L’epicureismo lucreziano e la peste ad Atene cercano di spiegare il senso del Coronavirus

L’epicureismo lucreziano cerca di spiegare il senso dell’emergenza che stiamo vivendo leggendola come una di quelle disgregazioni e distruzioni che comportano nuove aggregazioni e costruzioni, la morte è funzionale alla creazione e ricreazione continua di altra vita.

La peste ad Atene è stato un momento terribile di morte, distruzione e di caduta dei valori. Ma la morte non ha avuto l’ultima parola, l’umanità si è rialzata più forte di prima con nuovi valori, un nuovo senso del vivere, forte di tutto il dolore che ha vissuto.

La dialettica tra pieno e vuoto

Secondo il poeta e filosofo epicureo Tito Lucrezio Caro il reale si fonda sulla dialettica tra pieno e vuoto, come anche Epicuro e gli antichi filosofi atomisti sostenevano, vi sono due imprescindibili ed eterni fondamenti della realtà: il vuoto e dei corpi minimi, indivisibili e invisibili che in esso si muovono, si scontrano, si aggregano e si dividono tra loro, formando e disgregando le cose della realtà che possiamo vedere, toccare e sentire attraverso i sensi: “Anzitutto, poiché si è scoperto che è profondamente dissimile/ la doppia natura delle due cose/il corpo e lo spazio in cui ogni cosa si svolge,/ occorre che ciascuna di esse esista in se stessa senza mescolarsi./E infatti, dovunque c’è libero spazio che ‘vuoto’ chiamiamo,/là non c’è corpo: e dovunque ha luogo/il corpo, là in nessun modo esiste il vuoto privo di cose.” Le cose materiali si disgregano, tutti i corpi, dunque, hanno in sé il vuoto, ma questo vuol dire che ciò che li tiene costretti e uniti è un qualcosa di solido: ciò è appunto l’aggregazione di quei corpi minimi e indivisibili chiamati Atomi il cui congiungersi (nel vuoto) forma ciò che possiamo cogliere sensibilmente: “E inoltre, poiché esiste il vuoto all’interno delle cose create/occorre vi sia, intorno, materia compatta, /né alcuna cosa può con vera dottrina provarsi/che nel suo corpo nasconda del vuoto, e internamente ne abbia,/ se non ammetti sia solido ciò che lo tiene costretto./ E altro non può essere se non aggregazione di materia, /ciò che è in grado di trattenere il vuoto delle cose.” Gli atomi sono eterni e indivisibili, la loro aggregazione forma tutta la realtà sensibile e la loro disgregazione la distrugge. Quando giunge il proprio tempo, ogni corpo si disgrega (si disgregano e dividono, cioè, gli atomi che lo formano) una volta disgregatisi, però, questi atomi si aggregheranno nuovamente, in altri modi, per formare altra vita e altri corpi, a perire, dunque, sono i corpi da essi formati ma non gli atomi: “Questi né possono dissolversi, colpiti con urti da fuori/né d’altra parte, penetrati in profondo, disfarsi,/né attaccati in qualunque altro modo cadere in rovina.” Nulla viene dal nulla e nulla giunge al nulla, tutto il reale nello spazio e nel tempo è il risultato dell’aggregarsi e del disgregarsi degli atomi la cui eternità è imprescindibile affinché tutto si crei e ricrei di continuo, affinché la vita delle cose possa ripetersi e rinascere di continuo: “E infatti vediamo che ogni cosa più presto può essere dissolta/che ancora rifatta; e per questo ciò che il fluire lungo/infinito dei giorni, di tutto il tempo trascorso,/ fino ad allora avesse distrutto, sconvolgendolo e distruggendolo/mai potrebbe ricostruirsi nel tempo che resta./Ma ora, evidentemente al dissolvimento un limite certo/è assegnato, poiché ogni cosa vediamo rifarsi:/ e insieme vediamo che tempi ben limitati specie per specie /sono assegnati, in cui possano toccare il fiore d’età.”

Infinità dei mondi: la loro nascita e la loro morte

Secondo Lucrezio non esiste solo un mondo ma infiniti: non esistono, infatti, soltanto il nostro cielo e la nostra terra, non soltanto il nostro sole, la nostra luna e le nostre stelle, i nostri animali e i nostri uomini ma tanti altri e infiniti. Infatti ciò che gli atomi aggregandosi hanno formato che è più vicino alla nostra osservazione e comprensione lo hanno formato o possono formarlo anche laddove con l’osservazione e addirittura con la mente non possiamo giungere, poiché lo spazio in cui gli atomi si muovono è immenso e infinite sono le possibilità di formazione delle cose e di interi mondi molto simili al nostro: “In nessun modo infatti va ritenuto simile al vero/che, mentre in ogni direzione s’estende, sconfinato, lo spazio/ e i principi in numero senza numero e in somma inesauribile/girano volando in molti modi, colpiti da eterno movimento/solo qui, la terra e il cielo siano stati creati,/e nulla facciano, qui fuori, tanti corpi della materia […] E perciò sempre più è necessario che tu ammetta che esistono/altrove tali aggregati della materia/quale è questo, che l’etere racchiude in avido abbraccio.” La quantità di atomi è immensa e dunque immense sono le possibilità di formazione delle cose, per questo non è possibile ci sia soltanto un mondo(quello comprendente ciò che riusciamo a vedere e ciò che ci è più prossimo) ma altri innumerevoli e infiniti altri possibili: “Ora, di atomi la quantità è così grande, quanta/non potrebbe contarla tutta una vita di un essere vivo, e forza e natura rimane la stessa che i vari principi delle cose/possa gettare nelle loro sedi, in modo simile/a come sono stati qui insieme gettati, occorre tu ammetta/che esistono altri mondi in altre parti dello spazio,/e diverse razze di uomini e stirpi di animali.” Tutto è continua disgregazione e aggregazione, continua nascita e morte, tutto ciò che si disgrega e muore, perché ha fatto il proprio tempo, fa sì che da un’altra parte nasca e si formi altra vita, per ogni mondo che si disgrega e muore altri ne nascono, per ogni cosa che muore tante altre prendono vita. Gli atomi disgregatisi da un corpo morente, infatti, in altri modi e forme si riaggregano portando nuove cose alla vita: “Certo, infatti, occorre arrendersi al fatto che molti principi/defluiscono e si ritraggono dalle cose: ma più se ne debbono/aggiungere, finché non raggiungano la vetta più alta dell’accrescimento:/quindi poco per volta forze e resistenza di adulto/spezza, e la vita si dissolve giù verso il disastro./E invero, quanto più grande è una cosa, finito l’accrescimento,/e quanto più è esteso, tanto più corpi verso tutte/le direzioni adesso disperde e lancia via da sé, né/gli basta, in cambio dei larghi fiotti che getta di fuori,/perché possa la stessa quantità crearsi e riempire le perdite.” Ad un certo punto l’afflusso di atomi che tiene viva una cosa, una persona o un mondo viene superato dal deflusso, in questo modo la cosa, la persona, l’ intero mondo, muore. La situazione che stiamo vivendo è una situazione di dissoluzione e di morte, dissoluzione e morte non solo fisica ma anche morale e spirituale, come spiega Lucrezio, ogni cosa ad un certo punto muore, si dissolve. Ma la sua dissoluzione vuole dire la creazione di altro, materialisticamente parlando, la morte di qualcosa vuole dire la ricomposizione e la formazione di altra vita dai legami infranti di ciò che è morto, ecco che allora la situazione che stiamo vivendo, anche grazie al materialismo lucreziano riesce ad avere un senso: la distruzione dei legami, sia fisici che spirituali, che questa pandemia sta arrecando all’umanità non può che voler dire la formazione di altri legami, di altro tipo, più vivi e più solidi, di una umanità (si spera) in un certo qual modo, rinnovata.

La peste di Atene

Una delle parti più emblematiche e più brutalmente significative del De rerum natura di Lucrezio è quella in cui viene descritta l’epidemia di peste che nel 430 a.C (secondo anno della guerra del Peloponneso) colpì, devastandola e decimandola, la popolazione della città di Atene. Ecco alcune parti salienti della descrizione del morbo: “Questo tipo di morbo, e flusso mortifero, un tempo/nella terra di Cercope rese i campi luttuosi./desolò le strade, svuotò la città di abitanti./Ebbe origine, questo male, dall’interno della terra d’Egitto,/da lì veniva; traversò molta aria e campi ondeggianti,/attaccò alla fine tutto il popolo di Pandione./E allora erano abbandonati a morbo e morte, a caterve./Anzitutto avevano la testa che bruciava per il calore,/e ambedue gli occhi rossi per l’infiammazione./ Le fauci, annerite all’interno, trasudavano/sangue, e la via della voce, ingombra per le piaghe,/si chiudeva: la lingua, interprete della mente, colava sangue,/indebolita dal dolore, pesante a muoversi, ruvida al tatto./Poi, quando attraverso le fauci aveva riempito il petto,/la forza del morbo, era giunta fin dentro il cuore triste/dei malati, allora i legami di vita si dissolvevano, tutti. […] Ai mali intollerabili era costante compagna/inquietudine angosciosa, e lamento frammisto a pianto./I singhiozzi frequenti continuamente di notte e di giorno/costringendoli senza posa a tendere nervi e membra/stancandoli scioglievano le forze a loro già prima così provati. […] Non passava molto tempo, e giacevano le membra nella morte:/normalmente, al rilucere dell’ottavo lume del sole,/alle volte della luce nona, rendevano l’anima./E se alcuni di loro, come accade, evitavano lutto e morte,/ tra orride piaghe e nero flusso di ventre,/anche se più tardi, tuttavia li attendevano distruzione e morte:/o anche molto sangue corrotto, spesso tra dolori al capo,/usciva dalle ingombre narici. […] Passavano l’un dietro l’altro funerali squallidi, vuoti di gente. […] Né ormai religione divina o numi importavano più/molto, infatti: aveva più forza il dolore presente./ Non restava nella città il rito di sepoltura che prima/ quel popolo aveva per tradizione seguito nei funerali;/era sconvolto tutto nel terrore, e ognuno,/composti come poteva, seppelliva piangendo i suoi cari.” Tutto ciò, purtroppo, (con le dovute differenze rispetto ad una malattia come la peste) è sentito in maniera dolorosamente attuale: si veda ad esempio, oltre il numero di morti, il dolore dei cari dei defunti che non possono salutare decentemente coloro a cui hanno voluto bene o l’angoscia dei non ammalati che rende la vita un continuo e inumano isolamento privo di relazioni. La storia si è fermata, i valori oscurati dall’animalesco istinto di sopravvivenza dettato dalla paura nei confronti di un nemico senza volto, nessuna delle attività che prima d’oggi svolgevamo sembra più avere senso, perché essenza intima del fare é la messa a confronto relazionale che ora ci è impedita. Perché Lucrezio decide di inserire alla fine del suo operone la descrizione della peste di Atene? La pestilenza che colpì la polis greca è un momento di disgregazione e di distruzione, Lucrezio vuole mostrare con un episodio storico e concreto ciò che pagine prima aveva espresso in teoria: la distruzione e la disgregazione della vita vogliono dire aggregazione e nascita in altri modi e in altre forme. La peste ci insegna che parte integrante della vita sono la morte e la distruzione, in virtù delle quali altra vita nasce e si forma. I legami umani, valoriali e spirituali, oltre che vitali, in questo momento sono in via di disgregazione, ma ciò vuol dire che presto si riaggregheranno in altri modi e forme più forti e saldi. Il superamento di questo momento di sicuro ci rafforzerà perché, come dice Lucrezio, i legami che si sciolgono perché divenuti troppo deboli ,in un corpo ormai vecchio, si ricomporranno per formarne uno più forte e solido. L’opera lucreziana è un inno alla vita, si veda come il poeta latino dedichi l’introduzione dell’opera a Venere incarnante la vita e la natura (il legame tra tutte le cose) egli celebra la vita che continuamente si disgrega e si ricrea e si ricrea proprio perché di continuo si disgrega.

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