Il Superuovo

Il PCI compie cento anni: ecco qual è il terreno ideologico da cui nasce

Il PCI compie cento anni: ecco qual è il terreno ideologico da cui nasce

Il 21 gennaio del 2021 il Partito Comunista Italiano ha compiuto cento anni: analizziamo il terreno ideologico da cui prende le mosse, mettendo in evidenza come quest’ultimo ne abbia influenzato le sorti.

“Carlo Marx è per noi maestro di vita spirituale e morale, non pastore armato di vincastro. È lo stimolatore delle pigrizie mentali, è il risvegliatore delle energie buone che dormicchiano e devono destarsi per la buona battaglia. È un esempio di lavoro intenso e tenace per raggiungere la chiara onestà delle idee, la solida cultura necessaria per non parlare a vuoto, di astrattezze.” (Antonio Gramsci)

 

Il Partito Comunista Italiano

Il 21 gennaio di 100 anni fa nasceva il Partito Comunista Italiano: siamo a Livorno durante il XVII congresso del partito socialista quando l’ala capeggiata da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e Umberto Terracini lascia il Teatro Goldoni per entrare nel Teatro San Marco. È qui che viene fondato il Partito Comunista d’Italia, come terza sezione italiana dell’Internazionale comunista. Mantiene la denominazione fino al 1943, anno in cui ricompare, dopo più di un decennio di clandestinità, nel mosaico partitico con il nome di Partito Comunista Italiano. Tratto caratterizzante del Pci è l’essere un partito satellite del fraterno schieramento leninista; tratto che lo distanzia da quel Psi dal quale aveva preso le mosse. Come risultato, ecco che il Bel Paese si affaccia al 1921 con due aggregazioni politiche di sinistra: da un lato il Partito Socialista Italiano, integrato nello spazio istituzionale e in quanto tale destinato a diventare, all’indomani della guerra, un partito di massa; dall’altro il Partito Comunista d’Italia, un’aggregazione d’avanguardia rivoluzionaria. La mancata compattezza della sinistra italiana, con il PSI flagellato dai conflitti interni tra massimalisti e riformisti e il PCd’I ancora troppo debole, consentirà, o meglio non ostacolerà, la scalata di Mussolini al potere. Durante il ventennio fascista, con lo scioglimento dei partiti, sarà il PCI l’unico schieramento a rimanere clandestinamente in vita, favorito dall’intimo legame con Mosca; legame che sembra essere, secondo le ricerche condotte nel Duemila, anche il motore alla base della decisione di Togliatti, nota come svolta di Salerno, di subordinare l’ideologica partitica alla lotta del regime nazifascista costituendo con le altre forze politiche un fronte unitario democratico e liberale.

 

Le radici ideologiche del PCI

Abbiamo detto che il PCI è un partito d’avanguardia rivoluzionaria: per spiegare cosa significhi, occorre ripartire dal pensiero di Lenin. Quattro sono gli scritti principali da cui si evince l’argomentazione leninista: “Che fare” (1902-1903), “Due tattiche” (1905), “Tesi d’Aprile” (1917), “Stato e rivoluzione” (1917).

“Che fare” è il primo scritto e in quanto tale si pone quale premessa del percorso rivoluzionario con l’obiettivo di tracciare il profilo storico-politico del terreno da cui muovere. Per Lenin due sono le variabili da considerare: il contesto storico e la situazione politica del paese preso in esame. Ora, il pensiero di Lenin deve considerarsi una costola della più ampia ideologia marxista ma con delle differenze: da un lato Lenin considera possibile la rivoluzione in Russia, prendendo così le distanze dal marxismo ortodosso che, al contrario, ha in mente quale destinatario della rivoluzione l’Inghilterra; dall’altro, il leninismo prevede la condanna radicale del socialismo europeo, colpevole di aver tradito Marx rinunciando al progetto rivoluzionario. E quindi che fare? Lenin muove dalla considerazione che la rivoluzione possa concretizzarsi a partire non già dal proletariato, potenzialmente suscettibile di essere vittima di pressioni dal lato sindacale e borghese, bensì da un diverso tipo di modello partitico, quello di avanguardia rivoluzionaria. Si tratta di un partito formato da rivoluzionari di professione, da militanti capaci di dare inizio al processo rivoluzionario forti di una precisa linea ideologica ed in grado di dare luogo materialmente alla rivoluzione. L’ideologia che fa perno al credo politico del partito d’avanguardia è palingenetica, vale a dire che guarda al futuro, proponendosi di sradicare la visione del mondo che permea l’assetto economico, politico e culturale del presente. Relativamente al rapporto con le masse, è teorizzata la supremazia del partito sulla massa: d’altra parte quello proposto da Lenin è un partito non di proletari ma del proletariato.  In altre parole, si tratta un’organizzazione d’élite, fatta di personalità estremamente competenti e preparate.

 

 

L’ideologia del PCI

Come spiegato, la teoria che fa capo a Lenin presenta delle differenze sostanziali con quella marxista relativamente a chi, dove e come fare la rivoluzione. Questo stesso scontro si ripercuote nel Partito Comunista d’Italia, al cui interno si delinea una linea intimamente legata al marxismo ortodosso e una che si rifà alla corrente d’avanguardia di Lenin. La prima linea è quella di Bordiga, secondo il quale il PCd’I deve costituirsi nella forma di partito d’avanguardia rivoluzionaria e in quanto tale possedere tre tratti caratterizzanti: il partito come forza meccanica, come perno della dinamica politica e rivoluzionaria; l’antecedenza del partito rispetto alla classe; e la teorizzazione del proletariato come massa incosciente, bisognosa della guida del partito illuminato. La seconda linea è quella di Gramsci, che si riallaccia al marxismo classico e che postula sì un’azione dalla dimensione verticale ma vi aggiunge la prospettiva orizzontale. Ne consegue che il partito cessa di essere forza meccanica a favore di una totalità organica vivente che consacra la centralità della classe. Gramsci abbandona poi la prerogativa elitaria della forza politica per abbracciare la funzione educativa: in altre parole, il partito deve formare le masse preparandole ad accogliere l’ideologia di classe e il progetto rivoluzionario. Infine, il partito viene recuperato come strumento suscettibile di guidare l’azione politica e aggregare le masse creando coesione. A prevalere è in un primo momento la corrente del partito d’avanguardia di Bordiga, che consente alla forza politica di sopravvivere al fascismo e di imporsi come l’unico schieramento del mosaico italiano in grado di rimanere in vita, seppur clandestinamente, dopo la salita al potere di Mussolini. In seguito alla svolta di Salerno, il partito cambia vesti, dotandosi di una vocazione di massa, abbracciando tanto la dimensione verticale quanto l’orizzontale dell’azione, e sposando quindi la prerogativa gramsciana.

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