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La Guerra Santa fu davvero “Santa”? La terza crociata raccontata da Assassin’s Creed I

La Guerra Santa fu davvero “Santa”? La terza crociata raccontata da Assassin’s Creed I

Trattieni la lama dalla carne degli innocenti. Nasconditi alla vista. Non compromettere la confraternita.

Nulla è reale, tutto è lecito.

Il Priore Altair agisce nell’ombra per riportare la pace in una Terra Santa scombussolata dai continui scontri tra i cristiani e i soldati del Saladino durante la Terza Crociata.

Assassin’s Creed I

Assassin’s Creed è il primo della fortunata serie di videogiochi ad ambientazione storica lanciata dalla Ubisoft nel 2007: è il primo capitolo delle vicende su Desmond Miles, un giovane barista i cui antenati erano membri della confraternita degli assassini e con cui egli condivide parte del suo DNA. Ciò gli consente attraverso l’Animus, una macchina creata dalle Industrie Abstergo, di rivivere i ricordi di chi lo ha preceduto e di recuperare informazioni dal passato ritenute perse. Desmond si ritrova così nel pieno della Terza Crociata nel 1191 e rivive parte della storia di Altaïr Ibn La-Ahad, letteralmente “Colui che vola figlio di nessuno”, priore della Confraternita degli Assassini che, a causa di alcune sue azioni che mettono in pericolo la sopravvivenza della confraternita stessa, viene degradato e per recuperare il suo status ha il compito di mettere fine alla sanguinosa lotta tra i crociati e l’esercito del Saladino. Il suo obiettivo è eliminare i membri corrotti che gestiscono la crociata da entrambe le parti e per farlo dovrà agire nelle città di Damasco, Acri e Gerusalemme dove si svolgono tutti gli scontri principali. Egli si scontrerà con crociati, Templari, Teutonici e Saraceni senza alcuna distinzione.

La Terza Crociata

La Terza Crociata bandita da Papa Gregorio VIII ebbe luogo tra il 1189 e il 1192: a rispondere alla chiamata del pontefice furono tre sovrani europei, cioè il re d’Inghilterra Riccardo cuor di Leone, il sovrano di Francia Filippo II e l’Imperatore di Germania Federico I il Barbarossa. Lo scopo della spedizione era quello di recuperare Gerusalemme: la città Santa era infatti caduta in mano ai turchi guidati da una figura molto carismatica, cioè il condottiero curdo Sala al-Din, comunemente noto come il Saladino. Tuttavia questa battaglia contro gli “infedeli” non ebbe i risultati sperati in quanto gli scontri furono violenti ma i cruce signati non riuscirono nel loro intento e conquistarono solamente la città di Acri. Ciò fu dovuto non tanto alla violenza e alla crudeltà del nemico, come spesso si vuole far credere, ma a lotte interne alla stessa fazione cristiana: Federico I il Barbarossa morì annegato attraversando un fiume e il suo esercito restò senza una guida, Filippo II con una scusa decise di ritornare in patria e così, rimasto solo ai piedi di Gerusalemme, Riccardo cuor di Leone decise di iniziare e concludere delle trattative con il Saladino che portarono a dichiarare Gerusalemme una città aperta ad ogni popolo e religione. Ma la mossa diplomatica del sovrano inglese, che anticipa in qualche modo quello che poi sarà l’operato di Federico II di Svevia durante la crociata successiva, non fu vista di buon occhio dal Papa e dall’Imperatore austriaco Enrico VI il quale lo catturò ed imprigionò concludendo le azioni della spedizione. 

Il Saladino e l’Islam

Fondato nel VII secolo a La Mecca dal profeta Maometto, l’Islam è il più puro tra i tre grandi monoteismi infatti ha un credo molto semplice e molto breve se confrontato con il credo niceno-costantinopolitano del cristianesimo; si fonda su un libro sacro, il Corano, composto da 114 sure ognuna delle quali ha un titolo e un tema, ma i musulmani ritengono accettabile l’esistenza di più libri in quanto considerano profeti come Abramo, Mosè o Gesù stesso, tutti presenti nel loro testo sacro, come dei precursori: nella visione islamica ogni profeta ha migliorato ed ha ampliato il messaggio di colui che l’aveva preceduto fino ad arrivare alla versione perfetta, quella del profeta Maometto. Si tratta, quindi, di una religione relativamente giovane ma che ha goduto fin da subito di grande successo: in poco tempo i successori di Maometto, i Califfi prima e i Sultani poi, riuscirono a conquistare ampi territori fino a giungere in Spagna dove la loro avanzata fu bloccata nel 711 da Carlo Martello. Il periodo delle crociate è stato uno dei più bui e sanguinosi.

Si sa che a scrivere la storia sono i vincitori ed esattamente come successe ai tempi delle persecuzioni contro i politeisti, anche nel caso degli scontri contro gli “infedeli”, i seguaci di Maometto, le mistificazioni storiche compiute dai cristiani non sono state poche: la più importate riguarda la figura del condottiero curdo alla guida degli islamici, il Saladino. Originario della Mesopotamia il suo vero nome era “Yusuf”: Salah al-Din era un epiteto che viene tradotto in “restauratore della religione”. Dalle fonti cristiane questo personaggio viene presentato come crudele e spietato ma i veri resoconti storici dicono altro: egli non era solito massacrare le popolazioni dei territori conquistati, come invece facevano i suoi avversari, e lasciava ampie libertà ai popoli sottomessi tra cui anche quella di poter tornare in patria dietro il pagamento di un piccolo riscatto. Non era certamente un esempio di bontà ma non lo nascondeva, il suo obiettivo era ampliare i territori islamici e si batteva per questo. Durante il periodo delle crociate non era descritto con toni lusinghieri, anzi veniva presentato come il grande nemico della cristianità a causa della conquista di Gerusalemme del 1187, ma in seguito alcuni cantori e poeti, anche italiani, hanno riconosciuto a questo personaggio grande saggezza e abilità belliche: Dante nella “Divina Commedia” lo colloca nel limbo tra gli spiriti magni, mentre Maometto sarà all’inferno, e Boccaccio lo rende protagonista di due novelle all’interno del “Decameron”, tra cui troviamo anche la famossissima “Parabola dei tre anelli” riguardante la tolleranza religiosa nella versione originale, cioè quella del Novellino.

Chiarito l’obiettivo degli “infedeli” resta da specificare, al contrario, il motivo della violenza cristiana. 

 

“Non esiste crudeltà per quanto concerne l’onore di Dio”

Non esiste crudeltà per quanto concerne l’onore di Dio” queste sono le parole di Girolamo nella lettera 109.32 e il significato è chiaro: non c’è crudeltà in chi combatte in nome di dio. Sulla stessa scia si colloca anche Agostino quando parla di “crudeltà misericordiosa” in riferimento alle persecuzioni attuate contro i non credenti nel Cristo nei primi secoli di diffusione della nuova religione.

Le motivazioni di queste affermazioni sono da ricercare all’interno del movimento religioso stesso, infatti il cristianesimo è un monoteismo esclusivista ed è proprio questa sua caratteristica che determina la sua violenza: il dio cristiano è un dio geloso che protegge chi gli è fedele ma punisce con forza chi lo tradisce, come nel caso del genocidio ai piedi del monte Sinai, inoltre è un dio unico e questa sua unicità porta a fare una distinzione tra ciò che è vero è ciò che è falso. Dunque se il dio del messaggio di Gesù è l’unico vero ne consegue che tutti gli altri sono falsi, sbagliati, “favole” e che bisogna riportare gli infedeli sulla retta via, non importa se per farlo occorre fare uso della violenza. Costringere gli altri a convertirsi significava salvarli nella prossima vita e quindi non si trattava di crudeltà, ma di misericordia e qualora non avessero voluto farlo l’Esodo è chiaro: “Colui che offre un sacrificio agli déi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio”.

Il cristianesimo, così come gli altri due monoteismi esclusivisti, si lascia dietro una scia di sangue, orrore e devastazione soprattutto durante il periodo delle Crociate, le quali, più che “Guerre Sante” dovrebbero essere identificate come dei veri e propri massacri attuati in nome di Dio, messi in atto perché “Dio lo vuole!”. Dunque, oltre che riconquistare la Terra Santa, l’obiettivo delle crociate era quello di riportare gli infedeli sulla via dell’unico vero Signore anche se questo significava ucciderli o darli al rogo.

Assassin’s Creed I e la tolleranza religiosa

Gesù diceva di predicare la “Verità” ma alla domanda di Pilato “Qui est veritas?” il Messia non dà alcuna risposta: il cristianesimo predica pace e amore ma in nome della verità ha compiuto distruzioni e guerre.

Assassin’s Creed I propone una visione alternativa della “Terza Guerra Santa” presentando in modo negativo ambe le parti in gioco: si tratta di un videogame “prodotto da un team multiculturale di confessione religiosa e credo differente”, che spinge non tanto alla violenza, come molti sostengono, ma alla tolleranza verso il diverso: tollerare non significa “sopportare”, ma “accettare” il diverso senza pregiudizi di alcun tipo.

Lotte intestine esistono anche oggi tra le tre grandi religioni monoteistiche e per questo, a chiusura di questo articolo, vorrei riproporre la “Parabola dei tre anelli” (originaria della raccolta di novelle il “Novellino” e riproposta da Boccaccio) nella rivisitazione di Lessing in “Nathan il saggio“. Un tempo un padre aveva un anello che aveva il potere di rendere grato a Dio e agli uomini chiunque lo possedesse. L’anello veniva passato di generazione in generazione al figlio prediletto, che sarebbe diventato il capo del casato, ma un giorno giunse nelle mani di un padre che amava i suoi tre figli allo stesso modo. Indeciso sul da farsi, l’uomo promise in gran segreto ad ognuno dei tre figli l’anello, chiamò un orafo e ne face produrre altri due identici. I tre anelli erano così simili che neanche il padre riusciva più a distinguere l’originale. Alla sua morte tutti e tre i figli, che avevano ricevuto l’anello, pretendevano di prendere il comando del casato e scoppiò una guerra che li portò di fronte ad un giudice. Quest’ultimo rise di loro invitandoli a ricordare quale fosse il potere dell’anello, cioè un potere di riconciliazione, che com’era ovvio non era in atto in nessuno di loro. I tre fratelli erano dei truffatori truffati in quanto se il potere dell’anello non era in atto in nessuno di loro evidentemente erano tutti falsi. Così il giudice li invitò ad agire come se il potere del’anello fosse in atto in ognuno di loro in modo da dimostrarne l’autenticità.

Nella parabola il padre rappresenta Dio e i tre anelli le religioni del Libro: neanche il padre riconosce più l’originale, dunque ognuno può ritenere che il credo autentico sia il proprio ma non può esserne certo. Ne consegue che ogni religione dovrebbe essere portatrice di pace, dialogo e delle sue migliori risorse: la vera religione è quella che rende gli uomini migliori.

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