Quando gli scrittori scrivono di scrittura: in dialogo con Platone, Derrida e Caparezza

La scrittura costituisce senza ombra di dubbio il principale strumento di espressione e comunicazione interpersonale nello spazio e nel tempo. Ma in cosa consiste la sua vera natura? Caparezza ne canta le virtù, Platone e Derrida ci introducono a punti di vista opposti ma egualmente affascinanti.

 

Sistemi di scrittura

La vita umana è insistenza ad entrare nell’ordine del senso, e ciò avviene nell’esperienza della parola. Così diceva e pensava Jacques Lacan. E sembra difficile dargli torto, se ci soffermiamo a riflettere sull’importanza decisiva della parola e della sua trascrizione per ciò che concerne l’edificazione di un significato esistenziale. Di contro all’intrinseca finitezza e inafferrabilità della viva parola pronunciata, la scrittura è da sempre lo strumento privilegiato attraverso cui l’umanità conserva e tramanda il proprio messaggio, sfidando gli angusti limiti della mortalità personale e della contingenza storica. Il pensiero filosofico occidentale si è spesso interrogato sull’enigmatico ed ambivalente rapporto che lega voce e scrittura, la parola viva e mortale e la parola che uccide la morte rischiando di dimenticare se stessa. Platone e Derrida, attraverso la loro opera, approfondiscono il tema giungendo a posizioni antitetiche: a loro si rivolgerà, tra breve, la nostra attenzione. Ma prima risulterà opportuno ascoltare la voce di Caparezza, sempre pronta a ricordarci i motivi per cui vale la pena fornirsi di inchiostro e fogli bianchi da riempire.

 

Caparezza, rapper tra i più acclamati della scena musicale italiana

Elogio della scrittura: China town di Caparezza

Michele Salvemini, alias Caparezza, è unanimemente riconosciuto come uno dei maestri della musica italiana contemporanea, avendo influenzato con il suo stile originale e provocatorio la propria e le successive generazioni di artisti. Fautore di un rap intelligente e critico, nonché farcito di riferimenti storici, letterari e filosofici, egli ha fatto della scrittura una missione di vita, una vera e propria ragione d’essere. Perdutamente innamorato della parola e delle sue infinite ed imprevedibili combinazioni, Caparezza ha deciso di dedicare un brano alla sua fedele amante. La canzone in questione è China Town, comparsa nell’album Museica del 2014. Il testo si presenta come un lungo ed articolato inno alla bellezza della scrittura, al suo potere liberante, alla sua capacità di sprigionare l’immaginazione e la fantasia.

[…]

Il mio Gange, la mia terra santa, la mia Mecca

Il prodigio che dà voce a chi non parla

A chi balbetta

Una landa lontana

Come un amico di penna

dove torniamo bambini

Come in un libro di Pennac

Lì si coltiva la pazienza degli amanuensi

L’inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi

D’un tratto esplode come un crepitio di mortaretti

Come i Martelletti

Dell’Olivetti

Di Montanelli […]

 

A poco servirebbero ulteriori precisazioni circa le straordinarie potenzialità della scrittura, e di certo il nostro autore ne ha tessuto le lodi meglio di quanto potesse mai immaginare il sottoscritto. Questo dunque il potere della parola oggettivata, sottratta al divenire del flusso vitale e consegnata ai posteri come uno specchio nel quale riconoscere la propria identità smarrita. Qui però giunge la filosofia a mischiare le carte, a complicare le cose, come suo solito. O meglio, a mostrare delle complessità nascoste, furbescamente celate dietro l’immediatezza dell’ovvio. Se la parola è vita, quanta di questa vita può conservarsi nel suo morire nella pagina? La risposta è lungi dall’esser trovata, forse per l’impossibilità dell’esser detta. Ciò nonostante, o forse proprio per questo, le visioni discordanti non mancano. Il primo a prendere la parola sarà Platone, il quale continua a far sentire la sua imperiosa ed austera voce da circa due millenni e mezzo,  tutto grazie a questo dono che chiamiamo scrittura.

 

Busto ritraente Platone (428 A.C.-348 A.C.), fondatore della metafisica occidentale

Il mito di Theuth: il punto di vista di Platone

[…] Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti. (Platone, Fedro)

Gigante del pensiero greco, allievo di Socrate e maestro di Aristotele, Platone ha letteralmente in-formato la storia della filosofia occidentale attraverso quella che egli stesso soleva definire, con un termine particolarmente felice,  la seconda navigazioneossia la fondazione della Metafisica attraverso la formulazione della celebre dottrina delle Idee eterne. Impossibile da approfondire vista la complessità e l’assoluta profondità del suo contenuto, la nostra brevissima introduzione serve, in questa sede, soltanto come trampolino di lancio per affrontare il problema della scrittura, decisamente centrale nell’opera del filosofo ateniese. In particolare, è nelle pagine del  Fedro che il nostro consegna ai posteri una delle gemme letterarie di più raffinata bellezza che l’umanità possa ricordare, smontando in essa, ironia della sorte, le pretese della scrittura di poter avvicinarsi alla verità e alla sapienza. Servendosi, come usa fare nei Dialoghi, dell’espediente estetico del mito, Platone immerge il lettore nelle oniriche immagini del racconto di Theuth: in esso si narra esattamente delle gesta dell’ingegnosa divinità egizia che, avendo inventato l’arte della scrittura, propone il frutto della propria creatività al saggio Re Thamus. Il responso del Monarca è però, sorprendentemente, negativo. Egli ritiene infatti che la scrittura, piuttosto che al ricordo, conduca ad un’ineluttabile dimenticanza. Il segno scritto è immobile nelle sue ragioni, significa sempre e soltanto lo stesso, e nel momento esatto in cui è prodotto scinde il proprio contenuto dal discorso vivente ed animato di cui dovrebbe essere espressione. La verità, ritiene Platone, può scriversi soltanto in quella non-scrittura che è il linguaggio dell’anima, e solo nell’anima può compiersi il percorso del Logos, della Ragione. La scrittura rappresenta dunque un male necessario, uno strumento di comunicazione e tramandamento incapace di dire la verità, per il semplice motivo che la verità non può essere detta. L’immortale messaggio di Platone non risiede tout court in un’argomentazione sulla presunta superiorità dell’oralità sulla scrittura, quanto piuttosto nel fatto che la scrittura sia fatalmente condannata a dire, e in questo suo dire sempre si allontana dalla verità dell’anima.

 

Dipinto raffigurante Jacques Derrida (1930-2004), maestro della Decostruzione

Non c’è fuori-testo: la rivoluzione di Jacques Derrida

Filosofo di stupefacente prolificità, tra i più discussi ed influenti della seconda metà del Novecento, Jacques Derrida ha dedicato l’intera sua opera ad una radicale critica dell’impostazione metafisica propria del pensiero occidentale, prendendo di mira, primo fra tutti, proprio Platone. Paradigmatico, a tal proposito, è il titolo di uno degli scritti più interessanti e sovversivi del pensatore algerino: La farmacia di Platone. In esso, rifacendosi proprio al mito di Theuth esposto nel Fedro, Derrida traccia con magistrale abilità i lineamenti di quella che ritiene essere la grande malattia dell’Occidente, ovvero il Logocentrismo, il primato del linguaggio parlato su quello scritto. Il motivo di tale classificazione gerarchica, istituita dal maestro ateniese, è stato precedentemente chiarito: solo e soltanto nel linguaggio parlato l’anima è costantemente presente a se stessa. La scrittura, al contrario, è connotata fondamentalmente dalla caratteristica di stare-per qualcosa, di fungere da segnaposto, di rimandare ad un pensiero o ad uno stato d’animo che è radicalmente altro da lei. Derrida, giocando con il linguaggio, esprime questa proprietà della parola scritta attraverso il neologismo della Differanza (Différance): ciò che è scritto è sostanzialmente diverso da ciò che intende designare, per sua natura differisce, rimanda, sposta il baricentro del discorso. Qui si inserisce la decisiva svolta di Derrida, la chiave di comprensione della sua complessa Decostruzione. Ciò che Platone ha colpevolmente omesso, e con lui tutta la filosofia post-platonica, è che il pensiero stesso è scrittura: con un aforisma ormai divenuto celebre, Derrida afferma che non c’è fuori-testo, nulla sussiste fuori dalla struttura del linguaggio-scrittura, anzi la scrittura è la condizione di possibilità stessa di ciò che si mostra, di ciò che è evidente. Radicalizzando un’immagine di sapore heideggeriano, Derrida sancisce la definitiva dipendenza del presente dall’assente. Se tutto è scrittura, se tutto è traccia, nulla di ciò che appare può essere compreso nel suo mostrarsi. Il senso delle cose è indefinibile, non perché può platonicamente essere colto soltanto dall’anima, ma perché la cosa stessa rimanda indefinitamente oltre di se, all’infinito ed indecifrabile dialogo dell’umanità con se medesima.

 

Perché dunque, continuare a scrivere? Quale che sia la soluzione, le nostre parole pretendono instancabilmente di essere scritte. In una mente, in un foglio, fra le cose nel mondo. E forse è proprio questa la risposta.

 

 

 

 

 

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