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Luana D’Orazio e altre vittime sul lavoro: ecco la strage silenziosa che affossa l’Italia

Luana D’Orazio e altre vittime sul lavoro: ecco la strage silenziosa che affossa l’Italia

La morte della giovane mamma mette un enorme punto sulla sicurezza nel posto di lavoro. Ancora oggi però sembra che il problema non persista. 

Milano-street- "100 sogni morti sul lavoro" | Canon AE1 35mm… | Flickr

Non c’è notizia più drammatica di un lavoratore che perde la vita. Soprattutto quando questo è giovane e deve mantenere una famiglia. Luana D’Orazio si aggiunge a quella lista di persone morte sul posto di lavoro. Una lista purtroppo lunga e che non ci fa di certo onore.

Troppi morti in un paese che produce!

La morte della giovane ragazza, seppur dolorosa, segue purtroppo la scia di vicende analoghe che hanno visto padri e madri di famiglia. Luana stava lavorando in una azienda tessile vicino Prato, quando accidentalmente è rimasta impigliata al rullo di un macchinario. L’aggeggio l’ha trascinata poi nei suoi compressori, uccidendola sul posto. Il dipendente che era con lei al momento, afferma di non aver sentito nulla. Insomma, è bastato un attimo.
Il nome di Luana D’Orazio si aggiunge alle 185 vittime lavorative in questi primi tre mesi. Praticamente quasi due morti al giorno! Come se oltre alla pandemia, agli omicidi e agli incidenti stradali, ci sia un’altra strage invisibile. Gli eventi da sicuramente ricordare sono molteplici. Tre in particolare sono avventi tutti lo stesso giorno. La caduta di una trave all’interno di uno stabilimento Amazon ad Alessandria: 5 feriti ed un morto. La storia del gruista precipitato su una banchina nel porto di Taranto. E infine l’operaio trevigiano di 23 anni investito da un’impalcatura.
L’emergenza si sta sempre più infittendo e pare ancora che non ci sia rimedio. O non si voglia trovare.

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La nostra Costituzione e il lavoro: ci sono tutele?

E pensare che il lavoro nella nostra Costituzione (la più bella in assoluto!) è tra i primi posti in assoluto. Tralasciando l’articolo 1 che – spero! – tutti conoscono (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…“), i punti salienti sembrano lasciare purtroppo il tempo che trova. L’articolo 4 ad esempio afferma che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Una frase di non poco conto, poiché soprattutto la seconda frase fa riflettere sulle ‘condizioni’ che lo Stato ‘promuove’. Esistono veramente? Leggendo queste notizie, non si pensa ad una risposta affermativa.
L’articolo 35 ci spiega invece che “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori…“. Tutelare il lavoro in Italia sembra adesso ai giorni nostri un paradosso. Ci sentiamo realmente tutelati? Che cosa vuol dire puoi “tutela”? Difendere i lavoratori da qualunque imprevisto? Purtroppo, se le cose continuano così, dobbiamo senza dubbio dissentire.
La nostra Costituzione avrà sicuramente omesso diversi punti nel corso del tempo. Ma non si può dire che i padri costituente vedessero il lavoro in maniera superficiale come le autorità competenti odierne.

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Cosa può spiegarci il diritto del lavoro in Italia?

La tutela in ambito lavorativo ce la può spiegare anche la disciplina più temuta da tutti gli aspiranti studenti: il diritto privato. In particolare la branca del diritto del lavoro. Ora, se vogliamo metterci a scrivere tutti i punti focali di questa materia, non basterebbe una settimana. Tuttavia possiamo mettere in campo il concetto di infortunio sul lavoro. Secondo i vari D.P.R (tra cui quello 1965/1124, riguardante l’assicurazione obbligatoria), un infortunio può avvenire se è presente un rischio alla salute del cittadino ed esso si collega allo svolgimento dell’attività lavorativa. A ciò si deve considerare anche la cosiddetta causa violenta. Ed è proprio questo ultimo punto che dobbiamo soffermarci particolarmente.
Luana D’Orazio è vittima di questa causa violenta. Si differenzia dalla malattia professionale per il fatto che si tratta di un evento singolare che causa lesioni o morte del lavoratore. Quindi non è una causa che ‘progredisce’ lentamente come appunto è una malattia (tumore, polmonite ecc…).
Quindi quali potrebbero essere le sanzione che si porterebbero all’azienda, quando avviene una causa violenta? Di questo ne parleremo nel prossimo paragrafo.

Infortunio sul lavoro: la guida pratica

Quali saranno le conseguenze (gravi) per l’azienda?

Luana è morta a causa di un macchinario. Di conseguenza, la morte mette tutte le carte in regola per parlare di omicidio colposo. Esattamente, poiché nonostante la situazione poco chiara, il posto di lavoro diventa in quel caso il luogo di un delitto. La colpa da dare è senza dubbio al datore di lavoro. Può essere il dirigente dell’azienda, ma anche un dipendente che aveva un compito temporaneo di supervisione.
L’omicidio colposo in questo caso deve essere consultato dal Procuratore della Repubblica una volta che viene in possesso delle incriminazioni. Successivamente, esercita una azione penale ai danni del datore, incolpandolo di mancata osservanza delle regole. Mancata poiché sta a lui il controllo delle misure di sicurezza all’interno del luogo di lavoro.
La pena rimane la stessa dell’omicidio colposo. Vale a dire che non sempre si finisce in carcere. Si procede solitamente, a meno di aggravanti, alla reclusione del colpevole. Di solito, la pena va dai due ai sette anni. Tuttavia nel Codice Penale, si tratta di una sanzione massima, in quanto la non-supervisione del luogo di lavoro è un aggravante.

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Le nostre volontà dopo la morte di Luana D’Orazio

Un paese civile, che ha dei protocolli, deve agire seguendo il Codice Penale. Ci si augura che anche in questo caso, che la giustizia faccia il suo corso. Il tutto per non rendere la morte della giovane impunita. Ma non solo lei, sia chiaro. Questi numeri spropositati di vittime sul lavoro rappresentano la maggior parte dipendenti e padri/madri di famiglia. Sono persone prima di essere cifre! Si spera quindi in un cambiamento radicale. E perché no, ad una giustizia più equa.

 

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