La donna abbandonata dalla letteratura classica all’età moderna

Sin dalla mitologia greca si sono tramandate figure particolarmente conosciute, amate, studiate ed incontrate anche nella cultura pop, nell’arte, nella musica, nel cinema. Alcune di queste figure, estremamente complesse e dotate di analisi introspettive avvincenti, sono personaggi femminili che condividono la condizione d’abbandona, di struggimento e di profonda ira inferta dai loro amati. Queste figure sono quelle di Didone, personaggio particolarmente rivistitato che viaggia dalla letteratura classica di Virgilio all’età moderna con Ungaretti, Medea eroina della passione e dell’irrazionalità in Euripide e l’Arianna nel Carme 64 di Catullo.

Didone

Didone è la fondatrice e la prima regina di Cartagine una potente città che domina le coste africane occidentali, figlia del re di Tiro Belo e vedova di Sicheo. Didone è uno dei personaggi principali del capolavoro del poeta latino Publio Virgilio Marone, destinata a perire a causa dell’amore impossibile che la lega, quasi per un capriccio degli dei, all’eroe Troiano Enea. La vicenda si svolge dopo la missione divina imposta ad Enea, sopravviussuto vittoriosamente alle fiamme che hanno devastato la sua città natia, Troia. Enea ottiene, infatti, il compito di partire per un lungo viaggio in mare che l’avrebbe portato a fondare la nuova stirpe Italica. Durante il viaggio però, gli dei, che giocano un ruolo fondamentale in tutta la vicenda, decidiono di “ostacolare” l’intento del giovane Eroe, in particolar modo Giugnone la quale nemica acerrima dei Troiani cerca di fermare Enea scatenando una terribile tempesta che lo porterà proprio nella bella città di Cartagine. Qui, il personaggio virgiliano giunge alla corte della regina cartaginese, Didone, invagendosi di lei. Didone, dal canto suo, rompe la promessa di eterna fedeltà al defunto marito e si lascia vincere dalla mordacità della passione ingara del suo triste destino. Virgilio, infatti, non permette ai due un lieto fine ma, un immortale tragedia, il poeta ritrare la donna come completamente asuefatta dall’amante tanto da lasciare in secondo piano il suo profilo publico e la sua reputazione correndo il rischio di perdere la stima della propria gente. Presa dalla passione e dall’amore frentato nonchè fisico, Didone si concede e sogna di diventare la futura consorte dell’eroe Troiano con il quale poter fondare una nuova stirpe. Purtroppo però, il poeta richiama all’appello l’intervento degli dei: Giove ricorda ad Enea la sua missione impenendogli di abbandonare Cartagine senza la sua regina, così Enea annuncia, seppur dolorosamente, la sua dipartita . Didone cade nella profonda disperazione:

“Mentre i Troiani preparano la flotta, Didone, disperata, vaga come
impazzita per la città: le sembra di vedere ovunque il volto dell’amato e ormai vuole solo morire” Didone guarda le navi Troiane salpare dal porto di Cartagine, Virgilio la ritare come una donna qualsiasi, una donna al parti di tutte coloro che tradite ed umiliate cercano invano una cura alla propria disperazione. Vunerabile, sola e ormai esposta al giudizio del suo popolo, Didone arriva ad una sola conclusione :il suicidio, impugnata la spada regalatale proprio da Enea, la regina si uccide sferzando una maledizione contro il suo amato e la sua stirpe ed implorando di essere vendicata.

” La sua veste bianca si tinge di sangue scarlatto.
Gridano disperate le ancelle; i gemiti si levano fino alle stelle.
Anna, sconvolta, accorre e s’inginocchia in lacrime accanto a
Didone, dicendo: «Perché, perché non mi hai detto niente? Con le
mie mani ti ho preparato il rogo di morte: perché ingannare anche
me?». La regina con gli occhi ormai velati cercava invano la luce
del sole.
E la sua vita si perse nel vento.”

Medea

Medea è uno dei personaggi femminili più famosi di Euripide, particolarmente importante poichè rappresenta l’irazzionalità, l’ira e la passione. Medea è, infatti, colei che ha ucciso il proprio fratello ed abbandonato la propria patria per inseguire l’uomo del quale si era innamortata, Giasone. Sposi, Medea e Giasone si trasferiscono della città di Corinto dove lei darà luce a due figli putroppo però Giasone, uomo freddo e calcolatore, decide di ripudiare sua moglie al fine di sposare la figlia di Creonte, re di Corinto, per divenatre l’erede al trono. Medea, abbandonata, sola ed oltraggiata diventa l’emblea della vendetta passionale che raggiunge i limiti dell’assurdo. Attraverso l’astuzia, infatti, riesce ad evitare l’esilio per un giorno in più e lì si attua la sua terribile vendetta, manda in dono alla giovane sposa di Giasone una ghirlanda e una veste avvelenata che, una volta indossata, brucia il corpo della giovane uccidendola. Rimasta sola, Medea compie poi l’omicidio dei propri due figli di fronte agli occhi del suo amato con l’unico scopo di ferirlo. Euripide ritrae l’abbandono di Medea come la causa di tutti i mali a seguire, la disperazione in cui la donna cade, è tale da provocarne la pazzia, irrazionale e passionale Medea diventa un personaggio estremo capace di uccidere i propri figli solo per vendicare il dolore subito.

Arianna

Nel Carme 64 il poeta latino Catullo narra la vicenda dell’ “Arianna abbandonata” dopo aver aiutato Teso a sconfiggere il minotauro, Arianna viene abbandonata sola ed infelice sull’isola di Nasso lontana dalla sua patria e dal suo amato, Catullo ritrae Arianna come Didone, pietrificata nel dolore in uno spazio vasto e desolato  «Così, o Teseo traditore, mi hai strappato dalla casa paterna e mi hai lasciato su una spiaggia deserta, traditore?» Catullo la ritrae irrigidita, protesa vero il mare a scrutare l’orrizzione, incredula e spaurita << e lui ormai lontano, la figlia di Minosse guarda, ahi!, guarda con occhi tristissimi dalla riva algosa..>> Arianna viene rappresentata come una sorta di principessa orientale caduta in disgrazia, il cuore pieno d’angoscia, senza più il tanto vagheggiato futuro da sposa. Ma perchè Arianna viene abbandonata? In maniera più tragica il poeta sceglie di far sì che Teseo l’abbandoni deliberatamente per rietrare nella terra natia, Arrianna invece, d’altro canto, si ritrova completamente sola in un lido desolato, lontana dal passato, seppur essendone preda e vittima, e priva del futuro.

Van Gogh e Sien 

Sorrow Painting by Vincent van Gogh; Sorrow Art Print for sale

Uno degli ultimi amori del pittore olandese, Vincent Van Gogh, fu quello per una prostituta denominata “Sien”. Il pittore la incontra d’inverno per le strade, ammalata di vaiolo, affamata e vestita di stenti nonostante fosse in uno stato interessante, Van Gogh incontra per la prima volta Sien. Avendo da sempre un debole per le donne più sfortunate e deboli decide di “salvarla” e prenderla con sè, iniziando così una lunga convivenza Sien diventa la sua musa artistica . Una delle opere più famose è “Sorrow” ossia “Dolore”, nel disegno appare una frase “Comment se fait-il qu’il y ait sur la terre une femme seule, délaissée?” cioè “Come può esserci sulla terra una donna sola, abbandonata?” una frase esplicitamente dedicata alla donna. Inzia sempre più a maturare l’idea di sposare la giovane e di formare con lei una famiglia, visto che il pittore accolse il figlio come fosse suo, putroppo però i due non erano destinati a stare insieme. Van Gogh viene, infatti, ricoverato per aver contratto da lei la gonorrea ossia una malattia sessualmente trasmettibile, la famiglia dell’artista inizia, perciò, a contrastare sempre più la relazione minacciando anche di ripudiarlo. Il pittore fiammingo, che al tempo, non guadagnava molto, cerca invano di continuare a prendersi cura dei due seppur senza l’aiuto economico della famiglia. Sien, invece, riprende a bere e a vendere nuovamente il suo corpo fino alla ruttura definitiva con Vincent, muore suicida nel 1904 annegandosi nel fiume Schelde.

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