L’astensione al voto tra Tocqueville e la Arendt: menefreghismo, ignoranza o rabbia?

Le motivazioni che inducono le persone al non-voto possono essere numerose, dalla reale disaffezione per la politica e una conseguente crisi di autorevolezza di chiunque si candidi, a prescindere dalla sigla di partito; sino alla non sottovalutabile “ignoranza” diffusa, nel senso letterale del termine.

 

Risultati immagini per astensionismo

 

La gente non ci crede, anche la nonna brucia le schede”: il perfetto ritornello per una hit estiva in chiave “Rage Against The Machine”. Tutto bellissimo, ma il concetto è sbagliato, è l’emblema dell’antidemocrazia. Eppure, oggi l’astensionismo si dichiara in modo esplicito. Sino a poco fa tale comportamento era nascosto nella reticenza. Oggi si palesa quasi come una nuova coscienza di sé, una forma di orgogliosa consapevolezza. Il ritornello si fa ballo, pericoloso, sul confine tra disillusione e menefreghismo.

 

Con un poco di buon senso…

Come scriveva Piero Gobetti nell’articolo “La nostra fede” (1919): “Guardate la vita politica da un punto di vista di onestà illimitata: ne provate disgusto; e il disgusto degenera in scherno, indifferenza per i supremi interessi, astensionismo”. Come curare allora sta benedetta malattia? Ci fosse una sicura risposta sarebbe sin troppo facile, ma volendone azzardare una: il buon governo. Composto da persone che non gridano, che non sbattono i piedi per terra, che non ficcano il dito nell’occhio dell’avversario e che, animate da una sana passione politica, amministrano con buon senso. E ovviamente un vero programma realizzabile. Ma per quale motivo allora non ci si mette d’impegno, almeno un po’? Nonostante il Movimento 5 Stelle si sia autonominato rappresentate dei delusi dalla politica “standard”, una grande fetta di potenziali elettori rimane comunque a casa perché evidentemente trova qualcosa di più importante da fare.

Risultati immagini per buon senso

Una fenomenologia dell’astensionista

Bisogna considerare che il fenomeno del non-voto racchiude al suo interno forme del tutto diverse fra loro. Sebbene le classificazioni possano avere gradi maggiori o minori di specificità, è utile distinguere almeno cinque gruppi distinti: un astensionismo fisiologico-demografico, che si realizza quando il non recarsi a votare è determinato da cause fisiche, catastrofi naturali, oppure da un minor numero di iscritti nelle liste elettorali dovuto alla diminuzione della natalità o all’invecchiamento degli aventi diritto al voto (e questa è una forma ‘naturale’ di astensione, che prescinde dalla volontà dei soggetti di recarsi alle urne); un astensionismo tecnico-elettorale, che si realizza quando le modalità del voto sono così complicate da scoraggiarne l’esercizio o per una scarsa efficienza nel recapito dei certificati elettorali (anche in questi casi i cittadini hanno poche responsabilità); un astensionismo apatico, tipico di coloro che non si interessano alla politica e che pertanto non votano mai; un astensionismo da bipolarismo, che raggruppa chi non trova più un organismo politico che ne rappresenti le istanze dopo la dissoluzione dei partiti tradizionali nelle macro-compagini attuali; e infine un astensionismo di protesta, di chi sceglie di non votare come ritorsione contro la mala gestione della cosa pubblica o per sfiducia verso il ruolo della politica. Dato che in genere i numeri dell’astensionismo fisiologico, di quello tecnico e di quello apatico sono piuttosto stabili, sono le ultime due forme quelle che determinano la crescita esponenziale del fenomeno. Pietro Polito, filosofo e politologo torinese, amico e collega di Norberto Bobbio, suggerisce inoltre di distinguere ulteriormente l’astensionismo attivo e quello passivo fra astensionismo contingente e astensionismo strutturale: “Per astensione contingente intendo quella praticata episodicamente in base alle circostanze politiche del momento. Questo potrebbe essere il caso di un elettore attivo che diventa passivo e potrebbe essere la scelta di tanti giovani al primo voto che non si riconoscono in nessuna offerta politica. Venendo all’astensione strutturale, per essa intendo quella di lunga durata, praticata sistematicamente, per anni, da anni, elezione dopo elezione, senza dubbi né rimorsi. Il più noto astensionista strutturale attivo dichiarato è stato il grande Giorgio Gaber, anarchico, individualista, certo non qualunquista.”

Risultati immagini per politica

Indifferenza e fine della politica ideologica

Tocqueville, ne “La democrazia in America” aveva già intuito che “le passioni dell’utile” e la consequenziale riduzione dello Stato alla funzione di sgravio, avrebbero fatto sì che l’uomo contemporaneo avesse avuto bisogno di una estromissione coatta dalla vita pubblica, di una quiete privata che lo liberasse da qualunque peso psicologico ed esistenziale che riguardasse la funzione di cittadino attivo. Utilizzando l’analisi della Arendt, più specificatamente, si potrebbe asserire che l’uomo contemporaneo ha scelto, nella profondità del proprio animo, di divenire un uomo “aveu logou”, senza diritto (senza voglia?) di parola. “Lo spazio dell’apparire” deve essere per l’attuale umanità privo della maggior parte delle preoccupazioni possibili. L’indifferenza è, quindi, uno dei fattori essenziali per comprendere a pieno l’astensionismo passivo, con la sua perdita totale della concezione della polis e un ritiro narcisistico nella sfera del privato. Interrogarsi invece sui motivi degli elettori che, abituati da sempre alla partecipazione alla vita pubblica, scelgono consapevolmente di disertare le urne non è altrettanto semplice. Uno dei motivi più citati, insieme allo scoramento generato dalla corruzione della politica, è la fine delle ideologie e l’appiattimento dell’antitesi destra-sinistra cui ha fatto seguito una sorta di ‘omogeneizzazione’ dei programmi dei partiti, per cui le differenze appaiono ormai più lessicali che sostanziali. O meglio, non tanto fine delle ideologie, che continuano a rigenerarsi imperterrite come ramificazioni del pensiero unico dominante, quanto fine dell’offerta politica idealistica. L’idealismo è incarnato nella storia d’Italia, dall’unità al ventennio fascista, passando per la resistenza, la fase costituente e gli anni di piombo. Oggi un elettore ancora “idealistico” non avrà facilità a trovare casa sua sulla scheda elettorale. In questo senso si comprende anche una parte del successo del Movimento 5 Stelle che, nonostante l’etichetta di “antipolitica doc”, ha anche sicuramente attirato una parte di quell’elettorato che si è sentita tradita dall’omologazione, dall’appiattimento e dalla rinuncia alle lotte ideali da parte dei rispettivi leaders. Sembra pertanto che la giusta domanda da porsi, da parte dei politici ‘realisti’, non sia chi non vota e perché, ma semmai il contrario: chi sono quelli che ancora votano e come conquistarli? A quali tasti sono sensibili le corde del loro cuore (o meglio, vista la scarsità di ideali in gioco, del loro portafoglio)?

Risultati immagini per politica soldi

Ma c’è ancora chi sostiene che senza un ideale forte tutto sia infondo appiattito sulla mera gestione del potere, che senz’anima diventa grigia. Ogni giorno sembra un’occasione per navigare ancora a vista, senza una visione, senza un piano, senza un ideale di riferimento. Nel monologo “Il voto” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini il Signor G, a un certo punto, diceva: “No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti”. I bimbi piangono per una favola che non ha più lieto fine: quella del re che si rinchiude nella sua torre d’avorio, e di un popolo che non partecipa più.

Tommaso Ropelato

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.