Esaltare il brutto: l’imperfezione come sostituta della bellezza nell’arte e nella moda

Il fine artistico, durante l’epoca moderna, non è più quello di rappresentare il “bello”, ma di saper trasmettere emozioni in chi osseva. Questo è anche il principio che ha dato origine al Normcore, moda nata nel 2014, con lo scopo di esprimere se stessi, la propria “normalità”, attraverso abiti brutti e di uso comune.

A partire dall’Antica Griecia filosofi, letterati e artisti hanno provato a definire cosa sia la bellezza, quali siano i suoi canoni e in che modo essi debbano essere rappresentati dall’uomo. Questa, nel corso dei secoli, è stata riempita di significati e valori differenti in base ai contesti storici, sociali e culturali. Nell’età moderna si è iniziato a parlare di estetica del brutto, la quale, inizialmente limitata ad essere considerata il contrario dell’estetica tradizionale, è diventata portatrice di valori nuovi. A partire dalla seconda metà del Settecento, il brutto non viene più considerato come mero disvalore ma diviene un vero e proprio valore artistico, completamente autonomo dal concetto di bellezza. Tale concezione viene fatta propria dagli artisti, i quali sentono il bisogno di esprimere, attraverso un linguaggio proprio, soggettivo, stati d’animo, fenomeni sociali o eventi naturali.

L’evoluzione dell’arte: quando ciò che è brutto diventa bello

La volontà di esaltare ciò che è brutto sembra essere nata nell’arte già dalla fine del XVII secolo, quando si inizia a intuire che anche ciò che è sgradevole può procurare piacere estetico. Questo perché gli artisti iniziano a percepire che, davanti alla rappresentazione di un soggetto brutto e disarmonico, lo spettatore prova delle emozioni. La bruttezza è capace di rimandare a qualcosa di più profondo, lontano da quella definizione di bellezza ormai resa superficiale e troppo rigorosa. Tra il Settecento e l’Ottocento l’arte viene svincolata da qualsiasi fine, riscoprendosi autonoma. In questo periodo essa non è più vista come espressione della ragione e gli artisti iniziano a sostenerne la libertà creativa, contro il condizionamento delle regole classiche. Se nel XIX secolo erano state poste le premesse della negazione dell’estetica del bello, nel Novecento la conclusione tratta da artisti e teorici è che il concetto di bello è talmente impreciso che non è possibile formularne una teoria. Inoltre la bellezza non è una qualità così pregevole come si era ritenuto per secoli. Se un’opera d’arte scuote, colpisce profondamente il fruitore, ciò diviene più importante dell’incantarlo con la sua bellezza. La commozione non si ottiene soltanto con la bellezza, ma anche tramite la bruttezza.  In proposito Guillaume Apollinaire scrisse: “Oggi amiamo la bruttezza tanto quanto la bellezza”. La rivolta del Novecento contro il “bello” è cominciata con la violenza pittorica del Cubismo, passando attraverso l’Espressionismo tedesco, il Futurismo e il Dadaismo, il Surrealismo l’Astrattismo e l’Arte povera, sino ad arrivare all’avanguardia post-moderna. Ad esempio nel 1917 Marcelle Duchamp mise in mostra il suo orinatoio rovesciato (Fountain) e questo gesto, o quello di esporre una ruota di bicicletta appoggiata a uno sgabello, ha rappresentato l’inizio di una rivoluzione. Così egli voleva mostrare, in modo simbolico, l’azione di rottura dell’artista nella prassi del lavoro artistico. Il gesto artistico di Duchamp ha fatto in modo che tutte le forme d’arte e le performance che hanno fatto scandalo in passato diventassero dei modelli di riferimento.

Fontaine, Duchamp

Il Normcore, la moda imperfetta per farsi notare

Miuccia Prada esordisce nel campo della moda nel 1988, osando dove nessuno prima di allora aveva osato: prende la tradizione sartoriale borghese e la scompiglia, la rinnova, inserendoci un elemento brutto. Sfida il motivo guida della moda femminile degli anni ’80, vestirsi per essere desiderabile agli occhi degli uomini, e libera la donna, donandole la possibilità di vestirsi per essere desiderabile a se stessa. Quella della Prada suona come una rivendicazione di stampo filosofico: “Il brutto è attraente, il brutto è eccitante. Forse perché è più nuovo. Per me la ricerca del brutto è più interessante dell’idea borghese di bellezza. E perché? Perché il brutto è umano. Tocca il lato cattivo e sporco delle persone. Nella moda è qualcosa di scandaloso ma nelle altre forme d’arte è normale: nella pittura e nei film la bruttezza è all’ordine del giorno. Ma nella moda non era così, per questo sono stata tanto criticata, per aver inventato la spazzatura e la bruttezza”. Con lei sono nati i sandali con i calzettoni, le camicette interamente abbottonate, ma si inizia a parlare di accettazione del brutto solo a partire dal 2014 quando il team  K-hole crea il termine “Normcore”, celebrando la volontà di non distinguersi come un nuovo modo di essere cool, senza cercare per forza di fare la differenza ma indossando abiti ordinari, capi basici. Si è creata così un’esplicita estetica del brutto, a tratti banale, a tratti sgradevole, sfacciatamente sgraziata. In un’epoca in cui la creatività è entrata in crisi, il Normcore, sotto forma di moda imperfetta, diventa il solo modo per farsi notare.

Sfilata di Valentino, Autunno/Inverno 2019

Carlotta Napoli

 

 

 

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