Siamo capaci di star da soli con noi stessi? La parola agli esperti, Schopenhauer e De Chirico

 

Quante volte riserviamo del tempo per aprirci al dialogo con noi stessi? Sappiamo riscoprirci nel silenzio? Quanto è difficile rimanere da soli con se stessi? Schopenhauer e De Chirico ci guideranno lungo questo cammino impervio

Vi siete mai sentiti soli? Avete mai provato quella sensazione di disagio in cui siete costretti a rimanere da soli e in silenzio con voi stessi? Avete mi provato quel terribile momento in cui cercate di parlare ma nessuno vi ascolta? E come vi siete sentiti? La solitudine è un sentimento che attanaglia tutti gli esseri viventi, un sentimento che spesso pervade gli animi dei giovani e degli anziani in particolar modo, ma che si presenta anche nella vita adulta. Non per forza però deve essere contrassegnata come qualcosa di negativo, anzi, molto spesso è proprio stando in solitudine che scopriamo o ci rendiamo conto di quante cose siamo capaci di fare.  Importanti riflessioni su questo tema furono portate a termine da uno dei più grandi filosofi ottocenteschi, Arthur Schopenhauer, il quale si trovò spesso a trattare della solitudine. Successivamente, un grande artista rappresentò questo sentimento in molte sue opere, Giorgio de Chirico, uno degli artisti più importanti ed influenti del secolo scorso. Ma procediamo con calma

La solitudine in Schopenhauer

La solitudine è una caratteristica propria dell’essere umano. Nessuno durante il corso della sua vita può fare a meno di incontrarla. Ed è per questo che forse è uno degli argomenti che da sempre ha interessato i grandi pensatori, tra cui ricordiamo filosofi come Nietzsche e Schopenhauer, ma anche molti poeti e scrittori come Leopardi o Pirandello. Concentriamoci ora sulle riflessioni di uno dei filosofi più influenti della storia, Arthur Schopenhauer, il quale trattò spesso di questo argomento, trovandolo un tema davvero ricco, capace di far fiorire considerazioni e speculazioni brillanti. Come altri filosofi, Schopenhauer vedeva la solitudine come una condizione da cui non si può fuggire. Per quanto l’essere umano cerchi di resistere, prima o poi dovrà affrontare le difficoltà dello stare da solo. Ma non per forza quest’ultima deve avere caratteristiche negative. Tutt’altro, afferma Schopenhauer, il quale da molta importanza alla solitudine, in quanto può essere fonte di felicità, o meglio, può essere un primo passo verso quel lungo cammino che l’uomo deve affrontare se intenzionato a vivere una vita felice. Per capire davvero cosa significhi la solitudine per Schopenhauer dobbiamo fare riferimento ad un aspetto fondamentale e rivoluzionario della sua filosofia, ovvero l’influenza che le filosofie orientali (spiritualistiche e religiose), in particolare il Buddhismo, ebbero sul suo pensiero (egli fu il primo ad introdurre nel mondo occidentale, inteso come mondo della razionalità, queste filosofie). Purtroppo non conoscendo in modo approfondito il pensiero buddhista eviterei di addentrarmi in considerazioni errate. Basti sapere che il Gautama Buddha (l’illuminato), per raggiungere l’illuminazione spirituale praticò innumerevoli volte il cammino della solitudine, considerata un tratto fondamentale delle molteplici tecniche di meditazione che successivamente si svilupparono fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ proprio attraverso il rimanere in solitudine che il Buddha riuscì a raggiungere l’illuminazione ultima, meditando una notte intera e raggiungendo così il Nirvana.  E’ proprio quest’ultimo  tratto del pensiero buddhista che interessa maggiormente a Schopenhauer, tanto da inserirlo nelle sue tre vie di liberazione del dolore, in particolar modo come caratteristica dell’Ascesi cioè l’esperienza per la quale l’individuo cessa di volere la vita e il volere stesso, e si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere, affermando che il vero cammino verso la salvezza mette a capo il nirvana buddista. Il nirvana è l’esperienza del nulla, un nulla che secondo quanto insegnano i testi e i maestri dell’Oriente, non è il niente, bensì un nulla relativo al mondo, cioè una negazione del mondo stesso. Ciò che più mi affascina della filosofia di Schopenhauer è il carattere positivo e propedeutico che attribuisce alla solitudine, cita infatti in Parerga e paralipomena, uno dei suoi scritti fondamentali:

“La vera e profonda pace del cuore e la perfetta tranquillità d’animo, che costituiscono subito dopo la salute il più grande bene terreno, si troveranno soltanto nella solitudine, e come stato d’animo duraturo solo nel più profondo isolamento. Se in tal caso la propria individualità è grande e ricca, si godrà dello stato più felice che possa venir ritrovato su questa povera terra”

 

Le Piazze d’Italia

 

 

 

Piazza Italia (1913, olio su tela 35.2 x 25 cm, Art Gallery of Ontario, Toronto, Canada)

Trattiamo ora di questa serie di opere d’arte, realizzate da Giorgio de Chirico,  pittore e scrittore italiano novecentesco, non che principale esponente della corrente artistica della pittura metafisica. Affascinato dal pensiero di filosofi come Schopenhauer e Nietzsche, De Chirico realizza questa serie di “piazze metafisiche”. In queste opere  l’artista da molta importanza allo stile dei grandi pittori del passato, cercando quasi di immedesimarsi completamente in loro. Nelle Piazze d’Italia, infatti, manifesta tutta la sua devozione per la storia dell’arte e per il rinascimento italiano. Qui l’idea di piazza e gli edifici che la circondano rimandano a concetti architettonici e urbanistici tipicamente italiani, ed è chiaro il riferimento alla pittura rinascimentale, in particolare alle vedute prospettiche rappresentanti città ideali. Come notava Mario De Micheli:

“La pittura di de Chirico nasce dalla memoria di architetture italiane classiche e ottocentesche in un’atmosfera di lucidissima e statica assurdità. Solitudine, silenzio, fughe prospettiche, illusioni spaziali, ombre nitide stampate su lisci selciati, portici d’ombra, cieli antichi, volumi netti, statue solitarie e talvolta una forma di vita […] sospesa, avvolta in un velo impalpabile che la separa dal resto del mondo.” (“Avanguardie artistiche del Novecento”, Feltrinelli, Milano 1988).

Ed è proprio questa a mio parere la caratteristica principale di queste opere, il senso di solitudine che ci trasmettono nel momento in cui le contempliamo, un senso spezzato soltanto da quelle due piccole figure umane poste sulla sinistra e, sul fondo, da un treno a vapore che passa sbuffando, seminascosto dal muro di mattoni. Ma tutto sembra comunque immobile, senza vita, bloccato, come la statua presente al centro del dipinto. Queste opere sono dominate da un silenzio solenne, esaltato dall’ombra lunga che proiettano l’architettura, la statua e i due uomini. In questa Piazza d’Italia, tra gli ultimi capolavori di Giorgio de Chirico, tutto è sospeso e avvolto nel mistero dell’enigma, in un metafisico senso del tempo e delle cose, suscitando un senso di malinconia e spaesamento, e quindi di solitudine. L’uomo e il mondo stesso sono un enigma secondo De Chirico, che attraverso queste sue opere non vuole insegnare o trasmettere, ma vuole essere una sorta di vate, di visionario, che constata la natura enigmatica dell’esistenza senza cercare soluzioni

La solitudine come riscoperta

Come ci viene esposto dalla filosofia di Schopenhauer e come ce lo rappresenta De Chirico nelle sue meravigliose opere, il sentimento della solitudine è costitutivo dell’essere umano, un tratto della sua esistenza, a cui quest’ultimo non può fuggire. In un momento storico come questo che stiamo attualmente vivendo, in cui siamo forzati all’isolamento, sentirsi soli è normale. Ma questa potrebbe essere un’opportunità per ciascuno di noi, in quanto, possiamo utilizzare questo tempo messo a nostra disposizione per riscoprire il valore dello star da soli con se stessi. Sappiamo tutti che rimanere da soli con se stessi è molto difficile, e talvolta non riusciamo nemmeno a sopportarci, perchè non siamo capaci, o meglio,  siamo disabituati ad ascoltarci e a conoscerci nel profondo. Socrate diceva che “il primo estraneo che incontriamo siamo noi stessi”. E secondo me ha più che ragione. Ma è proprio qui che la filosofia viene in nostro aiuto. E Schopenhauer ce lo grida forte e chiaro in uno dei suoi tanti aforismi:

“Nella solitudine, in cui ciascuno è rimandato a se stesso, si mostra ciò che si ha in sé: l’imbecille vestito di porpora sospira allora sotto il peso, onde non può liberarsi, della sua individualità miserabile, mentre l’uomo dalle alte doti popola e rianima con i suoi pensieri il paesaggio più deserto.” 

Insomma, una solitudine volta alla ricerca delle nostre profondità e della dimensione più intime. Un mezzo attraverso il quale riusciamo a comprendere le nostre sofferenze e le gioie che accompagnano la vita di ciascuno. Fuori da questo ideale, l’uomo finisce nell’isolamento vero e proprio, inteso come il sentirsi soli. E’ questo ciò che più incute timore all’essere umano, non tanto lo star da soli con se stessi, quanto il sentirsi soli, che sono due cose molto diverse tra loro. La solitudine (intesa come lo star da soli) si differenzia dall’isolamento, in quanto presenta delle peculiarità positive. Solo attraverso essa l’uomo può penetrare in se stesso, conoscersi e crescere psicologicamente, intellettualmente e spiritualmente. La solitudine è la possibilità, in un mondo saturo di informazione e parole vuote come il nostro, di riscoprire (o scoprire) se stessi nel silenzio, un’opportunità per comprendere più a fondo noi stessi e “l’altro-da-noi”. In questo senso la solitudine non ci chiude al mondo e agli altri, ma ci aiuta a tornare, con corpo e spirito rinnovati, verso l’esterno.  Vi invito caldamente, nel caso in cui voleste approfondire la questione, ad ascoltare un podcast per me fondamentale, che mi ha aiutato  a riscoprire il valore dello “star da soli”, realizzato da uno dei filosofi a mio parere più brillanti del nostro secolo, Rick DuFer (https://www.youtube.com/watch?v=TBtQprXtsHA). Per finire, il consiglio che ci lascia il nostro caro amato filosofo tedesco, Arthur Schopenhauer, è quello di abituarsi il prima possibile alla condizione dello star da soli con se stessi, perchè non solo risolverà il timore del sentirsi soli, ma garantirà anche una maggiore pace e felicità

 

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