Elogio del fallimento: Will Hunting e Miguel Benasayag ci insegnano il valore dell’imperfezione

Come possiamo essere artefici del nostro destino, quando questo è già stato scritto per noi?  Da Miguel Benasayag e Will Hunting impariamo a resistere al determinismo e ad esistere secondo il nostro desiderio

Gus Van Sant, nel film “Will Hunting – Genio ribelle” ci fa fare la conoscenza di Will, un ragazzo dalla straordinaria intelligenza ma dal carattere rissoso, che non si fa tenere a bada da nessuno. Si guadagna da vivere pulendo i pavimenti del dipartimento di matematica del Massachusetts Institute of Technology, dove insegna il rinomato professore Gerald Lambeau. Grazie alle sue prodigiose capacità logiche, Will riesce a dimostrare un teorema molto complesso che Lambeau aveva lasciato scritto su una lavagna in corridoio. Il professore lo scopre e rimane profondamente colpito dalle qualità di Will. Tuttavia il ragazzo non sembra disposto a collaborare, se non fosse che nello stesso periodo viene arrestato per una rissa di strada. Lambeau gli offre l’occasione di poter evitare il carcere, a due condizioni: Will dovrà prendere lezioni di matematica da Gerald e vedersi con uno psicologo tutte le settimane. Diversi psicologi  si rifiutano di portare avanti la terapia perché Will non fa che prendersi gioco di loro. Tutto questo cambia quando il professor Lambeau decide di affidare Will all’ex collega universitario Sean McGuire. Unico tra tanti, solo Sean riuscirà ad instaurare un rapporto con Will. Cos’ha Sean di tanto speciale rispetto agli altri psicologi? Cercheremo di rispondere grazie ad alcune delle linee guida tratteggiate dal filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag, in particolare nella sua opera “L’epoca delle passioni tristi” scritta con Gérad Schmit e pubblicata nell’anno 2003. 

 Saper guardare oltre le etichette

Più di ogni cosa, noi vogliamo prevedere la realtà, e lo facciamo costruendo modelli e griglie matematiche in cui inquadrare, di volta in volta, le varie situazioni. Così la nostra relazione con il mondo diventa una relazione con modelli ed etichette. Il problema si ha quando incontriamo qualche cosa che non rientra nei nostri schemi prestabiliti: allora, anziché considerare l’idea di modificare i nostri modelli, facciamo di tutto per continuare ad applicarli, ed escogitiamo stratagemmi per risolvere l’anomalia. Will è il ragazzo anormale per antonomasia: infatti egli si discosta dalla norma sia perché è un genio e sia perché, suo malgrado, è un ragazzo problematico. La particolarità di Sean è che tratterà sempre Will come persona e non semplicemente come un insieme di sintomi, instaurando con lui una relazione fondata sull’ascolto, sulla fiducia e sull’apertura. Così Sean si rivolge a Will:

Se orfano, giusto? Credi che io riesca ad inquadrare quanto è stata difficile la tua vita, cosa provi, chi sei, perché ho letto Oliver Twist? Basta questo ad incasellarti?

Benasayag direbbe che Sean si rifiuta di etichettare Will. Ciascuno di noi, infatti, porta un’etichetta e noi crediamo che questo basti a definirci come persone. Will dice del suo genio che lui non l’ha chiesto, non l’ha voluto, gli è semplicemente capitato: lui stesso si rifiuta di essere etichettato. Questo perché ricevere un’etichetta significa ritrovarsi improvvisamente legati ad un destino già scritto per noi. L’equazione è la seguente: Will è un genio, dunque dovrà per forza realizzare qualcosa di importante nella vita. Questo determinismo sociale e individuale ci esilia dalla libertà e soprattutto dalla libertà di poter sbagliare, di deviare dal corso delle cose e di deludere le aspettative. Ma cosa si nasconde dietro l’etichetta, se uno sa guardare bene? Dietro l’etichetta è nascosta la molteplicità della persona, il caleidoscopio dell’io con tutte le sue contraddizioni e con tutti i suoi moti contrari. Per quanto cerchiamo di incasellare noi stessi e gli altri dobbiamo mantenere viva la consapevolezza che nessuno di noi è un percorso lineare. Il fatto di essere un genio e di avere problemi relazionali basta a definire Will? No che non basta: c’è molto di più, ed è di questo che si rende conto Sean. 

Funzionare o esistere? 

Il problema non sta nel riconoscere in Will un genio o un ragazzo problematico, il problema sta nel volerlo indirizzare a tutti i costi verso un determinato futuro, orientandolo su dei binari che sono già stati posati a terra per lui. È esattamente questo ciò che vuole fare Gerald: egli si trova spesso a discutere con Sean perché in effetti i due si fanno fautori due approcci opposti alla vita. Benasayag direbbe che il professor Lambeau incarna il mito dell’utilitarismo, per cui ogni persona è niente più e niente meno che il suo Curriculum Vitae. Secondo l’utilitarismo nella vita vai bene solo se funzioni, solo se tutte le parti del tuo corpo collaborano per realizzare un determinato fine, e qualsiasi tempo non speso in vista del raggiungimento di quel fine è tempo sprecato. Lambeau vede la terapia per Will come un modo di guarire affinché possa lasciare dietro di sé i suoi problemi e concentrarsi sulle cose importanti. Ma questo, nell’ottica di Gerald, significa solo e unicamente che Will deve aderire allo standard sociale che più gli si addice: essere un matematico. È come se Gerald dicesse “Per vivere bene bisogna funzionare bene” “No. Per vivere bene bisogna esistere“, gli risponderebbe Sean. E il fallimento è parte integrante dell’esistenza. Lo stesso Sean si definisce un fallito ed è fiero di esserlo. Mentre Gerald ai suoi occhi non è che un arrogante nel momento in cui non sa vivere l’insuccesso se non come angoscia. Secondo lui, infatti, Gerald non sta orientando Will ma lo sta manipolando (se pure mosso da buoni intenti) affinché Will raggiunga ciò che Gerald non è riuscito a raggiungere. Il professor Lambeau deve accettare la possibilità che Will non voglia per se stesso ciò che Gerald vuole per lui. Will deve ancora trovare se stesso, e per fare questo non ha bisogno che qualcuno gli dica cosa fare. Tutto ciò che Will sa a proposito della vita l’ha letto in qualche libro: ora il ragazzo ha bisogno di vivere esperienze, soffrire, sbagliare in autonomia. Esistere significa assaporare la vita sotto ogni suo aspetto. Sean rinuncia all’onniscienza: ammette di non sapere ciò che è bene per Will, e del resto come potrebbe saperlo, dato che è lo stesso Will ad ignorarlo? Sean è l’unico a chiedere a Will cosa lo appassiona e cosa desidera veramente dalla vita, perché è l’unico a provare autentico interesse nei suoi confronti e perché è l’unico a non temere la risposta. Sean, al contrario di Gerald, non sarebbe turbato se Will decidesse di fare il muratore o il pastore, a patto che sia ciò che vuole davvero. 

Oltre il successo e il fallimento  

In un dialogo con Will, Sean gli racconta della moglie morta e dei meravigliosi momenti passati insieme. Ciò che Sean si ricorda di lei, ciò che per lui è più prezioso, sono quei piccoli “difettucci” che conosceva solo lui:

Queste cose la gente le chiama imperfezioni, ma non lo sono, sono la parte essenziale.”

Successo e fallimento sono due concetti arbitrari, perché si misurano secondo il metro di ciò che è normale, di ciò che gli altri pretendono di sapere su di noi in base a quelle poche informazioni che noi decidiamo di dare loro. Sean ha compreso una cosa importantissima: i nostri “fallimenti”, così come i nostri “successi”, non ci definiscono come persone. Per questo Sean incoraggia Will a fare ciò che si sente e, così facendo, lo incoraggia a discostarsi dalla norma.  Il sentiero meno battuto è sicuramente il più doloroso ma è anche quello più ricco di sorprese: quella piccola strada che si discosta dalla via principale per avventurarsi nel bosco è l’unico sentiero che valga la pena di percorrere. La vita non è facile, lo sappiamo tutti molto bene. Veniamo al mondo con delle domande, ci affanniamo per trovare delle risposte e ci disperiamo se non riusciamo nell’impresa. Possiamo anche risolvere tutti i teoremi matematici del mondo ma ci sarà sempre qualcosa che non sapremo della vita, ci sarà sempre qualche domanda senza risposta, ci sarà sempre un bivio di fronte a cui non sapremo che direzione prendere. La grande lezione di Benasayag è che va bene non andare bene. Va bene non conoscere tutte le risposte. Va bene persino disperarsi: alla fine, siamo tutti umani. Dovremmo fare tesoro delle parole di Antonio Mochado, quando ci dice: 

“Viandante, non c’è cammino,

il cammino si fa andando.” 

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