Lars von Trier e The House That Jack Built: il sovvertimento della morale kantiana

Lars von Trier e The House That Jack Built: il sovvertimento della morale kantiana

8 Marzo 2019 0 Di Francesco Rossi

E’ ufficiale. Un nuovo vento soffia in città. Uno scandalo annunciato ha bussato alle porte dei cinema italiani lo scorso 28 Febbraio, data di uscita in due versioni – quella doppiata è stata censurata di un minuto e mezzo circa – dell’ultima fatica del controverso regista danese Lars von Trier. Con The House That Jack BuiltTrier firma il suo quindicesimo lungometraggio, andando a chiudere una trilogia aperta, non a caso quindici anni fa, con Dogville, che vedeva fra i suoi protagonisti attori del calibro di Nicole Kidman, Paul Bettany e Stellan Skarsgård. Se di Dogville Trier non ripropone l’atipico set – quasi completamente spogliato di scenografie e oggetti di scena, seguendo il modello dei black box theaters – torna però a riavvalersi del narratore fuori campo e della suddivisione in capitoli per raccontare la storia di Jack, ingegnere con disturbi ossessivi compulsivi e serial killer autore di decine di efferati omicidi commessi per dodici anni nello Stato di Washington, USA. E’ proprio agli Stati Uniti che questa trilogia è dedicata, intitolata con vena palesemente ironica Terra delle opportunità. Completamente slegato – se non per l’ambientazione statunitense – rispetto ai primi due film, fra loro interconnessi, The House That Jack Built non ne costituisce un sequel, quanto piuttosto un punto d’arrivo, un traguardo ideale per contare quanti nodi siano infine venuti al pettine. Un capolinea che però, a ben guardare, vuol tirare le somme dell’intero itinerario artistico e filosofico trieriano. Un po’ come quell’uomo de L’odio di Kassovitz che mentre cade da un palazzo si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene”. Peccato che Lars Von Trier si sia già bello che schiantato sul red carpet nel lontano 2011, quando fu bandito dal Festival di Cannes assieme al suo toccante Melancholia per delle sue dichiarazioni interpretate come neonaziste, nelle quali descriveva l’architetto Albert Speer, ministro di Hitler condannato a 20 anni al Processo di Norimberga, come “uno dei migliori figli di Dio”. Nonostante il regista, che concluse l’intervista dichiarandosi apertamente nazista, si sia più volte scusato derubricando l’episodio a scherzo di cattivo gusto, Cannes non ha voluto saperne più nulla di lui fino al 2018, quando ha ospitato fuori concorso The House That Jack Built, provocando reazioni contrastanti.

La locandina ufficiale del film. (nocturno.it)

Se alla première del film un centinaio di persone sono uscite dalla sala disgustate dalla violenza eccessiva delle immagini, le restanti lo avrebbero applaudito con una standing ovation di ben dieci minuti, resuscitando Trier dal “suicidio professionale”, come lo definì il regista francese Cloude Lelouch, che lui stesso aveva compiuto sette anni prima. Una reincarnazione avvenuta nonostante il danese sia tornato a citare Speer e Hitler, in maniera forse ben più grave, nel suo ultimo film. “Ma procedi[amo] allegramente” (e con calma) – come c’inviterebbe a fare il Virgilio qui interpretato dal compianto Bruno Ganz – spendendo preventivamente due parole sul contenuto della pellicola, sul suo apparato tecnico e sui suoi interpreti. A impersonare Jack vediamo un torvo e inquietante Matt Dillon, in forma smagliante anche grazie all’intervento di una notevole ‘spalla’, tanto poco visibile sullo schermo quanto è però fondamentale nel contributo narrativo. Il defunto Bruno Ganz, con quella sua elegante pronuncia inglese venata dal rigorismo di una lieve inflessione tedesca, riesce nella sua ultima apparizione sul grande schermo a regalarci uno dei più gradevoli contributi al film. Dal punto di vista tecnico invece, la regia è senz’altro impeccabile, caratterizzata da quelle ricorrenti inquadrature a telecamera mobile tipiche di Lars von Trier – che rendono i suoi film ‘indigesti’ nel vero senso della parola, causando nausee e giramenti di testa a non pochi spettatori – e impreziosita da un montaggio piuttosto serrato che ne acuisce la frenesia. Molto originali risultano anche quegli intermezzi introdotti ogniqualvolta da Jack con fini esplicativi e quasi pedagogici, per i quali Trier ha voluto sostituire il classico rapporto d’aspetto 2,39:1 con un formato quasi quadrato. Ma è nei contenuti che The House That Jack Built rivela gli snodi più interessanti, affrontati con un’audacia senza precedenti, palesemente volta a provocare e scandalizzare quanto più possibile.

Il regista Lars von Trier. (screenweek.it)

E’ forse vano soffermarsi troppo a lungo a tessere le lodi dell’elemento allegorico cui Lars von Trier dedica l’ultimo dei sei capitoli che cadenzano il film. In Epilogo: Catabasi, vediamo Jack, munito di una ben riconoscibile tunica rossa – che in realtà è una vestaglia – guadare l’Acheronte, il mitico fiume infernale, in un posa pressoché identica al quadro di Eugène Delacroix La barca di Dante. Accompagnato dal sopracitato Virgilio, compirà una discesa dell’Inferno come un moderno e bizzarro Dante Alighieri. Il collegamento con la Divina Commedia è immediato, evidente, mentre ben più articolato risulta quell’inscindibile rapporto fra etica ed estetica su cui Trier si focalizza in modo tutto personale. Un dualismo che non può non far pensare al filosofo per eccellenza dell’Illuminismo, colui che più di tutti rese inestricabile questo legame: Immanuel Kant. Del Tocco di Mida si diceva trasformasse tutto ciò che sfiorava in oro. Di quello di Lars non si può che dire l’opposto. Non si può far altro che rivolgergli, mutatis mutandis, un’accusa simile a quella formulata da Virgilio nel film: “Leggi Kant come il Diavolo legge la Bibbia”. Chiunque, al Liceo, abbia dedicato anche solo un minimo della propria attenzione ad ascoltare le lezioni del Prof. di Filosofia di turno, avrà senz’altro sentito ripetere fino all’esaurimento il concetto di Rivoluzione Copernicana, che in Kant si riferisce al processo attraverso il quale questi, dopo che la precedente tradizione filosofica aveva progressivamente esautorato l’Uomo della sua centralità nel mondo, torna a considerarlo il cuore pulsante dell’universo, ora come “legislatore di natura”, ora come soggetto morale per eccellenza, unico fondamento possibile dell’Etica, come espresso nella Critica della Ragion Pratica. E di questa Rivoluzione Copernicana, Trier ne propone una versione diametralmente opposta.

Il titolo del film come mostrato nei titoli di testa.
(loudvision.it)

Partendo dall’idea che “la vita sia malvagia e senz’anima”, il regista si fa promotore di una Morale completamente straniata che fa dell’Uomo il più immorale e crudele degli esseri. Come già espresso egregiamente in Dogville, sottrarsi a questa verità è peccare di ipocrisia, e non resta che accettare la propria condizione di ineluttabile malvagità. Non resta che sobbarcarsi il peso di un’orrida contraddizione: che l’unica umanità possibile è la dis-umanità. Non qui intesa come una defezione dalla strada maestra, una caratteristica difettiva dell’Uomo, ma come la sua più radicale essenza. Parafrasando le parole che Martin Heidegger esprime in tutt’altro contesto nel suo capolavoro filosofico Essere e Tempo del 1927: “Forse l’Esserci nel più immediato rivolgersi a sé stesso si chiama sempre in questo modo: “Io sono questo”, e con voce tanto più alta quanto più non è questo ente”. Detta con Aristotele, che vede nelle definizioni la formulazione del carattere più proprio e distintivo di un determinato ente, l’unica definizione ascrivibile all’Uomo è di Radice del Male. Da qui la Rivoluzione Copernicana compiuta da Trier, che come nella Critica della Facoltà di Giudizio di Kant non può che estendersi all’estetica e al valore dell’arte. Dopo aver inizialmente teorizzato l’impossibilità per l’Uomo, abitante del solo mondo fenomenico, di ascendere a quello sovrasensibile della ‘cosa in sé’, del noumeno nel quale vige la libertà e dunque la legge morale, Kant introduce un terzo elemento per colmare questo “incommensurabile abisso fra due mondi tanto diversi”: il sentimento di piacere generato dalla contemplazione del Bello artistico.

Un poster alternativo del film, raffigurante una sua famosa citazione: “Some people claim that the artocities we commit in our fiction are those inner desires which we cannot commit in our controlled civilization, so they’re expressed instead through our art. I don’t agree. I believe heaven and hell are one and the same. The soul belongs to heaven and the body to hell”. (hdmovieposter.blogspot.com)

Così in Trier, l’arte viene fatta risalire a tutte quelle grandi opere dell’Uomo, anche fra le più scellerate, che hanno saputo imprimere un marchio nella Storia. Essa viene fatta dipendere, dalla coppia ormai indistinguibile Jack/Trier, molto più dalla distruzione che dalla costruzione. Così l’uva genera il buon vino quando intaccata da gelo, disidratazione e muffa, e una pericolosa e scioccante sequela di immagini di alcuni dei più terribili genocidi della Storia ci suggerisce che sì, in fondo anche quello dello sterminio, è un processo artistico. Che “Dio creò sia l’agnello che la tigre. L’agnello rappresenta l’innocenza, e la tigre rappresenta la ferocia. Entrambi sono perfetti e necessari. La tigre vive di sangue e uccide l’agnello, e questa è anche la natura dell’artista”. Che in conclusione, portando questa folle visione alle estreme conseguenze, non v’è nulla di più veritiero, per Jack, della formula Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi) posta sopra i cancelli dei campi di sterminio nazisti, perché l’unica via per ascendere al mondo sovrasensibile e noumenico, nel quale regna la libertà, resta quella del massacro perpetrato dietro quei cancelli. E’ l’agghiacciante opera d’arte finale che colma l’incommensurabile abisso kantiano. A lui non resta che trovarne una altrettanto magnificente. The House That Jack Built è quella la cui costruzione è stata avviata quando Dillon uccise la sua prima vittima con un crick – in inglese jack. E’ stato quel jack a dare inizio a tutto e in un certo senso, e qui risiede il geniale gioco di parole, a costruire la casa. Dirà Uma Thurman in riferimento al crick stesso: “A jack like that can do quite a bit of damage”. Ma sarà solo grazie al salvifico consiglio del sopraggiunto Virgilio, che Jack si renderà conto che il materiale con cui la dovrà costruire non saranno mattoni né assi di legno, ma la carne e le ossa delle sue innumerevoli vittime. Solo allora Jack potrà trasmigrare in un aldilà sovrasensibile del quale però non vedrà che l’Inferno, perché in fondo non v’è più distinzione fra Bene e Male, fra luce e oscurità, fra moralità e ferocia: “Io sono convinto che Paradiso e Inferno siano una cosa sola. L’anima appartiene al Paradiso e il corpo all’Inferno”.

Carlo Giuliano