba di Babbo Natale, ecc.) finché Albert mostrò segni di paura per tutti gli oggetti. Sebbene Watson avesse pensato al da farsi per rimuovere le paure condizionate dal bambino, non ebbe mai il tempo di provare tale desensibilizzazione.

2) L’esperimento della bambola Bobo di Albert Bandura

Questo esperimento del 1961 condotto da Albert Bandura intendeva spiegare come si sviluppa un comportamento aggressivo, che cosa spinge le persone a compiere atti aggressivi e cosa determina se continueranno a comportarsi in modo aggressivo o meno.

All’esperimento parteciparono 72 bambini di una scuola materna della California, di età compresa tra i 3 ed i 6 anni: ogni bambino era coinvolto nell’esperimento singolarmente e senza alcun tipo di condizionamento da parte di altri compagni della classe.

Nel primo gruppo ogni bambino veniva portato dallo sperimentatore all’interno di una stanza in cui erano presenti diversi tipi di attività (adesivi, francobolli, colori, ecc…); nella stessa stanza era anche presente un adulto, posizionato in un angolo e circondato da giocattoli (tra cui la bambola Bobo). Durante l’esperimento l’adulto iniziava  a utilizzare i giocattoli, per poi mostrare comportamenti aggressivi verso la bambola Bobo, che veniva ripetutamente sgridata, colpita con calci e pugni e lanciata per aria. Il secondo gruppo di bambini era invece posto all’interno di un’altra stanza in cui il modello adulto giocava ignorando completamente la bambola. Dopo circa 10 minuti lo sperimentatore rientrava nelle stanze, sia del primo che del secondo gruppo, faceva uscire il soggetto adulto e accompagnava il bambino in un’altra sala piena di giochi con cui gli era concesso interagire.

Tutti i bambini del primo gruppo reagirono aggredendo sia verbalmente che fisicamente Bobo: addirittura, molti bambini utilizzarono martelli giocattolo presenti nella stanza non solo per aggredire la bambola Bobo, ma anche altri oggetti.

3) L’esperimento sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram

L’esperimento di Milgram sull’obbedienza alle autorità aveva lo scopo di misurare la volontà dei partecipanti allo studio, di obbedire a un’autorità che ordinava di compiere atti in conflitto con la propria coscienza personale.

All’inizio degli esperimenti lo psicologo assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “studente” ad un complice e di “insegnante” al soggetto che partecipava all’esperimento. L’insegnante poteva controllare gli interruttori del quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, per dare scosse tra 15 e 450 V.

Per prima cosa l’insegnante era sottoposto alla scossa da 45 V per farlo essere sicuro della veridicità dell’esperimento, poi aveva inizio l’esperimento vero e proprio: l’insegnante leggeva all’allievo delle coppie di parole che quest’ultimo doveva memorizzare; poi l’insegnante ripeteva la seconda parola di alcune coppie e dava all’allievo delle alternative tra le quali questi doveva scegliere quella corretta; in caso di risposta sbagliata l’insegnante puniva l’alunno dandogli scosse di intensità crescente. Il complice doveva fingere la reazione alle scosse con implorazioni e urla sempre più sofferenti al progredire dell’intensità delle finte scosse; raggiunti i 330 V, doveva fingere lo svenimento. Lo sperimentatore esortava in modo pressante l’insegnante, dicendogli che era obbligato a proseguire per la buona riuscita dell’esperimento. L’ultimo interruttore premuto prima che l’insegnasse si rifiutasse di continuare indicava il grado di obbedienza.

Alla fine i soggetti venivano informati della vera natura dell’esperimento, e quindi del fatto che le scosse fossero simulate. I risultati degli esperimenti di Milgram furono inaspettati: una percentuale molto elevata di soggetti obbedì completamente alle istruzioni, anche se con riluttanza.

4) La classe divisa di Jane Elliott

Nel 1968, all’indomani dell’uccisione di Martin Luther King, Jane Elliot, per far capire cosa fosse il razzismo ai propri allievi, divise la classe in due gruppi separati: da una parte mise gli studenti con gli occhi chiari e dall’altra quelli con gli occhi scuri, inventando una motivazione per giustificare la superiorità di quelli del primo gruppo. In ottemperanza a questa finzione i bambini dagli occhi chiari godevano di una serie di privilegi; i bambini con gli occhi scuri invece furono prima “marchiati” con un collare, poi segregati in fondo alla classe e, infine, puniti duramente per ogni minimo errore.

Nel giro di poco tempo, i bambini dagli occhi chiari migliorarono i propri risultati scolastici e iniziarono ad avere atteggiamenti arroganti e prevaricatori verso i compagni dagli occhi scuri, che invece peggiorarono i propri rendimenti e si mostrarono impacciati e timorosi.

Il giorno dopo la Elliott ribaltò l’esercizio, dichiarando superiori gli allievi con gli occhi scuri: questi ultimi si comportarono in maniera molto simile a quella che i compagni con gli occhi chiari avevano adottato in precedenza nei loro confronti.

Alla fine dell’esperimento, la Elliot disse a tutti i bambini di riflettere sull’esperienza vissuta e di scrivere cosa avevano imparato.

5) L’esperimento della Prigione di Stanford di Philip Zimbardo

Nel 1971, lo psicologo Philip Zimbardo condusse un esperimento per scoprire come si sarebbero comportati degli individui messi in una posizione di autorità con potere illimitato.

Oltre a Zimbardo e ad alcuni suoi studenti, che ne supervisionarono l’esecuzione, parteciparono all’esperimento 24 studenti, tutti maschi e bianchi. Furono divisi in modo casuale tra “carcerati” e “secondini”. Quelli a cui era toccato il ruolo dei prigionieri furono arrestati e schedati in una vera stazione di polizia a Palo Alto, poi bendati furono trasferiti nel seminterrato del dipartimento di psicologia della Stanford University, trasformato in una finta prigione. Per rendere l’esperienza il più reale possibile dal punto di vista psicologico, dopo aver rilasciato le impronte digitali i prigionieri furono spogliati, perquisiti e privati degli effetti personali, irrorati con uno spray disinfestante e costretti a indossare un ampio camice riportante un numero di identificazione, dei sandali di gomma e un copricapo ricavato da una calza di nylon, per simulare l’effetto di una rasatura. Per accresce il senso di disumanizzazione, erano chiamati soltanto con il numero loro assegnato e ognuno indossava una cavigliera di metallo a cui era fissata una catena, per ricordare la mancanza di libertà.

I secondini erano divisi in turni in cui si occupavano di pattugliare il seminterrato e di far svolgere ai carcerati dei compiti. Indossavano vere uniformi e occhiali scuri, per impedire il contatto visivo con i carcerati. Sebbene la violenza fisica non fosse permessa, le guardie potevano, a loro discrezione, trattenere il cibo o togliere privilegi ai prigionieri. Le prove di tale violenza, che aumentava soprattutto nelle ore notturne, quando i secondini pensavano di non essere osservati, si videro nelle reazioni dei carcerati: dopo circa 36 ore di prigionia e maltrattamenti da parte delle guardie, uno studente, il detenuto n. 8612, fu rilasciato perché manifestava disturbi depressivi gravi, pensiero disorganizzato, pianto irrefrenabile e attacchi d’ira.

Il secondo giorno altri cinque soggetti vennero rispediti a casa perché accusavano sintomi depressivi, turbe emotive e disturbi di natura psicosomatica. Il sesto giorno dell’esperimento, Christina Maslach, una dottoranda, fu chiamata a intervistare i detenuti: rimase inorridita da ciò che vide, al punto da chiedere a Zimbardo di mettere fine alla prova. Così, l’esperimento, che sarebbe dovuto durare due settimane, durò solo sei giorni.

Quanto era successo a Stanford provava che qualsiasi persona, messa in una posizione di grande potere su altri individui, si trasforma in un aguzzino, non in relazione a predisposizioni personali, ma solo per via della situazione.

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