Quella che, dagli osservatori esterni, è stata equiparata ai “secoli bui” del medioevo, ha ufficialmente messo la parola “fine” nella sua storia. Stiamo parlando della situazione vissuta dall’università di Mosul, per lungo tempo in mano alle milizie dell’ormai decaduto Stato Islamico.

Gli studenti del campus di Mosul si dirigono a lezione, evitando le macerie e le buche scavate dai missili. Gli alunni del conservatorio si rigirano i pollici; un buon modo per dire che non hanno niente da fare lì; perlomeno, non dopo che i miliziani dell’ISIS hanno distrutto completamente i loro strumenti. Il clima che si respira ancora oggi nella città irachena è ricco di tensione. Ma qualche sospiro di sollievo riecheggia per i corridoi dell’università.

Già dal 2000, il campus si vide imposto, da parte dei jihadisti, un’interpretazione fanatica e ultra-conservatrice del Corano. Spesso alle studentesse non veniva concesso di seguire le lezioni, i docenti continuavano a insegnare per paura di essere giustiziati. E ovunque la propaganda dell’ISIS regnava sovrana. Quasi un decennio di terrore, insomma, quello vissuto dai giovani di Mosul; e ciò ha portato con sé morte e soppressione della cultura. Ashraf Riadh Al-Allaf, docente del dipartimento di inglese a Mosul, racconta infatti come “La biblioteca centrale assomiglia ancora a un pezzo di carbone”, a causa dell’incendio colposo messo in atto dai terroristi.

Con una distruzione equiparabile all’incendio della biblioteca di Alessandria, sono stati centinaia di migliaia di volumi le vittime principali della soppressione. E oggi, di una delle più grandi biblioteche del Medio Oriente, non restano che legno bruciato e carta polverizzata.

Aiuti importanti giungono soprattutto dall’estero. Le università inglesi di Lancaster e di St. Andrews, per esempio, si impiegano da settimane ad offrire tutto il proprio materiale online ai docenti di Mosul. E sempre la St. Andrews ha organizzato un’imponente campagna per raccogliere i fondi per l’acquisto di nuovi volumi per la biblioteca distrutta, giungendo ad offrire 7000 libri all’università. Un inizio avvincente, questo, che consentirà agli studenti di riaccendere la loro voglia di conoscenza.

Anche l’Italia, dal canto suo, ha lanciato ad aprile il progetto “Un libro sospeso per Mosul“, riferendosi ai manoscritti distrutti dall’ISIS perché “non conformi alla morale islamica”. Tutta la penisola ha visto mobilitarsi docenti e studenti per tale progetto, e in particolare aiuti enormi sono giunti dalla Campania.

Naturalmente, per chi fosse interessato a dare il proprio contributo, la campagna è ancora attiva a questo link.

La paura è ancora forte, nel campus. Certo, non è facile tornare alla realtà accademica liberale. Non dopo un decennio di terrore e di povertà totale. Molti sono i docenti che analizzano come un vero senso di sicurezza non tornerà mai più nell’attuale generazione. Quasi come un senso di trauma post-bellico, infatti, tra gli oltre 30.000 alunni del campus, ben pochi festeggiano. Il sollievo è forte, ovviamente. Ma ci vorrà del tempo perché tutto torni alla normalità.

Nel frattempo, i consigli studenteschi si mobilitano, cercando di ricostruire e di ottenere materiale informatico. Un ottimo modo per “tenersi avanti coi tempi” dopo un decennio di isolamento portato avanti dai terroristi. Ma è chiaro che ogni cammino comincia col primo passo: e l’università di Mosul si prepara a correre.

Meowlow

 

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