La presenza del male nel mondo è un’ evidenza fattuale. Questo dato di presenza ha da sempre indotto teologi e filosofi ad interrogarsi per indagarne i fondamenti genetici ed il nostro influsso su di esso. Sullo sfondo di “True detective” ripercorriamo una fenomenologia della riflessione sulla presenza del male nel mondo.

La doppia visione di True Detective.
Lousiana, 1995. Il cadavere nudo di una donna viene ritrovato in posizione di preghiera sotto un albero, mentre evidenti segni di un rituale accompagnano la scena. Due detective, Martin Hart e Rustin Cohle, sono chiamati per risolvere il crimine. È l’inizio di un’indagine che si dilazionerà per 17 anni, svelando intrecci e segreti profondi correlati a molte tematiche filosofiche, fra cui il problema del male, che si articolerà fra la dimensione formalmente religiosa di Martin e quella anticonvenzionalista di Rustin.
Martin e la dimensione della teodicea
Martin, paradigma dell’americano medio e uomo formalmente religioso, ricorre al divino per risolvere la questione. Il male e Dio coabitano nel mondo. Ma come giustificare ciò? Questa coesistenza è il punto di partenza della speculazione teologica di Sant’Agostino. Il vescovo di Ippona nega al male una realtà positiva, esso è solamente una privazione del bene, conseguente al carattere relativo del nostro rapporto con Dio. L’uomo, pur essendo una creatura buona del sommo bene, è incapace di partecipare della sua perfezione, poiché fortemente contaminato dagli influssi della sua volontà. All’idiosincrasia fra una volontà errante nel desiderio particolare ed un bene che invece è assoluto, il male inoltre si presenzializza come carattere ereditario del peccato originario. Dai medesimi assunti muoverà Leibniz, creatore del termine ‘Teodicea’, significante ‘giustificazione di Dio’. Nei “Saggi di Teodicea” del 1710 il teorico delle monadi affronta il problema della presenza del male nel migliore dei mondi possibili. Ricalcando la tesi agostiniane, giustifica tale presenza nelle singole parti del creato in relazione all’armonia del tutto. In ambito morale, questo dato di presenza serve dunque a risaltare la perfezione e l’armonia dell’organismo etico complessivo.
La svolta kantiana
In opposizione a questa tradizione filosofica si schiererà invece Immanuel Kant. Nel saggio del 1786 “Inizio congetturale della storia degli uomini”, imbattendosi nel problema del peccato originario, porta alla luce il carattere problematico del concetto di ereditarietà. Tutto ciò che è ereditario rappresenta una dimensione interdittiva della libertà dell’uomo, cardine centrale della sua teoria etica. L’uomo è libero nel compiere le sue azioni. Dunque anche il male è una scelta libera dell’uomo? Assolutamente sì. Pochi anni dopo, nel 1791, Kant pubblica il saggio “Sul fallimento di ogni teodicea”. Schierandosi implicitamente contro la posizione di Leibniz, il filosofo di Konigsberg dimostra l’impossibilità di ogni teodicea speculativa in quanto, basandosi essa su un rapporto fra il mondo dell’esperienza ed una ragione suprema, la nostra ragione è assolutamente incapace di questa comprensione.

Rustin incontra Rousseau…
“Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere… per le leggi della natura.” In questa citazione di Rustin è presente tutta l’essenza del personaggio. In sintonia con Rousseau, i concetti di coscienza e consapevolezza divengono fondamentali per la problematica del male. Per il filosofo francese è l’associazione degli uomini in società la vera causa della presenza del male. L’uomo naturale, nella suo isolamento e nella sua inconsapevolezza, è assolutamente buono. L’uomo sociale invece, strutturando una coscienza di sè in rapporto agli altri e vivendo in una dimensione di intersoggetività, è creatore di concetti valutativi e impone un giudizio sulle azioni degli altri in termini di bene e male.
e il nichilismo di Nietzsche
Una simile prospettiva di carattere convenzionale riguardo a questi termini morali porterà poi Nietzsche alla teoresi della trasvalutazione dei valori, chiave di volta di tutto il pensiero nichilistico. Questo concetto fondamentale non rappresenta la sostituzione dei valori precedentemente dati con nuovi valori, poiché ciò comporterebbe il bisogno di nuove regole morali. Ciò che deve annullarsi è proprio questo bisogno. Con il termine trasvalutazione Nietzsche vuole intendere un cambiamento di posizione dei valori stessi, una modificazione della loro essenza. L’uomo in sé diventa un valore, anzi diventa Il valore, l’unico che può determinare il carattere morale del suo agire. Bene e male dunque perdono la loro connotazione oggettiva per entrare totalmente nella nostra soggettività.
Dario Montano