La pace è un progetto o un’illusione? Kant ci aiuta a leggere il nuovo riarmo europeo.
Il 24 giugno i leader europei si riuniscono all’Aja per votare un piano di riarmo storico. Tra 800 miliardi in armi e spese militari al 5% del PIL, Kant torna a chiederci: stiamo davvero costruendo una pace?
La corsa agli armamenti: una possibilità sempre meno remota
Il prossimo 24 giugno 2025, i capi di governo e i ministri della difesa dell’Unione Europea si riuniranno presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja, insieme a molti altri leader politici dei paesi non appartenenti all’UE, per definire un nuovo piano di riarmo congiunto.
Non si tratterà di un semplice vertice burocratico, ma di un momento decisivo per ridefinire il ruolo politico e militare dell’Europa nel contesto internazionale. L’incontro, promosso con il forte sostegno della NATO e della Commissione europea, nasce come risposta diretta al deterioramento del quadro geopolitico globale, aggravato dalla guerra in Ucraina, dal crescente riarmo russo e dal riallineamento militare delle grandi potenze nel mondo.
In questo scenario segnato da tensioni e instabilità, l’UE si prepara a compiere un salto storico: destinare almeno 800 miliardi di euro nei prossimi cinque anni al potenziamento coordinato delle capacità difensive europee. Gli Stati membri saranno chiamati a portare le rispettive spese militari ad almeno il 3% del PIL entro il 2026, con un ulteriore incremento fino al 5% previsto per il 2030. Sarebbe il più imponente sforzo di riarmo in tempo di pace mai promosso sul continente dal secondo dopoguerra.
Per l’Italia, le implicazioni sarebbero considerevoli. Secondo le stime preliminari del Ministero dell’Economia, destinare il 5% del PIL alla spesa militare significherebbe una riallocazione annuale non lontana dai 100 miliardi di euro, una cifra paragonabile a due intere leggi di bilancio. In un’economia caratterizzata da debito elevato, crescita moderata e crisi strutturale del welfare, un simile spostamento di risorse inciderebbe inevitabilmente su settori vitali come sanità pubblica, scuola, università, ricerca scientifica, servizi sociali.
La ridefinizione della spesa pubblica in favore dell’industria bellica solleva interrogativi di ordine etico, civile ed europeo: per comprendere meglio la posta filosofica e politica di questa svolta, vale la pena rileggere un testo antico ma ancora profondamente attuale: Per la pace perpetua di Immanuel Kant.
Perché la storia ci insegna che ogni grande accelerazione militare apre sempre, inevitabilmente, un interrogativo più profondo: quello sul senso stesso della pace, della guerra e della civiltà.
Kant e il suo progetto per la pace perpetua: un monito che echeggia imperterrito
Per la pace perpetua è forse un’opera considerata “minore” nel corpus kantiano, se paragonata alle grandi Critiche che hanno definito i limiti e le possibilità della ragione. Eppure, la lucidità e l’attualità del suo progetto sono, oggi più che mai, indiscutibili.
Pubblicato nel 1795, questo breve ma densissimo scritto si propone come una sorta di manuale politico-morale per rendere la guerra, almeno in linea di principio, giuridicamente e istituzionalmente impossibile.
Kant costruisce questa architettura in modo razionale e progressivo: sei articoli preliminari, che servono da fondamenta etiche e giuridiche, a cui seguono tre articoli definitivi, pensati per dare forma concreta a un ordine internazionale di pace. Le appendici e i supplementi conclusive coronano il palazzo della pace perpetua rendendolo, almeno fino a Hegel, saldo e potenzialmente attuabile.
E proprio gli articoli preliminari risuonano, oggi, con forza inquietante nel contesto del vertice dell’Aja e della nuova corsa europea al riarmo. Due in particolare appaiono in aperta contraddizione con l’attuale situazione internazionale.
Nel terzo articolo preliminare, Kant chiede espressamente l’abolizione degli standing armies: quegli eserciti permanenti, professionali, armati e mantenuti in tempo di pace, che rappresentano — secondo lui — una minaccia costante per la stabilità tra gli Stati.
L’idea è chiara: eliminando i mezzi che rendono possibile la guerra, si riduce drasticamente la probabilità che la guerra scoppi. Si tratta di un pacifismo “strumentale” ante litteram, basato non su vaghi ideali, ma su una precisa analisi delle condizioni materiali che favoriscono il conflitto.
Nel quarto articolo preliminare, Kant va oltre: mette in guardia contro l’aumento del debito pubblico per finanziare le spese militari. Secondo lui, accumulare debito per armarsi non solo è moralmente discutibile, ma strategicamente folle, perché spinge gli Stati in una spirale pericolosa in cui la guerra diventa quasi “necessaria” per giustificare e ripagare quegli stessi debiti.
Se oggi l’UE si avvia a destinare 800 miliardi al riarmo, e l’Italia rischia di destinare fino al 5% del PIL alle spese militari, non possiamo non vedere come queste considerazioni kantiane siano clamorosamente ignorate. Il progetto di pace, che dovrebbe essere il fondamento stesso dell’Unione, inizia a vacillare sotto il peso di un apparato bellico crescente.
Ma gli altri articoli preliminari ci dicono anche che la pace è un edificio fragile, che si costruisce a partire dalla giustizia.
Nel primo articolo, Kant afferma che nessun trattato di pace deve contenere una reservatio mentalis, ovvero condizioni nascoste, clausole inique o ambigue, che renderebbero la pace solo apparente, nascondendo le cause del successivo conflitto.
Possiamo affermare con certezza che ad oggi nelle relazioni internazionali vi sia totale trasparenza e fiducia, sostenendo contro ogni ragionevole dubbio che non vi siano intenzioni nascoste, piani occulti o desideri potenziali?
Nel sesto articolo Kant esorta a non sospendere, neppure in tempo di guerra, la legge morale e lo ius in bello: ogni crudeltà gratuita seminata sul campo di battaglia rende quasi impossibile la riconciliazione futura. La barbarie, infatti, non fa che alimentare un odio destinato a radicarsi nella memoria collettiva; un odio che, come ricorda Foscolo nei Sepolcri, sopravvive agli uomini e solo a fatica si lascia cancellare dal tempo. Se quella memoria resta viva, la strada verso la pace si fa ripida, perché la violenza di ieri chiede un tributo di diffidenza domani.
Infine, il secondo e il quinto articolo difendono la sovranità e la dignità degli Stati: non bisogna intervenire nei loro affari interni, né “comprare” o “ereditare” territori e popoli. Qui Kant richiama, in filigrana, la seconda formulazione dell’imperativo categorico: “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.”
Alla luce di questi principi, è inevitabile domandarsi se la nuova politica europea del riarmo non stia già violando i presupposti stessi per una pace duratura. Un’Europa che si arma, che si indebita per armarsi, che accetta il rischio di nuovi conflitti in nome della deterrenza, non è forse un’Europa che dimentica la lezione kantiana, proprio quando ne avrebbe più bisogno?

Dai fondamenti alla struttura della pace
La sezione più densa e centrale dell’opera è quella dedicata ai tre articoli definitivi.
Qui Kant espone non più solo i presupposti etici e giuridici della pace, ma le condizioni strutturali che devono regolare i rapporti interni ed esterni degli Stati affinché la pace sia costruibile e duratura. In altre parole: se gli articoli preliminari rimuovono gli ostacoli, quelli definitivi tracciano l’architettura di un ordine politico giusto e non bellicoso.
Il primo articolo definitivo è forse il più noto e filosoficamente pregnante: «La costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana».
Ma cosa intende Kant per repubblica? Con questo termine Kant intende distinguere due possibili modalità amministrative del governo: la prima costruita intorno alla personalità di chi comanda (il singolo nell’autocrazia, i ricchi nell’aristocrazia, il popolo nella democrazia), la seconda basata sulla procedura esecutiva del governo, che può essere dispotica o repubblicana. La distinzione è cruciale.
Una monarchia può essere giusta se governata secondo criteri di legalità e rispetto della libertà; una repubblica può essere dispotica se il potere sfugge al controllo dei cittadini.
Ciò che rende una costituzione davvero repubblicana è la combinazione di tre elementi: la libertà dei cittadini in quanto uomini, la loro sottomissione a un’unica legge comune e, soprattutto, la partecipazione — diretta o rappresentativa — del popolo al processo legislativo. Inoltre la divisione dei poteri (con il loro bilanciamento reciproco per un controllo vicendevole) e la pubblicità delle decisioni (la politica deve essere sottomessa alla morale, le azioni politiche devono rispettare la prima formulazione dell’imperativo categorico per essere etiche) impediscono che il potere si trasformi in arbitrio.
Ma c’è di più: secondo Kant, in uno Stato repubblicano ogni decisione deve passare dal vaglio del consenso popolare. E poiché è il popolo stesso a sopportare il peso e i sacrifici della guerra — in termini di vite, di tasse e disgregazione sociale — difficilmente voterà per l’avvio di un conflitto, se non in caso di necessità assoluta.
È, in fondo, una straordinaria intuizione proto-democratica: legare l’uso della forza alla responsabilità pubblica è il vero freno al militarismo.
Le opinioni pubbliche nazionali sono davvero parte attiva in questa scelta? I cittadini italiani, francesi, tedeschi, sono stati chiamati a valutare se vogliono destinare il 5% del PIL alla spesa militare, sottraendola ad altri bisogni vitali come sanità o istruzione?
Oppure ci troviamo davanti a un processo politico condotto in modo opaco, tecnocratico, mediato da logiche di alleanza e deterrenza che sfuggono al controllo democratico popolare?
Se così fosse, la lezione kantiana ci mette in guardia: senza una base autenticamente repubblicana, nelle decisioni strategiche, la pace non è mai garantita. Si rischia di costruire eserciti permanenti e indebitamenti pubblici enormi in nome di una “sicurezza” decisa dall’alto e dunque, ancora una volta, di avvicinare la guerra più che allontanarla.
L’analisi interna viene trasposta sul piano interstatuale
Kant, naturalmente, non si limita a riflettere sulla struttura interna degli Stati. L’ambizione della pace perpetua è tale che richiede uno sguardo ben più ampio: deve infatti investire l’intero sistema internazionale, superando quella condizione di anarchia tra Stati che per secoli — e purtroppo ancora oggi — ha alimentato guerre, imperialismi e conflitti senza fine.
Il secondo articolo definitivo afferma con chiarezza: «Il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di Stati liberi».
Ma attenzione: Kant rifiuta l’idea di un superstato globale — una civitas gentium — che assorba i singoli Stati in un’unità sovranazionale centralizzata. Questo progetto, avverte, sarebbe destinato a creare nuove forme di dominio e servitù: nella civitas gentium andrebbe a formarsi una gerarchia ontologica tra gli Stati, che potrebbe portare a tensioni e rivoluzioni.
Ciò che Kant immagina, e che a ben vedere anticipa alcune delle migliori intuizioni del federalismo moderno e dell’Unione Europea stessa, è piuttosto una lega di popoli, un foedus pacificum. Si tratta di una federazione di Stati sovrani che, pur mantenendo ciascuno la propria indipendenza e il proprio ordinamento, si impegnano a regolare le loro relazioni sulla base del diritto e non della forza.
In tale quadro, i trattati internazionali non devono mai contenere clausole nascoste (reservatio mentalis), né ambiguità che lascino spiragli a future aggressioni: la trasparenza e la buona fede sono le condizioni prime della pace.
Se consideriamo questo principio kantiano alla luce della situazione attuale, emergono tensioni evidenti.
L’Unione Europea nasceva, almeno nei suoi intenti originari, come un progetto di superamento dei nazionalismi armati attraverso una federazione basata sul diritto. Ma l’odierna corsa al riarmo non contraddice forse proprio quello spirito di lega pacifica che Kant auspicava?
Se non vogliamo scivolare nuovamente verso un equilibrio armato sempre precario, l’unica strada possibile è quella di un diritto internazionale autentico, sottratto alle ragioni della forza e costruito su un vero consenso fra popoli liberi.
Il terzo articolo definitivo, forse il più lungimirante e attuale dell’intero progetto kantiano, allarga ancora di più l’orizzonte, spostando l’attenzione dal contesto internazionale alla sfera cosmopolitica.
Qui Kant enuncia un principio di straordinaria modernità: «Il diritto cosmopolitico deve limitarsi alle condizioni di un’ospitalità universale».
Il filosofo di Königsberg, sempre attento a non scivolare in utopismi ingenui, non auspica la creazione di un governo mondiale o di un ordine globale che annulli le differenze culturali e politiche tra i popoli. Al contrario, la sua proposta si muove in una direzione più sottile e profonda ossia costruire un diritto comune minimo, basato sul rispetto reciproco, sull’ospitalità e sulla tutela della dignità umana.
In questo quadro, il diritto cosmopolitico non è un’arma del potere né un pretesto per l’ingerenza (da qui la critica alle posizioni imperialiste): è piuttosto uno spazio giuridico condiviso che permette ai popoli di convivere pacificamente, garantendo la possibilità di incontro e di scambio — commerciale, culturale, umano — senza che la differenza si trasformi in conflitto.
Nel nostro mondo globalizzato, dove le connessioni si moltiplicano così come le diseguaglianze e le tensioni si acuiscono, la costruzione di un diritto cosmopolitico sobrio, limitato ma solido, rappresenta una delle condizioni fondamentali per scongiurare la deriva verso nuovi imperialismi e nuove guerre.
È, in fondo, un invito a non confondere la legittima difesa della propria sovranità con la tentazione di proiettare il proprio dominio oltre i confini, alimentando quella logica di contrapposizione che Kant voleva spezzare.

Qualche considerazione
In controluce, leggendo questi articoli definitivi, la distanza tra il disegno kantiano di una pace perpetua e la direzione che l’Europa oggi sembra voler prendere appare evidente.
Se il diritto cosmopolitico deve porsi il limite di favorire una pace universale, come giustificare invece una politica di rafforzamento militare su scala continentale, che rischia di innescare nuove logiche belliche (già in atto)?
Se il cuore della pace sta nella riduzione delle condizioni che rendono possibile la guerra, quale coerenza vi è nell’investire 800 miliardi di euro in armamenti, sottraendo risorse vitali a settori che dovrebbero, al contrario, rafforzare la coesione sociale interna e internazionale?
Kant ci invita a pensare una pace che non sia solo assenza di guerra, ma una condizione giuridica, politica e morale costruita attivamente, fondata su trasparenza, rispetto della sovranità e limiti posti all’azione di potere.
Proprio per questo, il vertice dell’Aja rappresenta oggi un bivio cruciale per l’Europa e per l’Italia.
Nel momento in cui ci si appresta a destinare ingenti risorse pubbliche verso l’industria bellica, è lecito domandarsi se questa sia davvero la strada che ci avvicina a quel “foedus pacificum” auspicato da Kant, o piuttosto un ritorno, sotto mentite spoglie, alla politica della deterrenza e della potenza.
Il progetto della pace perpetua non appartiene solo a un passato illuministico, ma continua a interrogarci sul nostro presente.
In tempi di crisi, è proprio nei principi fondamentali che dovremmo trovare la bussola per orientarci.
