Il mondo come palcoscenico

All the world’s a stage, and all the men and women merely players“: così esordisce William Shakespeare nella sua commedia Come vi piace, inaugurando la immensa fortuna del tema del ‘mondo come palcoscenico’. Un tema che porta con sé una atmosfera disillusa, necessariamente malinconica, che si vedrà riproposta subito pochi anni dopo ne La Vita è sogno di Cevantes e che percorrerà in sordina la via della letteratura europea riemergendo vigorosamente alle porte del ‘900. Ed è proprio alla fine del Secolo Breve che si presenta al mondo Truman Burbank, emblematico protagonista del celebre film The Truman Show, che del nostro tema è forse una delle espressioni più limpide. Truman è un giovane impiegato americano, sposato, con una bella casa e molti amici: una figura stereotipata, che vive in un mondo, tutto sommato, stereotipato. Troppo stereotipato. Tutto ciò che gli gira attorno, infatti, è fittizio: Truman è il protagonista dell’omonimo Truman Show, un racconto della sua stessa vita ripresa in diretta sin dalla nascita, il tutto senza che il protagonista sappia nulla a riguardo della sua situazione. Truman è dunque un attore, seppur inconsciamente, ed il suo mondo è un palcoscenico. Ma Truman è anche una persona normale, che ogni giorno vive la sua vita normale compiendo gesti ed azioni normali.

Azione assoluta, azione teatrale, azione scenica

Ecco allora palesarsi una delle dicotomie che stanno alla base della rappresentazione teatrale: la significazione dell’azione. Nell’evento teatrale, ogni azione, sia essa verbale o gestuale, ha sia una essenza assoluta sia una essenza di segno. Tale distinzione è facilmente comprensibile immaginando una ipotetica scena nella quale un attore tiri uno schiaffo ad un altro suo collega: il colpo giunge davvero al viso dell’attore, si sentirà davvero la sua guancia risuonare; quel gesto è, a tutti gli effetti, un vero e proprio schiaffo. D’altro canto sappiamo bene che quell’azione, in quel preciso contesto, ha una essenza ben diversa: la differenza sta nella finalità del gesto, perché l’attore non schiaffeggia il suo collega per esprimere la propria collera verso di lui, come sarebbe se si interpretasse l’azione nella sua natura assoluta, ma semmai per imitare, per significare la collera del suo personaggio verso il personaggio del suo collega. A teatro dunque, ogni azione è imitazione (si parla, in questo caso di azione teatrale) e segno, e in quanto segno, fa parte di un preciso sistema comunicativo. Il teatro, infatti, è sostanzialmente un processo di comunicazione tra un autore ed il pubblico, in cui i portatori di significato sono il testo, la scena e gli attori. Si intuisce allora la natura necessariamente collettiva del teatro, e, infine, la seconda sfumatura dell’azione-segno: ogni gesto, oltre ad essere imitativo, è anche evocativo, e ha il compito di evocare determinate emozioni negli spettatori. Il medesimo schiaffo, infatti, desterà sdegno nel pubblico se sarà, ad esempio, rivolto ad una donna dal marito in una scena di violenza domestica, oppure desterà una sorta di empatica tristezza se sarà l’ultimo gesto riservato da un padre morente verso il figlio. Un gesto, che oltre ad imitare, evoca anche emozioni sulla scena e attraverso la scena prende appunto il nome di azione scenica.

La liberazione di Truman

Alla luce di queste categorie (azione assoluta, azione teatrale ed azione scenica), è ancora più facile comprendere il comunque già palese dramma di Truman, intrappolato, a sua insaputa, in un mondo fittizio che lo costringe a vivere sul crinale della dicotomia tra le sue azioni assolute e le azioni teatrali altrui, tra una vita costruita su determinate credenze che si riveleranno menzogne. Una vita che non poteva che risolversi in modo ‘teatrale’, o, meglio, metateatale: Truman, insospettito della setreotipia esasperata del suo mondo, prende progressivamente coscienza della sua situazione, fino a giungere alla decisione di raggiungere quelli che aveva intuito essere i limiti estremi del suo mondo fittizio. Ivi giunto, la liberazione: dopo un dialogo memorabile col ‘regista-demiurgo’ del suo ‘palcoscenico-mondo’ (https://www.youtube.com/watch?v=u6abtw7Mxq0), Truman si ritrova davanti alla scelta, se rimanere nel suo mondo scenico o compiere il passo verso il mondo reale (il cui accesso si configura come una porta posta al termine di una scalinata). La scelta risulta scontata, ma sotto un tratto che si connota come particolarmente romanzesco si celano ingerenze tematiche non da poco. Il passaggio deliberato verso un metateatro, un qualcosa che va oltre il mondo teatrale fino ad allora vissuto dal protagonista, e per di più connotato come la fine di un cammino di crescita come è nell’immagine della scala, è sostanzialmente metafora del compito di base del teatro, che è il miglioramento dell’uomo: come Truman, ogni singolo spettatore è alla ricerca della sua scala, della sua porta da aprire, ed esattamente come per il protagonista, il teatro, nel quale Truman ha vissuto una intera vita, è ciò che possa portarci a tale fine. E che la nostra vita sia o meno una messa in scena (con buona pace di Shakespeare), in fondo, forse poco importa, se altresì noi siamo destinati, prima o dopo, ad una finale liberazione a noi destinata o da noi duramente conquistata.

Lorenzo Danelli

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: