Chi si ricorda il fenomeno di Pokémon Go, esploso nell’estate 2016? Difficile dimenticarlo a dire il vero. L’intero mese di Luglio di ormai due anni e mezzo fa è stato costellato di mostriciattoli virtuali che hanno invaso le strade, le famiglie, i nostri telefoni. Certo, non sono mancate le polemiche: Tra cimiteri pattugliati da orde di ragazzini alla ricerca di Pokémon selvatici e messe interrotte da Charizard e Blastoise ne abbiamo viste parecchie. In alcuni casi gli occhi fissi sul mondo virtuale dei Pokémon ha causato la morte di alcuni giocatori. E tuttavia alle critiche c’è un limite, imposto arbitrariamente dalla decenza di chi si cimenta nell’arte del leone da tastiera. Questo metro di giudizio difficilmente porta buoni risultati; così capita che un bel mattino i Pokémon diventino improvvisamente incarnazioni del demonio, o, se vogliamo essere moderati, una forma di controllo totalitaria assimilabile a quelle adoperate dal Nazismo. La critica, come intuibile, proviene da ambienti ecclesiastici e non serve specificare che né Satana né Adolf Hitler vi affronteranno in qualità di campioni della Lega Pokémon. Ma il paragone tra Pokémon e Satanismo non è una novità. Ci provò nel 2000 John Paul Jackson, estremista cattolico.

Pokémon e Satanismo: l’analisi di J.P. Jackson
Nel suo libro “Buying and selling the souls of our children: a closer look to Pokémon” Jackson tenta di mostrare come il fenomeno Pokémon, esploso proprio in quegli anni, non sia altro che un mezzo attraverso il quale Satana è in grado di plasmare i bambini che si approcciano al videogioco in questione. Riconducendo le dinamiche del mondo Pokémon al culto orientale dei kami (trattasi di spiriti benigni che aiutano l’uomo combattendo altri spiriti malvagi) Jackson sentenzia che se gli spiriti “buoni” utilizzano poteri sadici e occulti per sconfiggere gli spiriti “malvagi”, non si può separare nettamente il Bene dal Male. Questa affermazione, ovviamente condizionata da un pensiero religioso estremista, mette in luce a modo suo un aspetto del mondo Pokémon interessante: la concezione di Bene e Male, in quest’ultimo, è molto sfumata rispetto a quella che possediamo noi, se non radicalmente diversa.

Pokémon e Cristianesimo: il perché del conflitto
La nostra morale, che lo si voglia o no, è influenzata da secoli di Cristianesimo e ciò che riteniamo giusto o sbagliato deriva in larga misura dai suoi precetti. Una morale cristiana che professa l’amore per le creature di Dio non potrà che disapprovare un mondo in cui le lotte tra Pokémon reggono l’intera struttura di un videogioco. I Pokémon vengono avvelenati, scottati, paralizzati, il tutto in funzione della vittoria dell’allenatore. Il fatto che si cerchi di far ricadere le cause di questo sistema poco ortodosso sul legame amicale tra uomo e Pokémon è un modo per rendere meno brutale la realtà dei fatti. Il fine del giocatore è diventare il Campione e, per fare ciò, i suoi Pokémon soffrono. Già in epoca classica, a dire il vero, Platone sosteneva che ciò che è brutto, e dunque ingiusto, è tale in quanto arreca danno a qualcuno o qualcosa. I valori che Pokémon porta intrinsecamente sono quelli dell’ambizione, della forza, del dominio sul più debole, più vicini alla Filosofia di Nietzsche che a quella Cristiana. Indubbiamente la morale del mondo Pokémon è ambigua e ciò rivela le motivazioni dietro l’accanimento che l’ambiente ecclesiastico (e non solo) mostra nei suoi riguardi. Ma se dal nostro punto di vista (quello della morale cristiana) i valori proposti da Pokémon ci appaiono immorali, allora perché questi ci attirano ugualmente?

Videogiochi: male radicale o sublimazione di pulsioni distruttive?
Si tratta del male radicale di Kant, per cui riconosciamo razionalmente il Male e ciò nonostante decidiamo di seguirne la strada? In realtà la questione è molto più semplice. Non bisogna dimenticare cos’è Pokémon. Si parla, in questo caso, di un videogioco. Ciò che facciamo all’interno di un videogioco corrisponde alle nostre azioni nella vita reale? Questo è quello che vogliono far passare i media tradizionali e, salvo casi patologici, nessuno che gioca a Fortnite uscirebbe di casa con un fucile a pompa cercando la sua prima Vittoria Reale. L’errore che spesso si compie, frutto di ignoranza (o ancora più spesso di malafede) è professare il contrario. In realtà ciò che è stato detto in precedenza è smentito dalla realtà dei fatti, dalle milioni di copie di videogiochi vendute contro la relativa inconsistenza dei crimini ad essi in qualche modo legati. L’immoralità apparente di Pokémon, ma che si può estendere a tutti i videogiochi, non è altro che sublimazione di quel thanatos di Freud che ci caratterizza, di quelle pulsioni distruttive che la morale può reprimere ma non annientare. E allora saremo tutti d’accordo nel pensare che forse è meglio sconfiggere un Arcanine che scuoiare un lupo ed appenderlo ad un palo. Ed oggi, alle porte del 2019, succede ancora. E non sono i giocatori di Pokémon a compiere certi obbrobri.
Giovanni Cattaneo