Abbiamo perso la capacità di giocare: da questa frattura nascono le crisi del nostro tempo

Tutti gli studiosi sottolineano il carattere disinteressato del gioco: un intermezzo della vita quotidiana, una ri-creazione. Eppure adorna la vita e la completa, e come tale è indispensabile. È indispensabile all’individuo, in quanto funzione biologica, ed è indispensabile alla collettività per il senso che contiene, per il significato, per il valore espressivo, in quanto funzione culturale. In esso è insita la capacità di disciplinare gli istinti imponendo loro un’esistenza istituzionale: li educa rendendoli atti a contribuire positivamente e ad arricchire e determinare gli stimoli delle culture. La degenerazione del gioco, risultato dell’assenza di freno, si ha quando il confine tra le regole ideali che lo caratterizzano e quelle che caratterizzano l’esistenza quotidiana diventa sfumato. Citando Schiller, è come se dai giochi si potesse trarre una sorta di diagnosi che caratterizzi le diverse culture.

Pietra miliare del filone filosofico che considera il gioco e il momento ludico come fondante della vita e della civiltà umana è il saggio di Johan Huizinga “Homo Ludens” (traducibile in “uomo che gioca”). Johan Huizinga, nato a Groninga nel 1872, rappresenta un pensatore scomodo, trasversale. Era riconosciuto come uno dei più autorevoli storici europei del Novecento. Un Novecento inteso da Huizinga come modernità totale, testimonianza di un dissidio intellettuale tra l’idea e la pratica dello sviluppo e i valori spirituali, estetici e critici della cultura europea. Civiltà europea che nella Seconda guerra mondiale vide l’ascesa travolgente delle armate della Germania hitleriana, un nodo aggrovigliato giunto al pettine della storia. Nell’ Olanda occupata, iniziò con altri oppositori la resistenza politica e morale all’ invasore nazista. Huizinga di lì a poco fu arrestato dalla Gestapo e rinchiuso in un campo di concentramento. Per questo “Homo Ludens”, apparso ad Amsterdam nel 1939, è quasi un testamento intellettuale. Quale è la situazione della nostra cultura? Si può parlare oggettivamente di una crisi? Come dobbiamo pensare la nostra società presente? Se c’è una crisi, quale la sua origine? Ed inoltre, che apporto può dare la categoria di gioco all’analisi della cultura?

L’autore parte dalla considerazione che il gioco possa far emergere la capacità dell’uomo di abbandonarsi ad “un altro mondo”, oltrepassando i limiti della mera funzione biologica. Nello stesso regno animale, secondo Huizinga, il gioco è espressione di un superamento della mera esistenza fisica, per diventare, nell’uomo, un elemento di ricerca culturale. “Secondo un’idea ormai secolare, spingendo il nostro pensiero fino alle ultime conseguenze del processo conoscitivo umano, si deve giungere a riconoscere che ogni azione umana appare un mero gioco. Colui al quale basta tale conclusione metafisica non deve leggere questo libro. A me non sembra una ragione per trascurare la categoria del gioco come fattore a sé in tutto ciò che accade nel mondo. Da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco.” Questa sembra sulle prime un’affermazione molto azzardata: come ricondurre le tante forme culturali che oggi vediamo ad una sola radice così poco seria come il gioco? Proprio in questo senso le ricerche di Jean Piaget, in riferimento al gioco come “pensiero in sviluppo”, offrono un importante chiarimento. Il gioco è innanzitutto esplorazione ed assimilazione del mondo che giunge, con l’accomodamento (cioè la modificazione degli schemi mentali del soggetto in funzione delle pressioni dell’ambiente), ad essere vera e propria comprensione storica. Come scrive appunto Piaget, “Il gioco costruisce un mondo privato per riflettere e trascegliere, per istituire il rilevante”. Il gioco è pertanto un tipo speciale di conoscenza, una funzione perenne della mente per fronteggiare le novità esercitando la nostra capacità di ideazione. Ed è da questa capacità d’ideazione del singolo dalla quale, su larga scala, sorge la cultura. Trasponendo questa prospettiva psicologica (elaborata in primis da Piaget) sul piano collettivo e storico, l’asserzione centrale di Huizinga non sembra più tanto azzardata. La cultura nasce in gioco, è il gioco stesso quando permane nel tempo. La cultura è tale solo se ha nel gioco la sua radice. Se una cultura si stacca completamente da questa vera radice ludica non è più cultura ma la sua crisalide ormai morta. La prospettiva secondo cui il gioco è solo una forma di cultura fra le tante è una deformazione moderna.

Lo sforzo di Huizinga è diretto proprio a sovvertire questa idea. Sbagliando si finirebbe a innaffiare la chioma e lasciare aride le radici. Quindi, rovesciando la nozione comune presso noi moderni, piuttosto che considerare il gioco come un fenomeno culturale, si può provare ad intendere come la cultura sia un fenomeno ludico. Il gioco è poietico poiché crea una situazione “tipica” che offre una possibilità di ripresa. Quindi anche ciò che rende costante un gioco, le sue regole, si fissa e si tramanda come cultura, come corpus etico e morale. Il trascorrere del tempo infatti cristallizza le forme ludiche in forme strutturate di riti sacri, poesia, saggezza, diritto, vita pubblica, etc., e così la qualità ludica viene ad essere sempre più nascosta e sommersa, seppure non è mai eliminata da una cultura vivente. Solo se così concepito il gioco rimane centrale nel processo di creazione della cultura mantenendo quest’ultima prolifica, viva. Offrendo esempi e casi comprovanti le sue affermazioni, l’autore ripercorre la storia. La civiltà greca, i romani, il Medioevo, il Rinascimento, l’Umanesimo, il Romanticismo, tutti questi periodi sembrano contenere, sotto forme diverse, un certo contenuto ludico che non è mai eliminato a livello generale di civiltà ed è sempre produttivo di cultura. Nell’Ottocento invece, rileva l’autore, c’è un punto di svolta: l’utile, il fattore economico, il calcolo insensibile prevale su ogni altra forma di pensiero; l’uomo si sente ormai adulto e maturo, non ha più tempo né per il gioco né per la sua inutilità. Il gioco acquisisce molte delle connotazioni negative che oggi gli attribuiamo (cosa poco seria, passatempo per bambini, inutile spreco di tempo …). Qual è dunque l’elemento ludico nella cultura odierna? L’esplosione sociale dello sport o la diffusione dei casinò e delle scommesse si rivela priva di ogni rapporto diretto fra i giocatori e quindi necessariamente priva anche di ogni aspetto sacrale. Così nonostante una certa patina “ludeggiante” della società moderna, essa appare povera di momenti puramente e genuinamente ludici. In una civiltà che gioca veramente ritroviamo quali primi effetti la consapevolezza del limite, il rispetto delle regole, l’accettazione della relazione universale che sussiste fra uomini che è la base dell’azione morale, ritroviamo insomma il fondamento della responsabilità. All’inverso, nella cultura in cui non trova più spazio il fattore ludico originario, il puerilismo si fa sempre più grande. Puerilismo è un termine che Huizinga adotta per indicare un preciso atteggiamento nei riguardi del mondo, che si instaura in assenza di momenti genuini di gioco e che connota il comportamento di tutti coloro che non accettano i limiti, la cui azione è ovviamente distruttrice. Il puerile è assoluto, è autonomo, è indipendente, è autarchico, si prende gioco degli altri e non gioca con gli altri. Ecco che l’impulso al gioco è snaturato, l’armonia si perde e la “gioia di esser causa” si tramuta in “euforia di esser causa assoluta”. Ricordando che l’autore scrive nel 1939, ricordando la radice ideologica del nazismo, non si può non rabbrividire.

Si incarna oggi nelle occupazioni “serie” (o quelle che vogliamo intendere come tali) uno spirito sempre più di agonismo puerile, irrazionale che investe ogni aspetto della società. Si può riscontrare il predominio del puerilismo nel mondo politico, degenerato a battaglia di sotterfugi per il voto. Nei nostri scienziati, professori e dottori che, rifiutando ogni limite morale e sgomitando in un’affannosa gara al progresso, tramutano l’amore per la verità in una competizione selvaggia per cattedre e per finanziamenti, per il successo, il denaro o per la gloria personale. Così come nello sport oggi prevale il mercato sull’aspetto ludico, divenendo un’altra occasione di consumo e di omologazione. Oggi il gioco si è snaturato, tecnicizzandosi, spettacolarizzandosi (più guardato che partecipato), piegandosi alla logica dell’utile, facendosi sempre meno di gruppo o relazione. Nel panorama attuale tutto diviene “scherzabile”, puerile appunto, non c’è confine tra lo scherzo e l’azione seria.

Nel criterio del valore etico si decide l’eterno dubbio di gioco o serietà. Chi nega il valore oggettivo di diritto e norme morali, non troverà mai il limite fra gioco e serietà [..] E così siamo giunti ad una conclusione: cultura vera non può esistere senza una certa qualità ludica, perché cultura suppone autolimitazione e autodominio, vedersi racchiusa entro limiti che essa stessa liberamente si è imposta. La cultura vuole tuttora, in un certo senso, essere giocata dopo comune accordo, secondo certe regole.”

La crisi è l’effetto di uno smarrimento dell’originaria disposizione a giocare. Dunque, come per Schiller, anche per Huizinga parlare del gioco non è un chiudersi alle problematiche “serie” della vita, al contrario legge, conoscenza, arte, filosofia, politica, moralità, tutti gli aspetti più importanti della cultura umana hanno una relazione fondante col gioco. Perché, come scrisse Schiller, “l’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca.”

Tommaso Ropelato

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