L’importanza del 26 maggio

E’ in atto in Europa una straordinaria riorganizzazione di forze: le elezioni politiche del 26 maggio saranno uno spartiacque nella storia europea. Mai, nella storia europea, vi era stata una congiuntura storica così pericolosa per le forze europeiste.  Massimo Cacciari ha detto recentemente che rischiamo di trovarci, dopo le due guerre mondiali, dinnanzi al “terzo suicidio d’Europa”. E’ evidente tuttavia che una difesa tout court dell’Europa sarebbe controproducente: difendere l’indifendibile non paga mai. Lo stesso Juncker ha fatto “mea culpa” riguardo all’austerity, quasi weimeriana, che si è respirata in Europa dal 2008. L’Europa però, nonostante tutti i suoi limiti, è e non può non essere il nostro futuro. L’Europa, certo, ma non questa Europa. Serve una Nuova Europa, o meglio, una nuova idea d’Europa che sia in grado rivaleggiare con l’ideale sovranista dello stato-nazione. Perché, e questo è fondamentale, se le forze europeiste non si sforzano a elaborare una nuova idea di Europa, necessariamente collegata a un fine, a una missione di questa Europa, allora contro i sovranisti perderemo non solo sul piano elettorale, ma anche sul piano culturale. Questi ultimi un ideale, un fine a cui tendere ce l’hanno: la nazione. I progressisti e gli europeisti hanno il compito di ricercare essi stessi un ideale, in grado di produrre una nuova visione d’Europa, in grado di incarnare una missione europea comune per dar vita al nuovo inizio della nostra amata Europa.

Non si prenderanno qui in esame tanto le proposte concrete, si cercherà invece di capire, ed è conditio sine qua non di ogni proposta, quali debbano essere i soggetti incaricati di portare avanti la grande sfida del rinnovamento d’Europei. Nel fare ciò cercheremo di seguire le linee guida forniteci da due maestri del pensiero politico italiano: Machiavelli e Gramsci.

Machiavelli, “il pensatore della liberta”

Nell’immaginario collettivo, Machiavelli è considerato un fautore della politica dell’utilità. Non è affatto così, Spinoza lo definì “pensatore della libertà” e Rousseau affermò che egli “fingendo di dare lezione ai principi, dava lezione al popolo”. Machiavelli è probabilmente il primo grande europeista della storia italiana. Anzi egli vede proprio nell’Italia il modello che l’Europa dovrebbe seguire: egli opera infatti nella fase a cavallo tra XV e XVI secolo, dove vi era equilibrio tra le varie città. Machiavelli vorrebbe che tale “dottrina dell’equilibrio” venisse estesa all’Europa. La grande rilevanza che però ha Machiavelli per la costruzione di una politica europeista è chiaramente contenuta nel “Principe”. Uomo straordinario che dovrebbe essere in grado unificare l’Italia. Detta così non sembra che ci siano grandi elementi europeisti. In realtà l’idea in sé di “principe” altro non è se non un momento, fondamentale e fondativo,  nel processo dialettico di superamento che ci porterà ad individuare il nuovo soggetto storico portatore di valori europeisti.

Machiavelli, Gramsci e l’Europa

Gramsci è stato un appassionato lettore di Machiavelli, che viene da lui considerato come il fondatore della “filosofia della praxis. Gramsci riprende il tema del Principe, parlando de “lo moderno Principe”.  Egli afferma che “il moderno principe non può essere una persona reale, un individuo concreto, piò essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato nello sviluppo storico ed è il partito politico.” Da principe a partito, dunque. E’ normale ed è in piena linea con lo sviluppo storico. Il partito secondo Gramsci ha il compito di farsi rappresentante della volontà collettiva di quelle classi che partecipano al “dramma storico” del capitalismo, ma soprattutto deve combattere quegli eventi storici che egli definisce “congiunturali”. Sono quelli che danno luogo a una “politica spicciola, del giorno per giorno” e che si vogliono però porre come conseguenza organica e necessaria della struttura economica, convinti di avere in sé il principio del superamento del blocco storico: questi movimenti sono dannosi  per la storia perché fanno perdere tempo al progresso, in quanto il “moderno principe” deve combatterli e il potere “ufficiale” si rafforza nello sconfiggerli. Questa dinamica che Gramsci mette in luce potrebbe tranquillamente essere applicata ai sovranisti e ai populisti di oggi. Tuttavia, ed è qui che viene fuori l’impeto rivoluzionario di Gramsci, non bisogna pensare, come fa qualcuno anche oggi, che questi movimenti spariranno da soli. Comportarsi in questo modo significa, per dirla con Engels, “ credere di poter avere, a poco prezzo e con poca fatica, in saccoccia tutta la storia.” E’ esattamente in questi momenti, ci fa capire Gramsci, che la filosofia, la politica deve tramutarsi in praxis, in azione.

 

E oggi?

Nel virtuoso (o vizioso) intreccio di struttura e sovrastruttura è nata questa bestia che prende il nome di sovranismo. Una tendenza ottocentesca che pensa di poter affrontare i mali della globalizzazione con gli stati-nazione. Ma quale è il principe che ci può guidare alla salvezza dell’Europa? La domanda è posta male, e la risposta appare paradossale. L’Europa, così come è, non è messa in pericolo solo dai sovranisti. L’Europa come la conosciamo, l’Europa economica, è in crisi a causa della sua incapacità di gestire dei problemi politici. In questo senso il Principe dell’Europa può essere solo l’Europa stessa che, per dirla con Rousseau, “non può più sussistere e perirebbe se non cambiasse il suo modo d’essere”. L’Europa deve cambiare il suo modo d’essere, ma non per combattere i sovranisti, che come abbiamo detto sono solo un elemento “congiunturale”, ma per sopravvivere ai colpi della globalizzazione che, come è evidente, tollera che esistano solo “imperi”, cioè grandi blocchi politico-culturali in grado di esercitare un egemonia. Se l’Europa si trincea, è destinata a morire, e i sovranisti saranno stati un mezzo, non la causa.

 

 

Giuseppe De Ruvo

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