Caso Maró: come funziona la diplomazia con chi ha il PIL più grosso

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono sulla bocca di tutti da oramai 7 anni, dal giorno in cui i due fucilieri della marina militare, spararono su un peschereccio indiano scambiato dai militari per una nave pirata pronta ad abbordare la petroliera che insieme ad altri 4 commilitoni erano stati assegnati a proteggere nel notoriamente pericoloso Mar Arabico. L’incidente divenne internazionalmente noto come il Caso dell’Enrica Lexie, dal nome della nave che ospitava i gendarmi, mentre in terra nostrana diventa noto semplicemente come il Caso Marò. In tutto questo tempo però non solo non si è riusciti a stabilire se si tratti di omicidio, ma non si è nemmeno riusciti a chiarire di chi sia la responsabilità processuale, e quindi dove i due militari dovrebbero essere processati. Sembra però che in questi giorni qualcosa stia iniziando smuoversi. Infatti la Corte arbitrale permanente dell’Aja sta per deliberare proprio su questa controversia internazionale. La seduta durerà due settimane, fino al prossimo 20 luglio, ma la sentenza arriverà solo tra sei mesi.

Le motivazioni per un processo in Italia 

L’ambasciatore Francesco Azzarello che segue il caso dal suo inizio ha dichiarato: “Sono funzionari dello Stato italiano, impegnati nell’esercizio delle loro funzioni a bordo di una nave battente bandiera italiana in acque internazionali, e pertanto immuni dalla giustizia straniera”. Successivamente ha aggiunto poi “Agli occhi dell’India non c’è presunzione di innocenza: i Marò erano colpevoli di omicidio ancora prima che le accuse fossero formulate”, ricordando inoltre che in India “ci sono stati ingiustificabili rinvii del processo. Sono state inventate speciali procedure, in violazione con la stessa Costituzione indiana“.  Difronte l’aula del tribunale dell’Aja ha poi chiarito: “Le considerazioni umanitarie sono rilevanti: alla fine di questo arbitrato, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone saranno stati privati della loro libertà senza alcuna imputazione per otto anni”. L’ambasciatore infine ha aperto anche alle famiglie di Ajeesh Pink e Valentine Jelastine, le due vittime, dichiarando: “L’Italia si impegna a facilitare la loro partecipazione e rappresentanza in qualunque procedimento successivo, nel caso venga riconosciuta la giurisdizione italiana.”

Le motivazioni per un processo in India

Dal canto suo l’India che considera il tutto una violazione della propria sovranità controbatte: “L’Italia sostiene di avere l’esclusiva giurisdizione sulla vicende dei marò, ma bisogna tenere a mente che l’India e due suoi pescatori sono le vittime di questo caso, due esseri umani a bordo di una barca indiana sono stati uccisi da individui che erano su una nave commerciale .L’Italia ha infranto la sovranità indiana nella sua zona economica esclusiva con i due militari che hanno sparato con armi automatiche contro un peschereccio indiano, il St. Antony, che aveva pieno diritto a operare in quell’area senza il timore di essere fermato, essere oggetto di spari e avere due dei suoi membri di equipaggio uccisi”, ha aggiunto il rappresentante indiano G. Balasubramanian in aula. Il caso “è materia di tribunali nazionali e non dell’arbitrato internazionale, il cui mandato si limita all’interpretazione e all’applicazione dell’Unclos (la Convenzione dell’Onu sul diritto del mare)”, ha concluso il rappresentante di Delhi.

Insomma come al solito quando due potenze si scontrano su cose di questo genere non è mai una questione di stabilire una colpa, ma semplicemente del potere che riescono a proiettare l’uno sull’altro, e del supporto che riescono a raccogliere dalla comunità internazionale. Il semplice fatto che ci vogliano ben più di 7 anni per decidere dove il processo debba avvenire, è un segnale che tutto questo più che una lotta per la giustizia sembra una gara a chi lo ha più lungo ma su scala intercontinentale.

-Christian Caivano

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