Il Superuovo

Andare oltre Shakespeare: “O come Otello” getta uno sguardo verso la contemporaneità

Andare oltre Shakespeare: “O come Otello” getta uno sguardo verso la contemporaneità

Adattare Shakespeare o partire da Shakespeare per parlare di oggi?

Quadro raffigurante Otello che parla a Brabanzio, padre di sua moglie Desdemona/liberliber.it

Cos’ha O come Otello in comune con la grande opera di Shakespeare? La gelosia e la complessità dell’umano, ma allo stesso tempo il film amplia il discorso per parlarci dell’amara realtà dei giorni d’oggi.

Due opere in dialogo

1604: veniva messo in scena per la prima volta l’Otello di William Shakespeare.

2001: esce O come Otello, uno dei più interessanti adattamenti cinematografici più recenti del lavoro del Bardo inglese diretto da Tim Blake Nelson, con una sceneggiatura di Brad Kaaya.

I due lavori si parlano, ma non coincidono l’uno con l’altro: il forte tema della gelosia e la trama del famoso dramma di Shakespeare diventano qui espediente e punto di partenza per dipingere la drammatica realtà del mondo giovanile americano dei giorni d’oggi.

L’Otello di Shakespeare tratta della storia di Otello, condottiero militare di colore della Repubblica di Venezia, apprezzato dal Doge per le sue abilità militari e la sua lealtà, che viene però ingannato da Iago, suo alfiere, deciso a vendicarsi di lui perché ha promosso a luogotenente Cassio al posto suo e sospetta che sia stato a letto in passato con sua moglie Emilia. Alla fine della vicenda Otello, credendo che la moglie Desdemona lo abbia tradito con Cassio uccide entrambi, ma poi, scoperte le vere intenzioni di Iago e pentitosi, commette suicidio.

Il film di Nelson riprende a grandi linee la storia dell’Otello, instaurando poi un gioco di echi e riferimenti, capovolgendoli, riattualizzandoli alla nostra epoca.

Mekhi Phifer e Julia Stiles nei ruoli di Odin e Daisy in O come Otello/hollywood.com

Un gioco di echi e ampliamenti

I nomi sono ripresi per assonanze, ognuno di essi riprende vagamente i  nomi originali della tragedia Shakespeariana: Odin è il nuovo Otello, Hugo il nuovo Iago, Daisy la nuova Desdemona, Michael, Emily, il Coach Duke Goulding i nuovi Cassio, Emilia e il Doge(in inglese Duke) di Venezia.

L’ambientazione della vicenda non è più la Venezia fatta di nobiltà, sfarzo e colori vividi e chiari, ma un esclusivo college americano in cui il protagonista, Odin, unico ragazzo di colore della scuola, si muove.

Odin è un talento del basket e per questo viene nominato dal Coach, padre di Hugo, capitano della squadra della scuola, suscitando le invidie di quest’ultimo. Odin, esattamente come Otello, è un personaggio fiero, ma allo stesso tempo fragile, discriminato per il colore della sua pelle e la sua diversità, e mentre il resto dei suoi compagni di scuola provengono da famiglie agiate, lui è senza genitori e ha vissuto la realtà dura e violenta delle periferie urbane. Inoltre il regista riesce a rendere molto bene a trasporre in chiave cinematografica la differenza tra i personaggi di Otello e di Desdemona, che nel testo originale sono associati l’uno a metafore infernali e l’altra a metafore paradisiache, attraverso  la contrapposizione cromatica tra Odin, caratterizzato dalla pelle nera e che si veste di abiti di colore scuro e Daisy, una ragazza con la carnagione particolarmente bianca e che ha  i capelli biondi e  indossa abiti prevalentemente di colori chiari.

Eppure, il personaggio più bello dell’ O come Otello è sicuramente Hugo, che è nettamente un personaggio più complesso rispetto allo Iago dell’opera di Shakespeare.

Per tutta la vita ho sognato di volare, ho sempre desiderato di vivere come un falco. So che non bisognerebbe essere invidiosi di nulla, ma spiccare il volo, librarsi sopra tutto e tutti… quello è la vita.

Queste sono le parole di Hugo che accompagnano lo spettatore nelle scene conclusive della pellicola, mentre corpi morti, bagnati di sangue, stanno inerti a terra. Hugo, al contrario dell’alfiere Iago, è il classico ragazzo dalla vita apparentemente perfetta: bello, proveniente da una famiglia agiata, popolare. Eppure, gli manca qualcosa: l’amore, il dialogo reale con gli altri, le attenzioni di suo padre che è invece concentrato su Odin, il quale mette tutte le sue forze nello sport, cercando in esso un riscatto sociale. Infatti, è la mancata  comunicazione che crea questo sentimento di invidia, la rabbia logorante di vedere che un altro ha quello che desideri e che non puoi più avere. Hugo è un ragazzo perso che cerca se stesso, una propria identità, al costo di annientare gli altri, per cercare quel volo. Ed è così che inizia a mettere in atto una serie di inganni che portano alla morte dei suoi amici, perdendosi ancora di più, uccidendosi nella ricerca maniacale di trovare la sua vita.

Josh Hartnett nel ruolo di Hugo in O come Otello/othemovie.com

Andando oltre a Shakespeare

Ed è così che Nelson nel suo film va oltre Shakespeare: nel film non c’è più la bellezza dei suoi versi, sostituiti da feroci battute in slang, ma la vita reale del tempo d’oggi, l’orrore e i traumi della contemporanea gioventù bruciata, che si sente persa, che non si sa ritrovare. C’è il tema della gelosia ancora presente, la trama, l’analisi psicologica approfondita dei personaggi che si annientano progressivamente schiacciati dalle passioni umane, dai malintesi, fraintendimenti, intima fragilità e solitudine.

Perché nel film come nell’Otello, i personaggi sono tutti inesorabilmente soli, inesorabilmente incapaci di comunicare l’uno con l’altro, incapaci di amarsi, di abbandonarsi all’altro senza avere nulla in cambio, né certezze, né posizioni sociali, né possesso esclusivo della persona amata. È forse l’amore vero che manca a tutti questi personaggi come per la  maggior parte degli uomini che da sempre, pur avendo un linguaggio, nella complessità e mistero umani, non si sanno mai veramente parlare.

Mekhi Phifer nei panni di Odin in O come Otello(2001)/movieplayer.it

 

 

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