Il Superuovo

La dissertazione ai tempi dell’anti-relativismo: come Fedez ha sbagliato epoca

La dissertazione ai tempi dell’anti-relativismo: come Fedez ha sbagliato epoca

Considerazioni sulla reazione popolare al discorso tenuto da Fedez il primo maggio, attraverso le filosofie relativiste di Protagora, in una analisi sulla troppa o troppo poca libertà d’espressione.

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Nella sua semantica il termine “libertà” è probabilmente tra i più controversi, sia nel suo utilizzo verbale che nella sua resa pratica. Siamo tutti liberi, la mia libertà finisce dove inizia la tua e via discorrendo, troppe opinioni e troppe definizioni d’un qualcosa che semplicemente dovrebbe sottolineare la realizzazione del libero arbitrio. E’ chiaro ora che non esiste una vera e propria libertà che possa calcare tutti i presupposti che quest’ultima richiede, lo stesso aderire come consociato ad una società implica delle restrizioni, che siano necessarie o meno non ci interessa, sul nostro agire. Quanto ci rimane allora è poter scegliere nell’ambito nella quale siamo abilitati a farlo e, soprattutto, sul piano “intellettuale”. La produzione artistica, di pensiero e produzione è da in assoluto il campo che più necessita d’esser fertilizzato dalla libertà, ma al contempo anche quello che più spesso viene trattato con pesticidi di non ottimo gusto.

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Il discorso di Fedez

Come sempre accade le testate giornalistiche offrono, di fronte ai fatti di cronaca, molteplici interpretazioni. Un recente articolo de “Il Giorno” si titola così: Zan: “Fedez ha ragione, mi aspettavo le scuse della Rai”. Ecco, quel “Fedez ha ragione” è esattamente il topos, così gentilmente offertoci dal deputato Alessandro Zan, della questione che vogliamo in questa sede trattare: Fedez ha ragione? E’ una domanda alla quale è particolarmente complesso rispondere, ma non tanto per la domanda in sé che è semplicissima, bensì per il dover rispondere in sé. Il discorso di Fedez tratta di tematiche inquivocabilmente giuste, si schiera contro l’omofobia e la violenza che da questa scaturisce, allora perché è stato vittima di così tante critiche? Perché un giusto discorso non può essere pronunciato da una bocca ritenuta ingiusta? Questo perché pur di poter opinare d’ogni questione, l’uomo è disposto ad attaccare colui che se ne offre portavoce, nell’impossibilità a trovare una adeguata risposta alle domande poste si tenta allora di rispondere all’essere di colui che pone la domanda.

Il relativismo

Il relativismo è una corrente filosofica che nasce, in Europa, per mano della sofistica Greca, trovando come suo principale portavoce Protagora. Nella concezione relativistica di Protagora la conoscenza è sempre condizionata dal soggetto che la approccia, rendendo tramite questa premessa infecondo qualsiasi criterio “universale” che tenti di determinare una verità assoluta. Poiché la verità differisce per ogni individuo questa diventa relativa e differente per ciascuno che la impugni in un dibattito. Ora, tutto ciò non significa che non esiste un vero o un falso, ma che è possibile solo scegliere in termini di “utilità”: Non sappiamo se il caffè va’ bevuto con o senza zucchero, ma poiché ci risulta più gradevole zuccherato lo beviamo così e viceversa, e non è in errore né chi lo gradisce dolce né chi lo gradisce amaro. A tale utilità si deve aggiungere, in quei discorsi che toccano più individui, l’opinione della maggioranza: è giusto, sempre sotto il criterio dell’utile, ciò che appare giusto alla maggioranza. Dunque, tornando al discorso del primo maggio, se quanto affermato da Fedez è un attacco alla violenza, ed è utile che non ci sia violenza, e quanto affermato da Fedez è anche una difesa ad una minoranza, ed è giusto secondo la maggioranza che una minoranza sia tutelata, perché quanto detto dall’artista è stato così ferocemente contrastato? Perché la nostra è un’epoca anti-relativista.

La demonizzazione dell’opinione

Nell’attuale società l’opinione personale è ferma di fronte a due bivi: o questa viene “trattenuta” per timore di ferir qualcuno o viene “lanciata” nella consapevolezza che il parlare dev’esser libero. Abbiamo già detto dell’essere controverso della libertà, dev’essere pura per tutti ma la propria dev’essere limitata da quella altrui, allora come si può uscire da questo terrificante bivio? La realtà è che questo bivio è sempre stato presente, ma l’attenzione è sempre stata posta sul pensiero più che, come oggi, sulla vettura che intende attraversare quest’arduo sentiero. Oggi come mai non si dà peso all’opinione, ma su se questa sia giusta o sia sbagliata, al punto tale da scagliarsi contro qualunque idea che possa sembrar minare quella ritenuta più “corretta”, ed attenzione all’aver usato “corretta” invece che “utile”. Il convivere degli ideali è ormai stato ampiamente sostituito dal cercare quel singolo pensiero che sia perfetto e da applicare a tutti costi, e per quanto sia ovvio che taluni pensieri abbiano una natura negativa ed altri una natura positiva, nella paura che la positività non sia rispettata si tenta di eliminare qualsiasi forma di negatività. Ad un uomo che impugna un termine che ha come radice, seppur l’albero che ne venga fuori sia diverso, la stessa radice d’un termine considerato “negativo” si presentano immediatamente infinite limitazioni, atte ad evitare un male che non si sa se aveva intenzione di presentarsi o meno. Non si tenta più d’estirpare il male, ma di far sì che questo non possa “manifestarsi”, seppur presente, attraverso una nuova forma di contenimento ideologico. Sembra che la lotta alla discriminazione sia diventata una lotta grammaticale, nell’idea che eliminando i termini finiscano prima o poi anche per essere eliminate anche le sensazione e le idee, ma non è così. Questo discorso non sta certamente ad indicare che non è il termine ad esser malvagio ma colui che lo impugna, perché anche la coltellata d’un santo fa sanguinare, ma semplicemente che al male non si risponde con il male, un uomo che ha deciso tramite l’ignoranza di ferire non sarà limitato dal non poter usare un termine, e ben presto a tale tendenza si risponderà tramite neologismi. Che il mondo di domani non sia un mondo senza discriminazioni solo perché queste non saranno più presenti nel vocabolario, ma che queste manchino perché l’interesse non è stato quello di censurare ma di insegnare, di far sì che la scelta sia stata non costretta ma accompagnata e, infine, che il mondo di domani riesca ad esser libero anche nel male, là dove il bene sarà difeso e giustificato talmente efficientemente da non render necessaria una spiegazione su perché questo sia da seguire.

 

 

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