Le mutande di zio Ernesto: il doppiaggio della Regina Elisabetta spiegato da Umberto Eco

Fabio Celenza doppia il discorso della Regina Elisabetta a Harry e Megan dopo la loro uscita dalla Royal Family e la sua ironica traduzione può essere spiegata grazie a Umberto Eco.

Avvicinare il doppiaggio ironico di Celenza a Umberto Eco sembra fantascienza, eppure, i due hanno qualcosa in comune: la traduzione. Nel suo saggio Dire quasi la stessa cosa (Bompiani 2003) Eco descrive come tradurre al meglio sia, in sostanza, cercare di esprimere in un’altra lingua il significato del testo rispettando l’originale volontà dell’autore. Il doppiaggio di Fabio Celenza e l’opera di Eco ci offrono l’opportunità di riflettere e di capire cosa voglia davvero dire tradurre qualcosa. Eco ci spiega, quindi, come mai “le mutande di zio Ernesto” chieste indietro dalla Regina, secondo Celenza, alla fine non siano così paradossali come doppiaggio.

Il doppiaggio della Regina da parte di Celenza

Il fattaccio del doppiaggio alla Regina Elisabetta si è consumato negli studi di Propaganda Live, il programma trasmesso da La7. Lo youtuber Fabio Celenza, noto proprio per i suoi doppiaggi (qui il link del suo canale https://www.youtube.com/user/FMusicChannel ) si è cimentato in diretta nel doppiaggio, suscitando chiaramente l’ilarità non solo di tutti i presenti in studio, ma anche dei telespettatori. La Regina, nel suo discorso fittizio, fa la predica a Harry e Megan per riavere degli oggetti di sua proprietà. Come in tutti i divorzi, anche la Regina vuole dividere i beni in comune e ritornare in possesso di alcuni oggetti, solo che non si tratta di palazzi reali, macchine, gioielli o borse firmate, bensì di beni molto più importanti, come le mutande dello zio Ernesto. Celenza chiaramente aveva altro scopo che quello di aprire una disquisizione sulla traduzione e sui suoi significati, il suo doppiaggio tuttavia si può collegare al saggio di Eco Dire quasi la stessa cosa.

 

Perché Celenza ha a che fare con Eco

Sembra appunto una cosa a dir poco paradossale, eppure i due personaggi sono collegati. O meglio, non solo loro due intesi come persone fisiche ad essere collegate, quanto il fatto che entrambi si occupino di traduzione (nel caso di Eco sarebbe meglio specificare che si occupava). Il doppiaggio oggi è per noi fondamentale, fa parte della quotidianità di tutti e interviene in ogni ambito, da quello più accademico e  più scientifico a quello più comune, che rientra nella vita di tutti i giorni, come quando qualcuno guarda un film o una serie tv. Doppiare qualcosa rientra nell’ambito del tradurre qualcosa, nell’ambito dell’interpretazione di un discorso per restituire al lettore/ascoltatore/spettatore lo stesso messaggio espresso dalla lingua originale. Il doppiaggio di Celenza è di fatto un po’ estremo, nel senso che sposta i toni ufficiali di tutti i discorsi fatti dalla Regina Elisabetta a toni più beceri, più ironici, più personali e sicuramente meno formali. Eppure (tolta lo strato dell’ironia e della satira) lo fa seguendo il principio del “cosa la Regina voleva davvero dire ai Sussex”. Non volendo esagerare e attribuire a un doppiaggio più significati di quelli che l’autore voleva dargli (anche perché così facendo violeremmo anche noi il principio della traduzione che impone di restare fedeli al messaggio originale dell’autore) si coglie la palla al balzo per passare ad Eco.

 

Umberto Eco e il suo lavoro di traduzione

Che Umberto Eco fosse un vero esperto di linguistica e traduzione si sapeva. Che i suoi saggi potessero adattarsi anche ad ambiti non accademici un po’ meno. Proprio perché le sue opere sono spesso molto ostiche da comprendere, spesso sono accantonate e dimenticate e non certo collegate e temi meno accademici come il doppiaggio. Ma qual è il senso dell’opera Dire quasi la stessa cosa? Non si tratta di un saggio di linguistica fine a se stesso. L’opera riguarda anche la nostra quotidianità. Grazie all’avvento dei social network, agli smartphone, al 3G e al 4G, siamo costantemente connessi con il web, che spesso non è nella nostra lingua. Siamo sommersi da tutte le lingue del mondo (sopra cui svetta l’inglese) e non sempre i nostri telefoni o computer traducono tutto per noi, qualche piccolo sforzo lo dobbiamo fare. Allora perché non riflettere su cosa sia tradurre? L’opera di Eco conta 364 pagine, ma in sintesi esse affermano che la difficoltà di traduzione non è nella mancata conoscenza del significato delle parole, ma sta nel contesto in cui queste vengono dette, nella volontà dell’autore di rendere un concetto e nel modo di esprimersi che ha una lingua. Per esempio: l’inglese it’s raining cats and dogs, non si traduce come piovono cani e gatti ma con piove tantissimo, questo perché l’italiano ha modi diversi dall’inglese per esprimere le stesse cose (a meno che Eco dice che non siamo in un romanzo di fantascienza). E gli esempi sono infiniti. Il che ci porta a riflettere quanto le parole siano fondamentali per la nostra cultura e quanto possano esprimere di noi, della nostra mentalità, del nostro modo di pensare collettivo, passando proprio da una cosa infima come le mutande dello zio Ernesto.

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