Una partitella a calcio con gli amici, in un pomeriggio spensierato e sereno, si è trasformata in una tragedia. Il cuore di Samuele Meneghini, ragazzino di soli 12 anni, ha improvvisamente cessato di battere, dinnanzi agli occhi increduli dei presenti. Questi, nel mezzo d’una partita in un campetto di Arsiero, comune vicentino, ha dapprima accusato un leggero malessere, per poi accasciarsi al suolo privo di sensi. Le grida degli amici hanno richiamato l’attenzione degli adulti nelle vicinanze, ma alcuno sforzo di rianimarlo ha dato i propri frutti. All’arrivo dei sanitari del 118, la situazione è parsa grave sin da subito, tanto da necessitare l’intervento dell’elisoccorso. Dopo diversi tentativi di rianimazione, i medici, sconfortati, hanno dichiarato il decesso del giovane. L’elicottero, sopraggiunto sul posto, è ripartito vuoto, sotto gli sguardi grigi dei presenti.

L’ingiustizia di quelle morti

Morire fa parte della vita. Non si nasce per esistere in eterno. Eppure, benché la gran parte lasci l’amaro in bocca, non in tutte le morti viene intravveduta una profonda ingiustizia. Morire non consiste, di per sé, in un atto contro natura, a patto che avvenga in condizioni naturalmente concepite. Samuele ci ha lasciato troppo prematuramente, prima di poter vedere realizzata in toto la propria vita, prima di iniziare, cioè, a vivere davvero. Il rammarico del paese di Arsiero, la cui sindaca, Tiziana Occhino, ha esemplificato attraverso un commosso pianto, dice più di ogni altra parola. Quelle morti, sì, quelle morti si pongono contro natura. Le morti premature alterano un corso consuetudinario, che prevede, dopo la nascita, lo sviluppo, la crescita, la maturità ed il raggiungimento della vecchiaia. Morire a 12 anni crea una crepa consistente nel mezzo del processo, per la quale un individuo scompare senza prima aver vissuto. La filosofia, attraverso le concezioni del fatalismo e dell’homo faber, ha tentato oltremodo di esorcizzare i fantasmi ed il dolore provocati da una simile ingiustizia.

Il fatalismo: una predestinazione da accettare passivamente

“Mano di Dio” di Greg Olsen

Il fatalismo, in genere, risulta una concezione che considera le vicende del mondo governate da un ineluttabile destino, un fato predeterminato e già stabilito. In tal senso, esso viene spesso posto sulla linea del determinismo sociale. Da un lato, il fato può essere interpretato alla stregua della provvidenza, mediante la fede verso un ordine cosmico – il Logos – che presiede alla vita di tutti i giorni. Da ciò si desume la tendenza ad accettare passivamente il corso degli eventi, senza in alcun modo modificarne l’equilibrio e lo status quo. D’altro canto, però, sussiste una forma di fatalismo disordinato ed illogico, derivato dalla tradizione greca. Il fato, in questa, possedeva infatti una connotazione negativa, anziché provvidenziale, in particolare all’interno dell’epica e della tragedia, come visibile in Omero e Sofocle, in Anassimandro ed Eraclito, in Empedocle ed Epicuro.

Nietzsche e l’Oltreuomo

Nietzsche considera il fatalismo e la fiducia due tra le più importanti caratteristiche del pessimismo del coraggio dell’Oltreuomo. Il fato, secondo il filosofo, ripropone ciclicamente le medesime situazioni, in conformità con il modello dell’eterno ritorno zoroastriano. Di conseguenza, la vita non risulta un qualcosa di interpretabile, bensì un ente – in un certo senso – unilaterale, su cui l’essere umano non può agire. La delineazione dello spirito dionisiaco, presente nella Nascita della tragedia dallo spirito della musica, si configura come la possibilità di accettare l’esistenza mediante la semplicità d’un fanciullo. L’Oltreuomo, in quanto essere superiore, aderisce incondizionatamente al proprio destino, accettandolo con gioia e secondo amor fati.

Homo faber fortunae suae: l’uomo come centro del mondo

La locuzione latina homo faber fotunae suae, altresì espressa nella forma di homo faber ipsius fortunae, è traducibile con la massima l’uomo è l’artefice della propria sorte. L’origine della frase si attribuisce ad Appio Claudio Cieco, autore romano, il quale la inserì nelle Sententiae, opera dal tono moraleggiante. Attraverso la sua esposizione, il filosofo intendeva asserire la capacità umana di guidare il proprio destino e gli eventi circostanti. Agli albori del XIV secolo, la concezione dell’homo faber, grazie all’azione degli umanisti, divenne l’ideale prototipico e basilare della nuova cultura umanistico-rinascimentale. Conciliandosi con l’espressione homo sapiens, l’homo faber consisteva in un sapere non più fine a se stesso, bensì contenente un potere immenso. Un sapere, in breve, non soltanto contemplativo, bensì improntato e funzionale all’azione. Tramite esso, l’uomo era in grado, infatti, di agire e costruire nel mondo, in virtù della posizione di centralità che la sua figura assumeva nell’universo. Egli era ritenuto il collegamento tra gli estremi opposti del cielo e della terra, del macrocosmo e del microcosmo, che riunificava grazie alla forza dell’amore.

Discipline alla stregua dell’alchimia nacquero al seguito di questa concezione. L’essere umano, da homo faber qual era, poteva infatti trasformare e modificare la natura. Pico della Mirandola esaltò la peculiarità dell’individuo di potersi forgiare da solo, evolvendosi verso l’alto o abbruttendosi verso il basso grazie alla libertà di scelta. In ambito meramente antropologico-culturale, la definizione di homo faber si contrappone alla complementare di homo religiosus. Lo studioso Mircea Eliade, tuttavia, riuscì ad unirle in un’unica grande concezione, ritenendo l’azione dell’homo faber non indipendente dal contesto sacro. Questa, insomma, non presentava una rottura con il trascendente, bensì ne era riconducibile, poiché il sacro consisteva in un “elemento della struttura della coscienza e non in un momento della sua storia”.

Due concezioni, due atteggiamenti

L’ingiustizia d’una morte tanto prematura viene così affrontata dai due rami della filosofia occidentale. Da un lato, la concezione fatalistica e deterministica tenta di trovare un sollievo dal dolore attraverso il pensiero di un atto necessario e predeterminato. Se l’evento si è verificato, significa che era stato già previsto e programmato dal fato. Al contrario, la dottrina dell’homo faber ricerca un colpevole concreto, sia esso un singolo individuo od una concatenazione pragmatica di eventi, poiché il destino non agisce se non per mano dell’azione umana. Il dolore, sia chiaro, risulta inevitabile. Perdere una persona in questo modo non può che ferire ambo i suoi cari e l’intera comunità. La filosofia fatalistica e quella dell’homo faber altro non fanno se non tentare di porre un freno alla sofferenza, attendendo la mitigazione del tempo. Ogni persona, sulla base della soggettiva concezione ideologica, affronterà il lutto in maniera differente. Ciò che è dato per certo, ahimè, è che eventi di tal genere, per quanto esorcizzati, creano una ferita che mai si rimarginerà per intero.

– Simone Massenz

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