Il Superuovo

Ventinove anni fa, il crollo dell’Unione Sovietica: un evento che ha destabilizzato gli equilibri mondiali

Ventinove anni fa, il crollo dell’Unione Sovietica: un evento che ha destabilizzato gli equilibri mondiali

Il 31 Dicembre 1991 non segnò solo la fine di tale anno, ma anche la dissoluzione ufficiale dell’Unione Sovietica.

La dissoluzione dell’URSS è un evento di enorme portata storica che sconvolge l’ordine mondiale e pone fine all’epoca bipolare. Da questo fenomeno, nascevano Stati indipendenti in Europa (Ucraina, Moldavia, Bielorussia, Estonia, Lettonia e Lituania), nel Caucaso (Georgia, Armenia e Azerbaigian), in Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan) e, nella maggior parte di quello che era stato il territorio sovietico, la Federazione Russa.

Una Superpotenza che abbracciava Europa ed Asia

L’Unione Sovietica poteva contare su una forma di governo federale, che si estendeva tra Europa Orientale ed Asia Settentrionale. Era nata  il 30 dicembre 1922 sulle ceneri dell’impero russo dopo la guerra civile russa e scioltosi ufficialmente il 31 dicembre 1991. Era composta di 15 repubbliche socialiste, la più grande delle quali era la Russia, a sua volta suddivisa in repubbliche autonome federate. Nonostante la fortissima prevalenza dell’elemento russo nella quantità totale di popolazione, l’immensa estensione del territorio e la varietà dei paesaggi fisici e antropici hanno fatto dell’Unione Sovietica un complicato mosaico etnico. Le origini dell’Unione Sovietica sono legate agli esiti della rivoluzione bolscevica (rivoluzioni russe) del 1917, la quale, sotto la guida di Lenin, instaurò in Russia un regime comunista. Isolata sul piano diplomatico e in gravissima crisi economica, l’URSS fu dominata nei primi anni dal problema della successione di Lenin, che era morto nel 1924. Da questo confronto, che fu al tempo stesso una brutale lotta per il potere, emerse nella seconda metà degli anni Venti Stalin, il quale dominò l’Unione Sovietica sino alla sua morte avvenuta nel 1953. Sotto Stalin l’URSS si trasformò in un regime dittatoriale di tipo totalitario, finalizzato alla modernizzazione accelerata del paese. Per quasi tutta l’età del bipolarismo e della guerra fredda (1945-91) l’URSS continuò a contrapporsi agli Stati Uniti, con fasi alterne di conflittualità e di distensione. La morte di Stalin nel 1953 permise l’avvio della destalinizzazione, vale a dire di un processo di smantellamento degli aspetti più apertamente terroristici della dittatura staliniana. Successivamente, con Leonid I. Brežnev (1966-82), l’URSS entrò in una fase di stagnazione, resa drammatica dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, dall’inizio della guerra sovietico-afghana (1979) e dalla grave crisi che investì la Polonia al principio degli anni Ottanta. Questa fase fu superata nell’epoca di Mikhail S. Gorbačëv (1985-91), che avviò un corso di riforme tese a liberalizzare e democratizzare il regime sovietico. Queste riforme diedero inizio a una nuova fase di distensione nelle relazioni con gli Stati Uniti, ma portarono al crollo del sistema sovietico: dapprima con la caduta dei regimi comunisti nell’Europa centro-orientale (1989-91) e poi, alla fine del 1991, con la dissoluzione della stessa Unione Sovietica.

 

Dalla caduta del Muro di Berlino alle dimissioni di Gorbaciov: la fine dell’URSS

Il 1989 è un anno decisivo. Da quell’anno tutto accelera verso la crisi definitiva. Ad agosto nasce in Polonia il primo governo non comunista dell’Europa orientale sovietizzata. Tra il 7 e il 9 novembre cade il muro di Berlino, il simbolo stesso della cortina di ferro e della guerra fredda. Tra il 1989 e il 1991, nell’Europa orientale crollano i vecchi regimi (Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Germania orientale, Romania), si riunifica la Germania (1990) e all’interno della multietnica e multinazionale URSS esplodono le tendenze centrifughe. Sono del 1990 le dichiarazioni di sovranità delle tre repubbliche baltiche e della Georgia, cui segue la Russia, la repubblica più importante dell’Unione, il cuore dell’impero dei Romanov e del centralismo sovietico, e altre nove repubbliche. Per mesi tra governo sovietico e repubbliche, innanzitutto quella russa, si scatena una “guerra di decreti” per il controllo delle tasse e delle risorse. Nel giugno del 1991, l’elezione a presidente della Repubblica russa di Boris El’zin, leader dell’ala radicale che vuole accelerare il processo di liberalizzazione politica ed economica, dà luogo a un vero e proprio “dualismo di poteri” fra governo russo e governo sovietico, che alimenta il caos e indebolisce ulteriormente il potere centrale. Gorbaciov tenta di bloccare le spinte separatiste attraverso un nuovo trattato dell’Unione, capace di coniugare l’ampliamento delle autonomie delle repubbliche con la conservazione dell’URSS. Eltsin partecipa ai lunghi e complessi negoziati per il nuovo patto federativo, ma nello stesso tempo promuove accordi separati tra le repubbliche. Si giunge così al colpo di Stato del 19 agosto 1991, organizzato da alcuni esponenti di spicco del PCUS, del governo e delle forze armate, per rovesciare Gorbaciov e riportare al potere i comunisti conservatori. Il rapido fallimento di quel tentativo eversivo (i carri armati e l’esercito si ritirano dalle strade di Mosca il 21 agosto) ha effetti dirompenti: fa di Eltsin, che ha guidato la resistenza a Mosca (celebre è l’immagine di Eltsin che, in piedi su un carro armato davanti al parlamento, denuncia il golpe), il vero detentore del potere e relega in secondo piano Gorbaciov, che lascia la carica di segretario generale del partito. Il PCUS, da cui provenivano i golpisti e sul quale si strutturava lo stato sovietico, viene sciolto dal parlamento russo e i suoi beni confiscati. Nei mesi successivi si compie lo sgretolamento definitivo dell’Unione Sovietica: l’8 dicembre 1991 Eltsin e i presidenti di Ucraina e Bielorussia proclamano la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti e il 21 dicembre il Trattato di Alma Ata estende quell’accordo alle rimanenti repubbliche (con l’esclusione di Lituania, Estonia, Lettonia e Georgia ormai indipendenti). La sera del 25 dicembre 1991, in un discorso televisivo di poco più di dieci minuti, Mikhail Gorbaciov, dopo aver spiegato la necessità ineludibile delle riforme intraprese dalla primavera del 1985, aver rivendicato la loro valenza storica e ribadito di essersi battuto per la sovranità delle repubbliche ma anche per la conservazione della loro Unione, prende atto che è prevalsa la linea di disgregazione dello Stato e rassegna le dimissioni da presidente dell’URSS. La bandiera rossa con la falce e il martello viene ammainata dal palazzo del Cremlino e il 26 dicembre 1991 l’URSS viene ufficialmente sciolta.

Le conseguenze della dissoluzione sul mondo occidentale

Il crollo dell’Unione Sovietica in realtà ha spinto alla nascita di una serie di attori nazionali ed internazionali, in grado di agire a molteplici livelli creando un nuovo ordine mondiale multicentrico, globalizzato e tutt’altro che pacifico. Si è assistito ad una proliferazione ed un aumento esponenziale dell’attività bellica in tutto il mondo. Dopo la dissoluzione dell’URSS e del suo esercito, che ha generato una moltitudine di ex militari in cerca di nuove opportunità di lavoro e di una circolazione di armi (il famoso AK47 ne è un esempio) a disposizione di un mercato nero avido e belligerante, si è assistito ad un rapido processo di cambiamento del concetto di guerra. I tragici eventi dell’11 Settembre hanno poi definitivamente spazzato via ciò che rimaneva della definizione di conflitto del Generale Von Clausewitz, il quale riteneva che la guerra fosse la continuazione della politica con altri mezzi, ovvero, ogni conflitto armato andava combattuto secondo precisi canoni militari codificati. Dopo il 2001 il mondo ha infatti imparato, a sue spese, il nuovo e quanto mai sfumato concetto di “guerra asimmetrica” che ha saputo trasformare ogni oggetto, non necessariamente legato al mondo militare, in un sinonimo di morte e di violenza.

 

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