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E tu, sei veramente umano? Dune, Seneca e Heidegger ci aiuteranno a rispondere

E se fosse la sofferenza, l’essenza stessa dell’essere umano? Forse possiamo comprendere noi stessi solo attraverso il dolore, simbolo eterno della nostra finitudine.

 

Attraverso gli occhi di Paul, protagonista di Dune, vivremo il tremendo test del Gom Jabbar, riconducibile ad una visione del mondo in bilico tra Seneca e Heidegger.

Nel futuro dell’umanità

Il mondo di Dune è tremendamente realistico nelle sue continue ramificazioni politiche, sociali, e tecnologiche. La complessità diviene il disegno di una società che è sorretta da un equilibrio universalmente accettato solo perché instabile.I continui complotti, i tradimenti e le collusioni sociali che avvengono tra le casate che governano l’universo al fianco dell’imperatore, permettono una rapida scalata al potere tanto veloce quanto la sua caduta. Nulla è per sempre. Così, diviene chiaro, e necessario, che venga creato un test che verifichi l’umanità di una persona. Sopratutto se essa detiene un potere smisurato, in grado di cambiare le vite di miliardi di persone. Paul è una di queste. Figlio di un duca, addestrato fin dalla tenera età per governare, e dotato di una preveggenza unica nel suo genere, non può che divenire una leva essenziale per smuovere l’universo verso il declino, o verso la pace.

Il gom jabbar, fissare l’abisso

Il test si svolge in una stanza buia, e fredda, della dimora di Paul e del duca, Castel Caladan. La veridica dell’imperatore è pronta. Fa avvicinare Paul, e l’esperimento scatta. Sul collo del ragazzo è poggiato un ago, in attesa di pungere e uccidere, il gom jabbar. La vecchia lo usa con una mano, mentre con l’altra sorregge davanti a Paul un cubo su cui un apertura buia e ignota invita alla cautela. Paul non può girarsi per guardare l’ago, altrimenti la vecchia lo pungerebbe. Deve guardare avanti, verso quel cubo tanto ignoto quanto minaccioso. La prima fase del test è superata. Paul riesce a controllarsi, e a non guardare la morte, appollaiata sul suo collo come un’avvoltoio su un cadavere. Tuttavia, il vero test non è ancora cominciato.

La morte che ci rende vivi

In quel momento, dove il confine tra la morte e la vita sfuma in un angolo d’angoscia, Paul si avvicina tremendamente al concetto della filosofia Heideggeriana. La morte infatti, secondo Heidegger diviene l’ossigeno della vita. Grazie ad essa, proprio come fa Paul, possiamo guardare avanti, al futuro pieno di vita. Ognuno di noi vive con un ago puntato al suo collo, ma continua a guardare avanti, perché il futuro è ciò che conta, proprio perché finito, e indeterminato. È la morte che ci risveglia dal torpore, scatenando in noi là titanica tempesta dell’angoscia, nettare e linfa della vera vita. La finitudine della nostra esistenza, diviene così il nostro spazio vitale, reso unico, ed essenziale, proprio dal suo essere determinato.

È questa la verità che Paul si ritrova a fissare, attraverso gli occhi rapaci, e antichi della vecchia che impugna il gom jabbar. Tuttavia però, la vera prova sta per cominciare.

Tra le fauci del dolore

La vecchia comanda, e Paul non può far altro che obbedire. Deve mettere la mano dentro l’apertura del cubo, e tenercela. Se la toglierà prima dello scadere del tempo, il gom jabbar colpirà, emettendo la sua sentenza di morte. Paul infila la mano, e un dolore lancinante la invade. Un dolore implacabile e intransigente, che trasforma le sue dita in un oceano di fuoco. La paura di poter perdere la mano, la vastità del dolore, e l’angoscia dell’ignoto, pendono su Paul come una falce eterea. Tuttavia, Paul non demorde, e riesce a superare il test. Tira fuori la mano, indenne. È proprio quella mano a divenire simbolo del confine, fragile e senile, tra la vita e la morte, tra dolore e rinascita.

la differenza che esigiamo

Cosa ci contraddistingue da un semplice animale? La verità risuona attraverso le parole della vecchia, che subito lo rende chiaro. Un animale appena finito nella tagliola del cacciatore, non esita a strapparsi la zampa a morsi pur di sfuggire alla morte imminente. Tuttavia, morirebbe dissanguato poco dopo. Invece, l’uomo sarebbe più astuto, resistendo al dolore, e aspettando immobile che il cacciatore si avvicini, per potergli tendere una trappola a sua volta. L’uomo, al contrario dell’animale, sa rendersi superiore ad un nervo del proprio corpo!

In queste parole risuonano le massime dello stoicismo. L’uomo è un essere che soffre, ma il suo soffrire non deve essere visto come un inevitabile fonte d’angoscia, ma come un esemplare sfida. Il vero stoico sopporta il dolore, perché esso è solo un illusione fugace, che non può toccare la sua vera essenza. Lo stoico coltiva l’apatia non come fuga, ma come difesa dalle distrazioni della vita, che ci impediscono di concentrarci su noi stessi, e sulla nostra felicità, che è ciò che conta veramente.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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