Pensioni a quota 100: dati, critiche e prospettive future

Inaugurando la stagione di Porta a Porta Salvini ha parlato di pensioni a quota 100. L’idea prevede una quota 100 con età minima di 62 anni o 41,5 anni di contributi versati. I costi stimati dalla Lega non sembrano problematici. I dati dei rapporti svolti da alcuni istituti rilevano però costi ben più elevati e problemi nel lungo termine. Vediamo dati, previsioni e differenze rispetto alla tanto criticata Riforma Fornero.

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Matteo Salvini ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta su Rai 1

Le pensioni a quota 100

Recentemente ospitato a Porta a Porta di Bruno Vespa, Matteo Salvini è tornato a parlare di pensioni. L’argomento è stato un cavallo di battaglia della campagna elettorale di tutto il centro-destra, da sempre critico nei confronti della Riforma Fornero. Anche nel contratto di governo Lega-M5S lo smantellamento della Fornero tramite una nuova riforma del sistema pensionistico costituisce uno dei punti centrali. Dopo alcuni mesi di silenzio a riguardo Salvini è ritornato sul tema illustrando il piano che il governo vorrebbe portare verso la realizzazione già da questo autunno, inserendo il provvedimento nella legge di bilancio.

La “quota 100” è un provvedimento che permetterebbe di superare la legge Fornero indicando a 100 l’ammontare minimo della somma tra gli anni di età del lavoratore e gli anni di contributi versati. Nel contratto di governo la soglia dell’età minima pensionabile era prevista a 64. Recenti interviste hanno visto il Ministro degli Interni dichiarare che 64 anni sono troppi e la soglia sarà abbassata a 62. Il progetto di governo prevede inoltre di introdurre la possibilità di accesso alla pensione dopo 41,5 anni di contributi pagati senza soglia d’età. Il governo è intenzionato anche ad abolire l’APE Sociale, provvedimento sperimentale in vigore dal maggio 2017. Questa misura ha attivato un meccanismo che consente a lavoratori di speciali categorie di andare in pensione prima dei 64 anni tramite fondi erogati dallo Stato. Secondo alcuni esperti della Lega questo provvedimento pesa molto sui conti pubblici ed è troppo discrezionale. L’intento sarebbe quello di sostituirlo con fondi speciali per determinate categorie.

La legge Fornero

La Riforma Fornero è stata approvata nel dicembre del 2011 dal governo Monti come articolo 24 del decreto “Salva Italia”. La riforma nasce con l’intento di allungare i tempi di pensionamento per ridurre la spesa del sistema previdenziale italiano in un periodo di forte crisi. Questo obiettivo è stato perseguito in diversi modi. Il primo è l’estensione dei metodi contributivi che ha permesso di calcolare la pensione in base ai contributi effettivamente versati dal lavoratore e non sulla base dell’ultimo reddito percepito. Inoltre è stata alzata di un anno la soglia d’età minima per il pensionamento anticipato così come è stata alzata l’età per il pensionamento di vecchiaia (67 anni a partire dal 2019). Un’altro importante elemento che ha permesso di ridurre i costi del sistema pensionistico grazie alla Fornero è stata l’introduzione dell’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita non più triennale ma biennale dal 2019.

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Elsa Fornero (fonte: Termometro politico)

Come precedentemente detto la Riforma Fornero nasce in un periodo di forte crisi. La prima esigenza da cui nasce la riforma è appunto quella di dare ai mercati il segnale di volere attuare in Italia politiche di austerità. Difatti la riforma è stata subito accolta positivamente ed ha accumulato critiche (soprattutto da parte della Lega Nord) negli anni successivi quando la crisi economica ha dato segni di ripresa. La riforma non nasceva solo con l’intento di affrontre politiche di austerità per rassicurare i mercati ma principalmente per correggere i problemi che col tempo e alcune politiche scellerate il sistema pensionistico italiano ha accumulato, soprattutto dal punto di vista finanziario.

Tra gli anni 80 e 90 in Italia c’è stato un boom di “baby pensionati a seguito di una riforma firmata nel 1973 dal governo Rumor che consentiva a determinate classi di lavoratori di avere la possibilità di andare in pensione molto presto, spesso prima dei 50 anni. Questa riforma, sicuramente molto generosa con determinate classi di lavoratori, è stata approvata in un periodo di forte crescita demografica. Questa insieme ad un’altra serie di riforme ha portato alla creazione di un sistema pensionistico molto generoso che nel breve termine risultava sostenibile ma nel lungo termine no. Questo perchè le condizioni sociali cambiano e le aspettative di vita sono aumentate molto negli ultimi 20 anni (pensionati vivono più a lungo) mentre le nascite sono in continuo calo.

Le critiche e i costi della riforma “quota 100”

Secondo alcune stime elaborate dall’INPS il presidente Tito Boeri aveva previsto per il provvedimento una spesa annua di 20 miliardi per la “quota 100” senza limiti d’età. I costi delle stime si riducevano di 2 miliardi annui introducendo la soglia di età minima a 64 anni, numeri che con la soglia posta da Salvini a 62 sono destinati a salire. Le stime dell’INPS sono state accolte male dai rappresentanti di un governo che con le relazioni dei tecnici fa molta fatica a confrontarsi, come ricorda il forte contrasto creatosi tra Di Maio e Boeri una volta emersa la relazione tecnica del decreto dignità.

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Tito Boeri presidente dell’INPS

Il presidente dell’associazione di ricerca Tabula Stefano Patriarco ha elaborato più di recente stime più accurate riguardo la riforma sulle pensioni. La spesa per il sistema pensionistico, secondo Patriarco, nel caso la riforma dovesse essere approvata nei termini dichiarati, aumenterebbe di circa 13 miliardi già nel 2019, numeri destinati quasi inevitabilmente a crescere. La spesa per il sistema pensionistico adesso si aggira intorno al 15% del PIL. Mantenendo la Fornero i dati attestano che la spesa toccherebbe il 18% nel 2040, mentre con l’introduzione della quota 100 supererebbe sicuramente il 20% del PIL. Le stime fornite da Lega e 5 Stelle parlano di un aumento della spesa che si aggira intorno ai 5-6 miliardi annui, dati ancora troppo lontani dalle relazioni tecniche.

Un’altra preoccupazione tra gli osservatori riguarda gli effetti nell’immediato della riforma. Coloro che potrebbero essere toccati già dal 2019 dalla riforma delle pensioni sono più di 660.000. Questo potrebbe creare problemi specie in alcuni settori come l’istruzione nel quale la media d’anni dei lavoratori è molto alta.

Per ora quindi i costi della riforma risultano essere elevati e, considerando la volontà di realizzare flat-tax e reddito di cittadinanza, risulta chiaro che il governo del cambiamento dovrà trovare ingenti coperture per rispettare le dichiarazioni sulla legge di bilancio e sulla spesa pubblica del Ministro dell’economia Tria. Finora le dichiarazioni dei leader hanno designato come copertura per questa manovra sulle pensioni la tanto discussa “pace fiscale” che secondo Salvini permetterà di recuperare 20 miliardi (stime molto ottimiste secondo gli esperti). Inoltre «Stiamo lavorando sui fondi di solidarietà ed esubero che potrebbero dare una mano a tutto il sistema», dice Alberto Brambilla, tecnico ed esperto di previdenza della Lega che sta lavorando al progetto. Fondamentalmente significa che il governo sta pensando di adottare un sistema simile a quello delle banche secondo cui se una azienda vuole pensionare anticipatamente un lavoratore dovrà pagare parte dei contributi dovuti per legge tramite fondi di solidarietà ai quali lo stesso lavoratore parteciperà.

Al di la della questione dei costi è però importante considerare come la nostra società stia mutando e quanto questa riforma del sistema pensionistico possa accompagnare questi cambiamenti. Al netto delle nascite in continua diminuzione (circa mezzo milione l’anno) aumenta nel nostro paese il numero di anziani anche grazie alla distensione delle prospettive di vita. Alcuni dati dell’ultima relazione INPS (di cui qui alleghiamo una lettura de Il Sole 24 Ore) mostrano che abbassando l’età pensionabile i pensionamenti della generazione dei figli dei “baby pensionati” accelereranno e il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro continuerà ad essere in diminuzione (non perché i giovani non lavorano ma perché sono meno rispetto alle generazioni precedenti). Tutto questo creerà dislivelli tra i servizi offerti e quelli che si potranno offrire in futuro e a rimetterci saranno i giovani d’oggi, che a giudizio di molti se questa riforma dovesse passare si troveranno a fare i conti con una “Fornero 2.0” molto più irrigidità per ovviare al problema della spesa previdenziale.

                                                                                           Edoardo Dal Borgo