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Perché Polonia ed Ungheria si oppongono al Recovery Fund? Diamo uno sguardo alle loro politiche

Entrambe le nazioni si distanziano sempre di più dai nuovi progetti che l’Unione Europea vuole mettere in atto. 

Sia il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban, che il presidente della Polonia Andrzej Duda rischiano di congelare il tanto famigerato Recovery Fund. Le cause sarebbero da attribuirsi a dei tornaconti dei due stati verso l’Europa in primis ed ai suoi approcci inclusivi.

La questione ungherese: combattuta a lungo, ma senza successo

Il rapporto tra l’UE e Viktor Orban diventa ogni giorno sempre più teso. Il primo ministro ungherese è ormai un leader di matrice ultra-conservatrice che sta portando il paese verso una deriva illiberale. Tant’è che oggi l’Ungheria viene classificata come stato autoritario. Non solo: nel 2019 il partito di maggioranza Fidesz è stato sospeso dal Partito Popolare Europeo, proprio a causa delle sue ideologie estremiste. Quali sono? Per cominciare il crescente populismo che Orban promuove a scapito di Europa ed opposizione parlamentare. A cui vanno aggiunte delle spietate politiche anti-immigrazione ed anti-comuniste. Tuttavia Fidesz appoggia un intervento dello Stato in chiave economica, proprio per contrastare il neoliberismo sfrenato. Il che la dice lunga per quanto riguarda i rapporti tra la BCE ed il governo ungherese.
Secondo il premier ungherese, con il Recovery Fund l’Unione Europea si trasformerebbe in una nuova Unione Sovietica. Allo stesso modo però Orban non vuole vedersi negare i fondi Ue, per via delle sue iniziative antidemocratiche, poiché economicamente l’Ungheria ne è una nazione contributrice: basti pensare ai 6,3 miliardi di euro nel 2018, ottenuti dallo stesso fondo. Purtroppo per lui, il vincolo di stato di diritto, imposto dal diritto internazionale, complica la già articolata questione. Che Orban si comportasse da tiranno già si sapeva. Ma le controversie ancora non sembrano acquietarsi.

Il primo ministro Viktor Orban (a destra) con la leader di Fratelli D’Italia Giorgia Meloni.

La Polonia e l’Europa: un rapporto mai andato a gonfie vele

Diversa invece è la situazione che sta scaturendo nel governo polacco. Il presidente Andrzej Duda, da poco riconfermato al suo secondo mandato, è sempre stato uno strenuo difensore del conservatorismo polacco. Non a caso, i valori tradizionali e soprattutto cristiani che caratterizzano la Polonia sono andati ad imporsi spesso, anche culturalmente, nelle leggi nazionali. Due esempi che ci sono risultati fin da subito lampanti sono stati il veto sull’aborto e la repressione delle comunità LGBTQ.
Inoltre il partito liberalconservatore di maggioranza Diritto e Giustizia, avente come leader Jaroslaw Kaczynski (fratello dell’ex-presidente Lech, morto nel 2010!), è anch’esso favorevole ad un intervento statale nell’economia polacca. Seppur le loro posizioni si possono riassumere in uno spiccato nazionalismo ed una forte diffidenza verso le comunità internazionali.
L’Unione Europea non vede di buon occhio le mire sovraniste della Polonia. Una conseguenza della stessa nazione che si considera sin dalla sua adesione nel 2003, euroscettica. Seppur la storia potrebbe minare il campo dello scetticismo verso l’UE. Bisogna ricordare che prima delle elezioni parlamentari del 1989 (dove vinse il ‘partito-sindacato’ Solidarnosc), nello Stato si insediò un regime, quello comunista. L’influenza della Dottrina Breznev fu talmente potente, che i sindacati autonomi dovettero aspettare ben vent’anni prima di costituire quello che oggi consideriamo come uno stato liberale.

In Polonia ancora ci sono manifestazioni contro il no all’aborto.

Cacciare Orban e Duda dall’UE? Ecco perché non si può

Ma quindi se entrambi si dimostrano ostili alle direttive europee comunitarie, perché non si può espellerli? La risposta in realtà è meno scontata di quanto se ne pensi. Tanto per cominciare sia Polonia che Ungheria in passato hanno dovuto affrontare dei regimi comunisti influenzati da quella che un tempo era l’Unione Sovietica. La stessa autorevolezza potrà ripresentarsi, seppur con minor impeto, dai paesi dell’Est ostili al progressismo europeo. Soprattutto per Orban, proprio a causa dei suoi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin.
Alcuni studiosi prendono come esempio la Brexit, ossia la graduale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, appellandosi all’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Lo stesso articolo però menziona anche una volontà propria dello stesso Stato all’uscita, e quindi non una espulsione unilaterale.
E poi c’è sempre il fattore economico. La dissociazione dall’Unione Europea comporterebbe delle gravi ripercussioni sulle condizioni di vita delle persone. Sì perderebbe l’accesso al mercato comune e l’euro diventerebbe una moneta morta, causando di conseguenza un altissimo tasso d’inflazione. Gli spostamenti all’estero saranno sempre meno frequenti, e soprattutto più costosi. La manodopera straniera proveniente da Polonia ed Ungheria crollerà, portando talvolta a delle conseguenze spiacevoli negli altri paesi.
Insomma, l’Unione Europea non può giuridicamente e legislativamente espellere un paese. Ma le tensioni che ne derivano stanno aumentando sempre di più, e quasi sicuramente l’Europa ricorrerà a delle sanzioni verso i due stati. Che dire? Una scena tarantiniana in ambito politico!

Recovery Fund sì o no? Tanta ostilità per degli aiuti economici

Ma perché un elemento messo a disposizione dal Fondo Monetario europeo per aiutare l’economia deve suscitare tanto sdegno? Intanto bisogna chiarire la definizione di Recovery Fund, vale a dire uno strumento di aiuto economico attraverso l’emissione dei Recovery Bond. Il piano concordato dall’UE è il seguente: 750 miliardi di euro, di cui 390 di sussidi e 360 di prestiti. Quest’ultimo punto ha acceso non poche proteste negli euroscettici all’opposizione, e i cosiddetti Paesi Frugali (Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Austria e Repubbliche baltiche) hanno presentato un programma alternativo incentrato su prestiti a lungo termine. Il motivo? Non vogliono accumularsi debiti.
All’Italia è spettata la fetta più grossa con 172 miliardi, di cui però 90.9 sono in prestito. Seguita dalla Spagna con 140 miliardi. Entrambi sono i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia.
Al terzo posto invece troviamo proprio la Polonia, con 63.8 miliardi! Una cifra che risulta pur sempre riguardevole da un punto di vista economico. Quindi perché tanta avversione da parte del governo polacco sul Recovery Fund? Si andrebbe a crearsi una motivazione che va ben oltre al politico. Perché ‘per colpa’ di Polonia ed Ungheria, il Recovery Fund potrebbe slittare ancora, in quanto come ogni progetto europeo deve avere l’unanimità al voto per passare!
Finché i cari Orban e Duda non capiranno che con le conseguenze economiche dovute dalla pandemia non ci si gioca, l’Europa sarà tenuta sotto scacco. Che lasciassero perdere i propri interessi, ed assistano i loro paesi già posizionati in una deriva democratica!

 

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