Zima Blue è un episodio della serie tv animata Love, Death & Robots, recentemente pubblicata da Netflix. Gli episodi, 18 in totale, sono autoconclusivi e la loro durata varia dai 5 ai 20 minuti circa. Ognuno di essi affronta generi e tematiche diverse, non mancando mai di suscitare riflessioni filosofiche, in particolar modo l’episodio sopracitato.

Attenzione agli SPOILER.

Zima Blue racconta la storia di un artista di nome, appunto, Zima Blue e della sua ricerca della verità. Ha raggiunto la fama introducendo forme astratte di un particolare colore blu in ogni sua opera, dai murales, che rappresentavano i paesaggi che visitava, alla pittura di interi pianeti. Scopriamo col passare del tempo che in realtà è un robot, nonostante fosse inizialmente ritenuto un umano frutto di modificazioni cibernetiche atte a permettergli un corpo adatto a esplorare gli angoli più pericolosi del cosmo. A rivelarlo è proprio il protagonista, intervistato nella sua casa da una giornalista. Durante l’intervista racconta la sua storia: molti anni prima un’inventrice, con la passione per i robot, ha costruito un marchingegno capace di pulire autonomamente la sua piscina, caratterizzata da mattonelle di colore blu. Proprio da questo ha successivamente preso il suo nome e il colore delle sue opere. Col passare del tempo, la donna gli ha aggiunto varie modifiche che gli permettevano non solo di svolgere meglio il lavoro, ma anche di approcciarsi alla realtà in modo più conscio. Le modifiche si sono susseguite anche dopo la morte della padrona per mano dei vari proprietari che ha avuto fino a renderlo ciò che è. Durante la conversazione  rivela anche di aver recuperato la piscina in cui è ‘nato’, la quale farà parte della sua ultima opera: il totale smantellamento del suo corpo e della sua mente che lo trasformerà nel robot che era inizialmente, totalmente soddisfatto e sicuro della realtà del suo mondo.

La piscina e il “neonato” Zima (fonte: packshotmag.com)

Zima si accontenta di un illusione

Sicuramente l’episodio lascia spazio a diverse possibili interpretazioni, sia in negativo che in positivo. Mi propongo di affrontare il tema da entrambi i punti di vista, a partire dal primo, affiancando un tema molto antico, ma molto amato e criticato da vari personaggi di rilievo: il mito della caverna di Platone. In breve, con questo mito si vuole delineare la figura del filosofo in un prigioniero, costretto a rimanere rinchiuso all’interno di una caverna con altri prigionieri fin dalla nascita. Questi sono obbligati dalle catene a guardare in un determinata parete, sulla quale sono proiettate le ombre di alcuni oggetti, illuminati da una fiamma, posti dietro le loro spalle. Conoscendo solo questa verità, cosa accadrebbe se venisse smentita? Platone ce lo dimostra, supponendo che il filosofo prigioniero riesca a liberarsi e a scoprire piano piano la verità. Dapprima volge lo sguardo alle forme e al fuoco che provocano le ombre. Poi, non soddisfatto, esce dalla spelonca e, abituandosi progressivamente alla luce, vede il mondo intero e il sole che lo illumina. A questo punto vorrebbe rivelare il tutto ai suoi compagni, ma nessuno gli crederebbe, troppo immersi in un’altra realtà per credere all’esistenza di altro.

Tralasciando le varie interpretazioni e puntualizzazioni del mito, cosa ha a che fare con la storia di Zima? Presumiamo che a liberarsi sia stato un prigioniero qualunque e non il filosofo. Incapace di abituarsi alla luce più intensa del sole, non riesce a distinguere i veri oggetti della realtà. Magari, non essendo in grado nemmeno di guardare il fuoco posto alle sue spalle, preferisce tornare con lo sguardo sulle ombre proiettate. Questa potrebbe essere la situazione che affronta il protagonista: non riuscendo a scoprire il vero significato dell’esistenza, decide di tornare nella piscina-caverna. In questa interpretazione, quindi, la sua scelta è una fuga dal fallimento all’interno della sola realtà che può veramente comprendere.

Illustrazione della struttura dell’ambiente del mito della caverna (fonte: nextews.com)

Il rifugio nell’apparenza

La storia può però esser giudicata in positivo se rovesciamo la visione che abbiamo del finale nello stesso modo in cui Friedrich Nietzsche ha fatto col mito della caverna: nel periodo giovanile, infatti, ha composto la Nascita della Tragedia, una delle sue opere più celebri. Nonostante successivamente il filosofo stesso metterà a dura prova il suo scritto, non possiamo negare che presenti alcuni spunti interessanti, tra i quali la famosa distinzione tra spirito apollineo e spirito dionisiaco e, appunto, il platonismo rovesciato. Se per il greco, nel mito, il mondo fuori dalla caverna (il soprasensibile) fosse superiore a quello all’interno (il sensibile) proprio perché luogo della verità, per il tedesco le cose non stanno così: il prigioniero che esce dalla spelonca da uno sguardo alla vera essenza della natura, che si rivela spaventosa e inaccettabile. Proprio in virtù di tale sguardo non può che rifugiarsi nell’apparenza. Nietzsche usa una metafora per far intendere questa concezione: quando tentiamo di fissare il sole, questo ci provoca dolore agli occhi e, di conseguenza, si formano alla nostra vista delle ‘macchie’. Se il sole è la verità orribile, le macchie solari rappresentano l’apparenza che ci viene in soccorso.

Zima allora non fallisce, ma capisce che l’unica cosa che può dargli soddisfazione è abbandonare quella verità in virtù di un mondo in cui può veramente sentirsi realizzato. Qui solamente può ritenersi sicuro di ciò che conosce, le scontate ma sicure mattonelle blu.

A prescindere dal valore positivo o negativo dell’interpretazione che possiamo dare a questa storia, un interrogativo rimane sempre senza risposta. Mi è sorto guardando il robot che svolge il suo lavoro nella piscina. È sicuro del suo ambiente, ma c’è un intero mondo fuori da quello che ignora totalmente. Se mai dovessimo trovare il significato dell’universo e ne fossimo totalmente certi, come potremmo sapere se sia universale o solamente conforme alle nostre capacità cognitive?

Niccolò Martini

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