Il Superuovo

Siamo qualcosa che non resta: l’esistenzialismo spiegato da Jaspers, Guccini e Montale

Siamo qualcosa che non resta: l’esistenzialismo spiegato da Jaspers, Guccini e Montale

Qual è il senso dell’esistenza? Che cosa rende la vita degna di essere vissuta? Un breve excursus attraverso filosofia, poesia e musica tenterà di gettare luce tra i più profondi dilemmi dell’uomo.

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove Andiamo?, Paul Gauguin, 1897 (Fonte: Wikipedia.org)

 

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Questi i tarli che assillano l’anima e il cuore dell’uomo fin dagli albori della sua apparizione sulla terra. Nel corso della storia infinite risposte si sono accavallate nel desiderio di sanare la lacerante incertezza insita nella nostra natura, ma nessuna di esse pare aver pienamente esaudito il suo compito. A partire dalla prima metà del novecento, in un’epoca storica dilaniata dagli orrori dei due conflitti mondiali, una nuova voce si è levata per riproporre le antiche questioni concernenti il senso del vivere umano: la voce dell’esistenzialismo. Immergiamoci nelle vertiginose suggestioni elaborate da uno dei suoi più celebri maestri, Karl Jaspers, evidenziandone le affinità con le parole ed i versi di due grandi artisti del panorama letterario italiano: il poeta Eugenio Montale ed il cantautore Francesco Guccini.

 

Karl Jaspers (1889-1969), maestro dell’esistenzialismo tedesco (Fonte: lacooltura.com)

 

Il naufragio dell’esistenza e le cifre della trascendenza: il pensiero di Karl Jaspers

Dottore in medicina, psichiatra di professione e filosofo d’elezione, Karl Jaspers rappresenta con il suo pensiero una delle più alte vette toccate dall’esistenzialismo novecentesco, sebbene egli stesso rifiutasse tale etichetta. La sua opera Psicopatologia delle intuizioni del mondo, data alle stampe nel 1919, anticipa di qualche anno le celebri indagini fenomenologiche di carattere esistenzialista dei suoi colleghi Jean-Paul Sartre Martin Heidegger, proponendosi come primo fondamentale scritto di filosofia dell’esistenza. Il suo testo più decisivo resta ad ogni modo la mastodontica Filosofia, compendio in tre volumi in cui sono esposti con chiarezza i punti cardine della sua riflessione. Momento di partenza della speculazione jaspersiana è la netta distinzione operata tra i compiti della scienza e la funzione della filosofia: la conoscenza scientifica è orientamento nel mondo, indagine oggettiva sulla realtà delle cose. Ma la scienza, questo il nodo centrale, non può dimostrare la necessità della sua esistenza, è incapace di fondare valori e impossibilitata a stabilire il senso dell’Essere. La cruda conoscenza degli oggetti di fatto non tocca neanche lontanamente la profondità dei più importanti quesiti dell’umano, la sua inguaribile urgenza di senso. A tale urgenza di senso tenta di rispondere la filosofia, anzitutto proponendosi di definire l’indefinibile, l’Essere nella sua totalità. Jaspers concepisce l’Essere nella sua totalità come un perenne al di là, un Tutto abbracciante che mai si lascia abbracciare, inafferrabile nella sua pienezza: il Tutto abbracciante è dunque ciò che sempre e continuamente si annunzia a noi, e ci si annunzia non in quanto ci venga innanzi esso stesso, ma in quanto è la scaturigine di ogni altra cosa. In cosa consiste, dunque, la funzione della filosofia? La risposta di Jaspers è che la filosofia è quell’attività chiarificatrice che illumina l’esistenza conducendola alla coscienza di se stessa e alla comunicazione con le altre esistenze.  In tal senso, il compimento dell’uomo si coglie nel suo posizionarsi nelle possibilità che la necessità gli ha rivelato. Destino di ogni esperienza umana è il mostrarsi della trascendenza: essere umani significa poter esperire la fine di ogni cosa, arrendersi al sempre incombente naufragio di ciò che viene all’esistenza. L’impianto teoretico di Jaspers porta qui alla luce uno dei suo concetti fondamentali, quello di cifra: ogni ente del mondo, nella sua fatale finitezza, sempre rimanda oltre di sé, alla propria inattingibile alterità. Il senso di tutto ciò che esiste è dunque inesorabilmente e perennemente oltre il proprio manifestarsi fisico.

 

Francesco Guccini all’Ostaria delle dame di Bologna, 1972 (Fonte: Wikipedia.org)

 

Il cantore del dubbio: parole e musica di Francesco Guccini

[… ] E pensavo dondolato dal vagone

cara amica, il tempo prende, il tempo dà

noi corriamo sempre in una direzione 

ma qual sia e che senso abbia chi lo sa

restano i sogni senza tempo

le impressioni di un momento

le luci nel buio di case intraviste da un treno

siamo qualcosa che non resta 

frasi vuote nella testa

e il cuore di simboli pieno.

(Francesco Guccini, Incontro, 1972)

Cantautore e scrittore dalla profonda sensibilità poetica, Francesco Guccini si iscrive di diritto tra i grandi maestri della canzone italiana, soprattutto per l’originalità e l’indiscutibile valore dei suoi testi. Da sempre etichettato come cantore del dubbio e dell’incertezza, l’opera del nostro costituisce in effetti il più lampante esempio di esistenzialismo tradotto in musica, cantato in versi. L’intera produzione gucciniana è permeata da un sottile sentimento di inquietudine, mai taciuto e impossibile da tacere. Le grandi questioni sul senso dell’identità personale, sul tempo che scorre senza curarsi di noi, sul significato di una vita sempre uguale e sempre diversa, si rincorrono leggere tra i versi dell’autore, che accompagna alla sua proverbiale ironia un sempre vivo scetticismo, una sostanziale disillusione circa la possibilità di pervenire a verità ultime.  Il gioco di rime del cantautore emiliano  immerge l’ascoltatore in metafore dall’assoluta pregnanza poetica e filosofica, come accade nel celebre testo di Incontro: la dolce nostalgia e la mai estinguibile incertezza che invadono i ricordi del protagonista culminano nell’ultima strofa in immagini dal sapore fortemente jaspersiano. Ciò che resta, in questo eterno dondolare che è la vita, non siamo noi ma soltanto luci nel buio intraviste da un treno, simboli che abitano il cuore e conferiscono significato al suo sentire. Parafrasando Jaspers, l’ultima questione è di sapere se dal fondo delle tenebre un essere può brillare. Questo il compito, l’impegno e il destino del vivere umano, da sempre condannato a volare come vola il tacchino (Canzone quasi d’amore), a rincorrere un orizzonte che mai si stanca di fuggirgli.

 

Eugenio Montale (1896-1981), premio nobel per la letteratura 1975 (Fonte: larepubblica.it)

 

La ricerca del varco: la poetica di Eugenio Montale

[…] Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? (Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…)

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

(Eugenio Montale, La casa dei doganieri, 1939)

Tra i più celebri ed acclamati poeti del novecento italiano, nonché vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1975, Eugenio Montale ha dedicato la propria intera produzione lirica alla riflessione sulla condizione esistenziale dell’umano. Avvolto dal cupo grigiore del violento divenire storico novecentesco, l’autore genovese tenta di testimoniare il significato profondo ed autentico celantesi dietro alla banalità dell’esperienza quotidiana, facendo ricorso a straordinarie soluzioni simboliche. A tal fine egli si serve dello strumento poetico del correlativo oggettivo, parallelamente concettualizzato da Thomas Eliot. Il termine sta ad indicare un’associazione, suscitata dalla parola poetica, la quale connette emotivamente un oggetto od una situazione ad un determinato stato d’animo. Il poeta si serve cioè di un’immagine oggettiva che rimandi oltre di sé, oltre il suo concreto darsi, al fine di immergere il lettore in un’ulteriorità inafferrabile ma capace per un attimo di svelare il senso della realtà. Immortale esempio di applicazione di questa figura retorica è la strofa finale di Meriggiare pallido e assorto, in cui il poeta chiosa comparando la vita ad una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Proprio come nel concetto jaspersiano di cifra, Montale sembra confidare ai lettori che il vero significato di ciò che ci circonda non è mai accessibile alla nostra vista o al nostro tatto, ma può essere soltanto cullato da una parola capace di accogliere in sé l’incoglibile fuggevolezza delle cose.

 

Se una vera risposta non è stata fornita, allora il messaggio dei nostri autori è stato colto nella sua pienezza. Continuiamo dunque a lasciarci dondolare da questo vagone, in attesa dell’aprirsi del varco. E lasciamo tracce, che loro sanno parlare anche senza di noi, oltre di noi. Sempre che vi sia qualcuno pronto ad ascoltarle.

 

 

 

 

 

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