Metti “mi piace” e condividi!

Dalla notte dei tempi, da quando l’uomo ha iniziato a vivere in società, essa si è strutturata gerarchicamente. Inizialmente valeva l’equazione potere=forza, successivamente il potere è passato a coloro che erano in grado di interpretare presunti segni sovraumani. Senza entrare nello specifico delle varie forme di potere che si sono susseguite nella storia politica dell’occidente, limitiamoci a trovare un minimo comune multiplo: il potere si è sempre configurato come un qualcosa che dall’alto discende verso il basso. Questa visione sostanzialisica del potere, in virtù della quale quest’ultimo è trasmissibile da persona a persona, è stata alla base della nostra società.

Il primo a mettere in discussione questa concezione del potere fu Etienne De La Boetìe, pensatore poco noto ma che se avesse vissuto più a lungo sarebbe stato considerato alla pari di un Locke o di un Rousseau. L’opera di La Boetìe si intitola “discorso sulla servitù volontaria” ed afferma fondamentalmente che il potere è tale non perché esso è una sostanza, ma perché è generato dalla sottomissione volontaria dei sudditi a qualcosa o qualcuno. Rousseau nel “contratto sociale” e Locke nel “secondo trattato sul governo” diranno fondamentalmente la stessa cosa. Queste riflessioni sono alla base della moderna democrazia rappresentativa, dove il popolo è chiamato a giudicare l’operato del governo precedente per decidere se votarlo ancora.

Cosa è cambiato oggi? Volendo esagerare potremmo dire che la politica e la lotta per il potere sono cambiate, perché non solo è cambiata la realtà, ma perché essa si è moltiplicata. La nostra tradizione filosofica ha sempre dovuto fare i conti con lo iato creatosi tra essere e dover essere, teoria e praxis. A queste categorie si è oggi aggiunta quella realtà totalmente artificiale del mondo-social. Se dunque in passato la lotta politica andava intrapresa a livello teorico e pratico, oggi essa si intraprende a livello teorico, pratico e social.

E’ però necessaria una piccola ontologia dei social per capire in che modo essi implicano un rivolgimento dei paradigmi del potere. In primis il mondo-social si configura come un mondo totalmente creato dall’utente, ognuno è il Dio della propria pagina social: cuius social eius religio. E’ l’estrema secolarizzazione dell’homo faber. Inoltre i social, e questo è chiaro e distinto, non sono soltanto dei mezzi di informazione, sono l’informazione. Danno l’apparenza di essere immediati, non ci sono giornalisti che leggono notizie come in Tv. Per quanto svolgano la stessa funzione, i social non vengono considerati dei media a tutti gli effetti, in quanto sembrano appunto immediati, umani e veri in toto. L’essere-immediato è inoltre da Platone a Schopenhauer garanzia del vero: esso è puro, incontaminato, atemporale.

A questo punto può essere più semplice capire cosa succede a livello politico nell’era dei social. Quest’ultimo, proprio in virtù della sua immediatezza, dà l’impressione di essere sempre contro il potere: “sono io che scrivo, come potrebbe il potere aver presa sul mio pensiero?” Sembra dunque essersi affermato quel paradigma generativo del potere, di stampo rousseuiano. Tuttavia, per dirla con Marx, esso avviene solo a livello sovrastrutturale-ideologico. L’essere-nel-dissenso dei social può essere in realtà considerato come un palliativo offerto dal potere, piuttosto che il suo opposto. Il potere dal basso che i social sembrano incarnare sembra, più che la negazione del potere coercitivo, un suo momento.

 L’Homo social si trova dunque stretto tra due morse. Da un lato il potere vecchio stile, dello stato, che gli dice cosa può fare e cosa no, dall’altro l’illusorio potere dal basso, che lo illude di essere diverso e contro il potere, rendendolo invece una marionetta in balìa di una neo-hegeliana astuzia della ragione social.

Il potere non si configura più come un’imposizione dall’alto, della propaganda nazista o stalinista è rimasto molto poco. Non ci sono nè grandi purghe nè campi di sterminio, il potere sgorga dal basso, dalla catena del “metti mi piace e condividi”.
Il nuovo potere non cerca dunque di reprimere il dissenso, esso evita piuttosto che nasca, dal momento che la classe più disperata, quella dei precari per esempio, trova la sua valvola di sfogo nei social, dove questo dissenso viene dirottato su falsi nemici, creando pseudo-classi come gli omosessuali o gli immigrati, così da mantenere un conflitto orizzontale tra poveri che non tange minimamente il potere in sè.

Se Hegel poteva affermare che Napoleone, in preda all’astuzia della ragione era :”lo spirito del mondo a cavallo”, noi possiamo al massimo affermare che i poveri, i precari, in preda all’astuzia della ragione social, sono lo spirito del potere seduti su un’utilitaria di cui stanno ancora pagando le rate, piuttosto che a cavallo.

 

Giuseppe De Ruvo