La psicologia del sorriso: il principio dell’azione-emozione

La psicologia del sorriso: il principio dell’azione-emozione

18 Agosto 2018 Off Di Francesco Rossi

Il pensare comune suggerisce che nel momento in cui ci sentiamo felici sfoderiamo il nostro sorriso migliore. Generalmente, quindi, si considera l’emozione, in questo caso la felicità, precedere una risposta corporea, qual è il sorriso. Ma se non fosse così? Se la reazione fisiologica generasse l’emozione, precedendola? Questa è definita come la Teoria periferica delle emozioni di James-Lange.

Emozioni

Per definire che cos’è un’emozione, dovremmo parlare di un insieme di risposte fisiologiche, mentali, cognitive e comportamentali, tutte derivanti da uno stesso stimolo. Ciò significa che un’emozione è definita come un cambiamento fisiologico e mentale, un mutamento da un precedente stato di quiete, generato da uno stimolo. Leggendo la definizione sembra piuttosto chiaro che la risposta alla domanda precedentemente posta sia negativa: la reazione fisiologica non provoca l’emozione. Infatti, quello di cui dovremmo parlare non è una reazione ma un’azione. 

Teoria periferica di James-Lange

Secondo William James, assieme allo scienziato danese Carl Lange, il quale aveva presentato una teoria simile lo stesso anno (1890), si prova una determinata emozione in seguito ad un comportamento e non il contrario. Questa teoria afferma che “proviamo dispiacere perché piangiamo, siamo arrabbiati perché abbiamo colpito qualcuno, ci sentiamo impauriti perché tremiamo.” La percezione di uno stimolo, dunque, causa un’attivazione autonoma che porta all’esperienza di una specifica emozione. La teoria di James-Lange è definita periferica per via dell’importanza che viene data al Sistema Nervoso Autonomo, periferico rispetto a quello Centrale. Il SNA, infatti, prepara il corpo alla risposta emotiva attraverso i sistemi simpaticoparasimpatico. Mentre quest’ultimo ha il compito di inibire il processo di risposta allo stimolo, il sistema simpatico attiva un rilascio di ormoni e, conseguentemente, di zucchero nel sangue. Ciò porta ad una preparazione corporea ad un’emergenza che può essere dovuta ad uno stimolo pauroso o di rabbia.

Cosa significa

A pensarci bene, questa teoria rivoluzionerebbe il nostro modo di concepire quello che proviamo, il perché lo proviamo ed il modo in cui lo proviamo. Se questa teoria fosse vera, come effettivamente è, significherebbe che per essere felici basterebbe sorridere. Che sia o meno immediata l’emozione corrispondente è un fattore estraneo alla teoria. Quello che stupisce, però, è l’applicazione di una teoria, del 1890, alla vita di tutti i giorni. Noi abbiamo il potere di controllare le nostre emozioni, di agire su come ci sentiamo semplicemente mettendo un atto un comportamento. Questo, in qualche modo, rivoluziona anche la concezione che possiamo avere delle norme sociali. Quando siamo all’interno di un gruppo sociale, sia esso di estranei o di parenti, è buona norma quella di sorridere, anche se il nostro umore è nero. Bene, secondo la teoria periferica, il nostro corpo, mettendo in atto un comportamento simile, si autoinganna generando felicità.

Bisogno di giustificazione

Potremmo dare anche una spiegazione psicologica, oltre che fisiologica, a questa teoria. L’essere umano vive nel continuo desiderio di essere coerente con se stesso, di trovare una giustificazione valida per quello che fa. Se così non fosse, l’uomo vivrebbe un disagio psicologico, definito dissonanza cognitiva, dovuto alla discrepanza tra l’atteggiamento ed il comportamento portato avanti. Se, quindi, sorrido in una situazione in cui quel determinato comportamento è richiesto, la mia necessità di essere coerente con me stesso, genera in me benessere, collegato all’azione compiuta.

Giuseppe Maria Pascoletti