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Alle soglie del precipizio infernale. Libertinaggio, libertà e morale in Mozart e Nietzsche

Mozart e Nietzsche mostrano come la storia sia un intervallarsi tra morale e anarchica extramoralità e come sia indispensabile la presenza di entrambi gli elementi all’uno e all’altro. Mozart e Nietzsche sono entrambi filosofi della storia e ci insegnano a leggerla alla luce dell’alternarsi di forma apollinea e amorfismo dionisiaco.

Il Don Giovanni di Mozart

Don Giovanni è l’emblema di quella extramoralità che appartiene a tutti gli uomini senza la quale non potremmo evolverci e progredire moralmente e spiritualmente.

Don Giovanni

Il Don Giovanni di Mozart è sicuramente l’opera più appassionante e intrigante del compositore austriaco. Appassionante e intrigante proprio per la presenza musicale e non di caratteri perturbanti e a tratti inquietanti. Si veda come l’opera sia disseminata di episodi torbidi come assassinii, tentati stupri, inganni di ogni sorta e precipitazioni all’inferno, il tutto accompagnato da quella fluidità musicale caratteristica di Mozart che rasenta il fanciullesco e l’anarchico inframmezzata da una inquietante oscura gravità. L’opera inizia con la bella donna Anna che insegue Don Giovanni mascherato che, essendosi introdotto nella sua stanza per violentarla, per le urla e il veemente divincolarsi della nobildonna, non ci è riuscito e ora scappa per paura di essere smascherato. All’improvviso irrompe il Commendatore, padre di donna Anna, che per l’affronto subito dall’uomo mascherato sfida Don Giovanni a duello: il vecchio commendatore viene facilmente sconfitto dal libertino e, trafitto al cuore, cade a terra morto. Don Giovanni scappa e Donna Anna, arrivando dopo essere andata via a cercare l’aiuto di Don Ottavio e vedendo il corpo del padre senza vita, giura vendetta. Da questo momento partono le avventure libertine di Don Giovanni: il tentativo di sedurre la bella contadinotta Zerlina (promessa sposa di Masetto) con una ingannevole proposta di matrimonio sventato dall’irruzione di Donna Elvira, sedotta e abbandonata in passato da lui, e da Donna Anna e Don Ottavio che, riconosciuta nella voce di don Giovanni quella dell’assassino del commendatore, si introducono mascherati alla festa che il libertino ha organizzato per Zerlina e i suoi invitati a nozze per tentare nuovamente di sedurla: essi lo smascherano e aizzano la folla contro di lui, così don Giovanni assieme al suo servo Leporello è costretto a scappare. Dopo aver tentato di sedurre con un architettato inganno la serva di Donna Elvira e dopo innumerevoli peripezie non troppo piacevoli (soprattutto per Leporello), servo e padrone si ritrovano in un cimitero dove incappano nella statua del commendatore ucciso da Don Giovanni precedentemente. Don Giovanni, sprezzante della situazione alquanto macabra e divertito dallo spavento del servo, gli ordina di invitare la statua del commendatore quella sera a cena: con sorpresa di entrambi la statua risponde che sarebbe andata. A quel punto, i due lasciano il cimitero esterrefatti e spaventati. La sera Don Giovanni, completamente ripresosi dalla cosa insolita avvenuta nel cimitero, è pronto a consumare la sua lauta cena. Viene interrotto da Donna Elvira che, ancora innamorata di lui, cerca di redimerlo tentando di fargli cambiare vita. Don Giovanni la sbeffeggia invitandola a restare con sé per la cena… e anche per la notte. A quel punto, entra la statua del commendatore che, come promesso, viene per ora di cena. Don Giovanni non intimorito dalla scena e sprezzante chiede a Leporello di far preparare un’altra cena, ma la statua ‘non si pasce di cibo mortale ma di cibo celeste’: il commendatore vuole che Don Giovanni si penta per il suo brutale omicidio e per la vita scellerata che conduce, vuole ricondurlo dal libertinaggio alla morale, dalla volontà cieca e senza argini dell’istintivo alla regola. Don Giovanni si rifiuta, egli non cambierà mai vita, il suo vivere all’insegna dell’illimitato non può essere represso e trattenuto dal limite morale, non si pentirà mai e poi mai: a quel punto la stanza viene invasa da fumo e fiamme, nel pavimento si apre una voragine dalla quale demoni e diavoli fuoriescono per prendere il libertino e trascinarvelo dentro. Don Giovanni, come dice anche il filosofo Kierkegaard, è colui che vive all’insegna della non scelta: si trova perennemente nella dimensione di non adesione ad un oggetto, ad un possibile, come direbbe Sartre vive appieno nel niente e nel nulla che ogni coscienza è. Il libertinaggio di Don Giovani simboleggia quella fluida extramoraliltà che è essenza primitiva dell’uomo, la quale però non può rimanere tale, si deve cristallizzare e deve confluire nella scelta, nell’adesione all’oggetto. Solo se la fluidità extramorale si cristallizza, solo se viene (freudianamente parlando) investita in un oggetto per l’uomo è possibile vivere con gli altri uomini. Don Giovanni è l’incarnazione della fondamentale istanza extramorale dell’uomano, di quella fluidità che gli permette volta per volta di aderire all’oggetto e formare rapporti politici, etici e morali con i suoi simili, che gli permette dunque di formare volta per volta contesti e situazioni storico-sociali. Don Giovanni non è aderente al suo contesto etico-sociale, non ha limiti e non ha il senso del limite, limite in cui è fondamentale dover investire la propria energia extramorale per aderire pienamente al contesto e alla situazione, quindi alla convivenza morale e civile tra gli uomini. La caduta all’inferno di Don Giovanni rappresenta proprio quel dover fare un passo indietro della fluidità extramorale in virtù della sua adesione all’oggetto, è quella rinuncia all’extramoralità a favore della morale che ogni uomo deve fare per poter vivere e sopravvivere (cosa che Mozart sentiva in maniera lancinante). Il commendatore che manda all’inferno Don Giovani rappresenta l’istanza paterna castrante che ha il compito di veicolare l’amoralità libidica verso la sublimazione, verso un comportamento morale adatto al contesto e allo stare nella collettività di quel dato contesto.

Friedrich Nietzsche

Nietzsche

Scrive Nietzsche nella Gaia scienza“Laddove ci imbattiamo in una morale, ivi troviamo una valutazione e una gerarchia degli istinti e delle azioni umane. Queste valutazioni e gerarchie sono sempre l’espressione dei bisogni di una comunità e di un gregge: ciò che ad esso risulta utile in primo luogo- e in secondo e terzo luogo- questo è anche la suprema norma di valore per tutti i singoli. Con la morale, il singolo viene educato a essere funzione del gregge, e ad attribuirsi valore solo come funzione.” Nietzsche dice che i valori sono quel qualcosa che è utile alla specie in quanto questi consentono che essa sopravviva. Non esistono valori assoluti che perennemente siano stabili poiché le esigenze, le idee e dunque i contesti cambiano di continuo. Ciò che è eterno non sono i valori in sé, ma la capacità dell’uomo di istituirli continuamente, eterna è l’attività umana di creare di continuo valori e situazioni: è grazie a questa capacità che l’uomo, l’animale più debole di tutti, inerme nei confronti dello strapotere della natura, (Nietzsche lo chiama ‘animale malato’) riesce a sopravvivere. L’uomo vive e sopravvive grazie al suo continuo instaurare contesti e situazioni: l’immoralità di Nietzsche non è affatto una apologia alla dimensione selvaggia ed istintuale, ma è la presa di coscienza che i valori sono un qualcosa di fluido e che passa, ed è per questo che si re-istituiscono di continuo in virtù delle esigenze che si presentano di volta in volta nella storia. Da qui l’interpretazione della concezione nietzschiana di Eterno ritorno, secondo cui la ciclicità della storia consiste proprio nel continuo istituirsi di valori e situazioni, nulla è stabilmente cristallizzato, sempre, i valori stagnanti e in via di decomposizione decadono e fanno spazio a nuovi valori e a nuovi punti di vista: “Tutto va, tutto torna indietro; eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere.” La Volontà di potenza, la cui cattiva interpretazione ha causato così enormi danni nella storia, è proprio l’attività propria dell’uomo di creare e formare continuamente nuovi valori. Il super-uomo, detentore della volontà di potenza, è colui che si rende conto di quel momento in cui certi valori sono vecchi e stagnanti e che è giunta l’ora di farli passare e trapassare per l’instaurazione del nuovo che col passare del tempo diverrà anch’esso vecchio: “Tutto quanto è dell’oggi – cade, decade e chi può aver voglia di trattenerlo! Ma io- io voglio dargli una spinta! Conoscete la voluttà che fa rotolare le pietre in ripide profondità? Questi uomini d’oggi: ma guardate, come rotolano nelle mie profondità! […] E a chi non insegnate a volare, insegnate, vi prego- a precipitare più in fretta!”. L’aforisma nietzschiano contenuto nella Gaia scienza riguardo la morte di Dio è in ciò emblematico: “Non  fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli. […] Non è troppo grande per noi la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi divenire dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai una azione più grande- e tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, a una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!” La morte di Dio è la consapevolezza che i valori non sono un qualcosa di solido e stagnante, che le modalità di rapporto tra uomo e realtà e tra l’uomo e l’altro uomo sono un qualcosa di fluido che l’uomo è capace di re-istituire di continuo alla luce delle esigenze delle collettività che nel corso della storia cambiano. Nelle mani degli uomini vi è il potere di creare i valori e i contesti umani e sociali senza i quali l’uomo non potrebbe essere uomo. Questa è la Volontà di potenza.

Nietzsche nel Don Giovanni

Don Giovanni rappresenta quella fluidità che permette ai valori di non stagnarsi e cristallizzarsi in eterno. Tutta l’opera è caratterizzata, musicalmente parlando, da una fanciullesca vivacità che rasenta la libertà più pura e assoluta, quasi anarchica, intervallata da momenti di oscura gravità che spezzano a tratti la pura e ingenua fluidità musicale mozartiana. La musica del Don Giovanni rappresenta in maniera lampante la visione della storia di Nietzsche caratterizzata dall’eterno ritorno che è continuo re-istituirsi dei valori: la storia non è altro che fluidità vitale che scorre intervallata da momenti di cristallizzazione che consistono nel formarsi dei contesti e delle istanze valoriali, delle società e delle collettività umane organizzate socialmente e politicamente. Don Giovanni è quella istanza malvagia e anti morale grazie a cui nella storia i valori cambiano e si re-istituiscono di continuo. Scrive ancora Nietzsche nella Gaia scienza: “Sono stati gli spiriti più vigorosi e più malvagi ad aver fino ad oggi maggiormente spinto innanzi l’umanità: essi riaccesero sempre le passioni prossime ad assopirsi- ogni società ordinata assopisce le passioni- essi ridestarono sempre il senso del confronto, della contraddizione, del piacere di cose nuove, ardite, non sperimentate, essi costrinsero gli uomini a contrapporre opinioni a opinioni,  modelli a modelli.” Don Giovanni, con la sua anarchia e smodatezza, rappresenta l’istanza extramorale che mette in moto il cambiamento e l’istituzione del nuovo, è condannato e fatto precipitare all’inferno proprio per questo suo carattere malvagio e pericoloso nei confronti di ciò che è cristallizzato e stagnante. Mozart sentiva in maniera sorprendente questa malvagità, questa immoralità che attraverso la sua musica prendeva miracolosamente e spaventosamente vita, fu uno di quei malvagi e geniali che non furono capiti dal loro tempo, emarginati e condannati, ma che cambiarono il mondo e la storia aggiungendo un piccolo tassello al suo procedere e fluire.

 

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