Tra cronometri e aspettative sotto le lenzuola.

C’è sempre quella conversazione che ti fa capire quanto siamo complicati. Quella che inizia con un problema apparentemente semplice e finisce per rivelare che abbiamo più parametri di misurazione di quanti ne abbia la NASA per mandare un razzo nello spazio. Solo che invece di calcolare orbite, stiamo calcolando orgasmi. Benvenuti nel meraviglioso mondo delle aspettative temporali femminili, dove ogni cronometro ha una sua filosofia.
Il G7 e l’emergenza del tempo
Mercoledì pomeriggio, mentre stavo cercando di convincere la mia pianta di basilico a non morire – missione evidentemente impossibile visto il mio pollice nero certificato –, ricevo una chiamata che ha tutta l’urgenza di una crisi internazionale. È Samantha, e dalla sua voce capisco che non stiamo per discutere di giardinaggio urbano.
«G7 d’emergenza. Videochiamata. Cinque minuti». Quando Samantha convoca il nostro consiglio di guerra digitale con questa urgenza, so già che la serata prenderà una piega decisamente più interessante delle mie piante morenti.
In tempo record siamo tutte collegate: Francesca dal suo studio milanese dove sta fingendo di lavorare – l’unica residente a Milano che lavora quanto un impiegato comunale al sud; Eleonora; Oriana ancora in pigiama perché lavora da casa e ha deciso che i pantaloni sono optional, e io armata del mio fido bicchiere di vino – perché certe conversazioni richiedono supporto alcolico anche prima delle 18:00 – soprattutto, prima delle 18:00.
«Ragazze ho bisogno del vostro aiuto. Il tizio che frequento ha un problema di… tempistiche».
Ed ecco che si apre uno dei capitoli più spinosi dell’intimità contemporanea: la questione della durata. Quella variabile misteriosa che può trasformare una serata romantica in una gara dei cento metri, lasciandoti con la sensazione di aver appena iniziato quando i titoli di coda già scorrono.
«Quanto stiamo parlando?» chiede Eleonora dalla precisione da cronometrista olimpico.
«Cinque minuti. Sei al massimo», siamo ufficialmente rassegnate. «E prima che mi chiediate se ho provato a fare qualcosa, sì: ci ho provato di tutto, sono settimane che andiamo avanti così: l’ho fatto venire una prima volta per ricominciare dopo, ho tentato tecniche di rilassamento che sembravano sedute di meditazione tibetana, ho persino provato a rimanere completamente immobile come una stella marina. Niente. Appena mi muovo anche solo per respirare, game over, devo stare a 4 di bastoni».
Francesca, sempre pragmatica come un’ingegnera, interviene: «Ma se ci sono tutti i preliminari, sei minuti non sono così terribili…»
«COSA?» urlano all’unisono Samantha ed Eleonora, come se Francesca avesse appena detto che la carbonara si fa con la panna.
Ed ecco che si scatena il dibattito del secolo sui parametri temporali dell’intimità femminile. Perché, a quanto pare, quando si tratta di durata, ogni donna ha un orologio interno tarato su aspettative completamente diverse.
Eleonora, dall’autorità di chi non accetta compromessi, dichiara: «Per me il minimo sono quaranta minuti. Di fila. Niente pause, niente scuse. Dobbiamo sudare entrambi come se stessimo facendo CrossFit sotto le lenzuola».
Oriana, sempre la voce della moderazione, tempera: «Io con venti-trenta minuti sono felice, soprattutto se c’è varietà. Anche perché pensa di essere legata, dopo mezz’orarischi di perdere la circolazione, e non è esattamente l’effetto che cerchi. Però ben vengano le ripetizioni – minimo due o tre round di seguito, o almeno durante la giornata».
E io? Io penso che venti minuti siano il minimo sindacale, ma l’importante è che diventi una competizione a chi fa godere di più l’altro, non una maratona contro il cronometro. Ma comunque, Mr. Impossible era un galantuomo: lui aspettava sempre che venissi io per prima. Una “gentilezza” che credevo fosse la norma, fino a quando non ho scoperto che molti uomini considerano il proprio orgasmo il gran finale dello spettacolo.
Ma, mentre ascoltavo i vari parametri temporali delle mie amiche, mi è venuto in mente: da quando abbiamo iniziato a misurare l’amore con il cronometro?
«Il vero problema», continua Samantha, «non è solo la durata. È che lui non si giustifica nemmeno, e non si impegna per compensare in altri modi. È pure ben dotato dalla natura, ma a che serve se poi sembra che abbia un treno da prendere?»
Ecco il punto. Non stiamo parlando di prestazioni atletiche, ma di presenza. Di interesse. Di quella cosa antica chiamata «farsi carico del piacere dell’altro» che sembra essere passata di moda come i jeans a vita bassa.
L’era dell’ottimizzazione intima
Viviamo nell’era dell’ottimizzazione: abbiamo app per tutto, dalle calorie ai passi, dal sonno alle meditazioni guidate. Era inevitabile che prima o poi anche il sesso finisse sotto la lente del miglioramento continuo. Ma quando l’intimità diventa una questione di performance, perdiamo qualcosa di essenziale?
Forse il vero problema non è la durata, ma l’attenzione. Perché puoi essere il più dotato e resistente del mondo, ma se non sei presente – mentalmente, emotivamente, fisicamente –, anche due ore sembreranno vuote come un cinema il lunedì mattina.
Alla fine della chiamata, mentre riattaccavamo tutte con più domande che risposte, non potevo fare a meno di chiedetmi: in un mondo ossessionato dall’efficienza, forse la vera rivoluzione è prendersi tutto il tempo che serve? O magari scoprire che il tempo perfetto non esiste, esiste solo la persona giusta con cui perdere il conto dei minuti? Perché, alla fine, non dovremmo misurare l’amore in minuti, ma in momenti. E alcuni momenti valgono più di tutte le maratone del mondo.