Il Superuovo

L’amore che rende dolce anche la morte: Caruso di Dalla e Moby Dick

L’amore che rende dolce anche la morte: Caruso di Dalla e Moby Dick

La morte, la vita e l’amore affrontati in due capolavori di poesia pura

Lucio Dalla interpreta Caruso a Sorrento/ottopagine.it

Sia Lucio Dalla in Caruso, celebre canzone scritta e composta nel 1986, che Melville nell’intenso monologo di Achab, in Moby Dick, descrivono i pensieri degli ultimi giorni di un uomo, il ricordo della vita e lo sguardo alla morte, scoprendo nell’amore il senso di tutto, la bellezza dell’esistenza e la verità.

Caruso di Dalla: malinconia a Sorrento

Agosto 1986: Lucio Dalla scriveva Caruso, brano considerato oggi un classico della canzone italiana e capolavoro assoluto del cantautore di Piazza Grande.

Te voglio bene assai
ma tanto tanto bene sai
è ‘na catena ormai
che scioglie il sangue dint’e vene sai

Dalla ne aveva rivelato la genesi in una famosissima intervista proprio di quell’anno: “Ero in barca tra Sorrento e Capri con Angela Baraldi: stavamo ascoltando le canzoni di Roberto Murolo quando si ruppe l’asse del motore. Andammo a vela per qualche miglio e poi chiamai un amico, il proprietario dell’Hotel Excelsior Vittoria, che ci trainò al porto. In attesa che aggiustassero la barca, ci invitò a passare la notte in hotel, proprio nella suite dove morì Caruso. […] Quella sera un altro amico, giù al bar La Scogliera, mi raccontò di un Caruso alla fine dei suoi giorni, innamorato di una giovane cantante a cui dava lezioni. Era in realtà uno stratagemma per starle vicino, ma l’ultima sera, sentendo la morte arrivare, fece portare il piano sulla terrazza e cantò con un’intensità tale che lo sentirono fino al porto.”

È da questi racconti, nella suite che si affaccia sullo spettacolo mozzafiato del Golfo di Sorrento con i suoi tramonti e i suoi colori turchesi, che Lucio Dalla trasse l’ispirazione per il suo pezzo, composto sullo stesso pianoforte che Enrico Caruso, grandissimo tenore napoletano che visse a cavallo tra otto e novecento, usò per accompagnare il suo canto.

In questo brano, Dalla si spogliò completamente di se stesso per immedesimarsi, anche a livello musicale, nel Caruso malinconico, alla fine dei suoi giorni, che vedeva la morte prima lontana, avvicinarsi a lui lentamente, al suono delle onde che si infrangevano contro gli scogli nel mare.

Vista sul Golfo di Sorrento/10cose.it

Achab, il tormentato protagonista del capolavoro di Melville

Anno 1851: Herman Melville pubblica Moby Dick, opera monumentale, totale, che è tutto: enciclopedia, dizionario nautico, romanzo, autobiografia, poesia.

Il romanzo ha come voce narrante Ismaele, l’unico marinaio sopravvissuto alla distruzione della baleniera Pequod, ma il vero protagonista della vicenda è Achab, il capitano della nave, tormentato eroe tragico, ossessionato da Moby Dick, capodoglio caratterizzato da un insolito biancore, simbolo del Male e della morte.

Achab, comprendendo che il suo destino è morire nell’ultima battaglia contro Moby Dick, contro il Male, pronuncia uno dei monologhi più belli della letteratura mondiale, in cui confessa al primo ufficiale Starbuck e al mondo la ragione del suo viaggio, il senso della sua lotta e della sua esistenza.

Ah, Starbuck! Com’è dolce, dolce, dolce l’aria, com’è dolce il vento e il cielo! Fu in un giorno come questo che ho ucciso la mia prima balena. Avevo diciott’anni. […] Quarant’anni che pesco la balena, che affronto tempeste e i pericoli del mare. Quarant’anni che Achab ha lasciato la terra tranquilla per affrontare gli orrori dell’abisso. E di questi quarant’anni non ne ho passati tre a terra. Quando penso alla vita che ho condotto, alla mia solitudine, alla vita chiusa di capitano mi sento stanco della schiavitù del comando solitario. Penso a tutto ciò che non ho mai provato così violentemente come oggi e penso che per quarant’anni ho fatto il duro per non soffrire troppo. Perché questo inseguimento spossante? Mi arricchisce forse?…

Achab, protagonista del romanzo Moby Dick di Melville, interpretato da Gregory Peck nell’omonimo film del 1956/hombresdelamar.fundacionmuseonaval.com

L’amore che rende dolce anche la morte

Fuori dal balcone, la vista sul Golfo di Sorrento. Nelle parole della canzone di Dalla, Enrico Caruso, sentendo vicina la morte, ripensa a tutta la sua vita: le immagini di tutto ciò che ha vissuto gli scorrono improvvise davanti agli occhi.

Vide le luci in mezzo al mare,
Pensò alle notti là in America
Ma erano solo le lampare
Nella bianca scia di un’elica
[…]

Potenza della lirica,
Dove ogni dramma è un falso
Che con un po’ di trucco e con la mimica
Puoi diventare un altro

Nello stesso instante, allo stesso rumore d’onde, Achab sul ponte di Pequod, si volta e guarda negli occhi con uno sguardo disperato Starbuck.

Ah! Dio, salvami! […] Lasciami contemplare uno sguardo umano: è meglio che guardare il cielo o il mare; i vostri occhi sono degli occhiali magici: ci vedo mia moglie, mio figlio. In questo momento là è mezzogiorno. Mio figlio riposa e quando si sveglierà sua madre gli parlerà di me. Gli dirà che sono partito, ma che ritornerò per farlo saltare sulle mie ginocchia. […] Che cosa inumana, insondabile, quale follia crudele mi guida? È Dio, lui che guida il sole e le stelle nel firmamento. Starbuck, noi siamo i giocattoli della Fatalità e corriamo verso la morte sotto l’eterno sorriso del sole e sotto il dolce sguardo del cielo. Ah, Starbuck, Starbuck.

E Dalla nella sua canzone-poesia scrive:

Ma due occhi che ti guardano
Così vicini e veri
Ti fan scordare le parole,
Confondono i pensieri.

Sentì il dolore nella musica,
Si alzò dal pianoforte
Ma quando vide la luna uscire da una nuvola
Gli sembrò più dolce anche la morte

Così diventa tutto piccolo,
Anche le notti là in America
Ti volti e vedi la tua vita
Come la scia di un’elica
Ma sì, è la vita che finisce,
Ma lui non ci pensò poi tanto
Anzi si sentiva già felice,
E ricominciò il suo canto

Negli ultimi momenti di questi due uomini che sentono la morte arrivare sempre più veloce a coglierli e a strapparli via dalla Terra degli uomini, al fragore delle onde del mare, si rendono conto che, nella lotta continua che è la vita, nell’inseguire vano di falsi idoli, è l’amore il senso di tutto, che è nell’umano, nel suo sguardo d’amore, nel suo focolare di gioia, che sta il significato dell’essere e la verità.

l’ossessione del capitano Achab/agoravox.it

 

 

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